mercoledì 31 dicembre 2014

Scotland Diary: Day 6

L’ultima mezza giornata scozzese la dedichiamo alla città di Stirling e, in particolare, al suo castello.
“Chi conquisterà Stirling, avrà conquistato tutta la Scozia”, così si diceva e difatti, Stirling è stata teatro di varie vittorie epiche degli scozzesi sugli inglesi, tra cui una con William Wallace al comando e un’altra con Robert Bruce.


Guardando la conformazione della vecchia Stirling non è difficile capire il perché fosse considerata l’ultima roccaforte: è una cittadina che si arrampica sull’unica formazione rocciosa in una zona abbastanza piana e il castello è proprio in cima, dominando tutto l’intorno. 

***

Ci svegliamo abbastanza presto per poter riorganizzare gli zaini e averli pronti per la partenza finale. Facciamo colazione con l’immancabile tè offerto dalla casa e le nostre ultime scorte di biscotti: io mi vado a lavare i denti ed è allora che succede la tragedia… Sono in bagno e il mio ragazzo mi chiama. “Ora ti senti male”, mi dice e mi porta dall’altro lato della stanza, a guarda le parete vicino alla porta: è lì che vedo una macchia, una grossa macchia nera….che si muove!! Ringrazio la mia miopia che mi ha impedito di mettere a fuoco il mostro che passeggiava in camera perché era un ragnone di buoni 4-5 cm di diametro!! Detesto uccidere gli animali, lo giuro, ma se non avessi costretto il mio ragazzo a sistemare quel coso, non mi sarei più mossa…e non era nemmeno pensabile di prenderlo in qualche modo e portarlo fuori! Quello che davvero mi angoscia è l’idea di aver dormito con quel ragno… chissà quante volte mi avrà passeggiato sulla faccia…! Ecco perché in campeggio avrò sempre qualche difficoltà…

Superata la prima prova di giornata, fuggiamo via dall’alloggio e cerchiamo di raggiungere il centro della vecchia Stirling. Troviamo un parcheggio a pagamento non proprio vicinissimo al castello, ma ci accontentiamo : la giornata è bella, la cittadina graziosa e passeggiare non fa male.

Salendo verso il castello adocchiamo; 1) un posto dove potremmo pranzare, 2) una chiesa con un cimitero celtico che andremo a visitare dopo. Per fortuna ci siamo mossi presto, eprché il castello di Stirling è continuamente preso d’assalto da frotte di pullman pieni di turisti: quando arriviamo già ce ne sono un bel po’, ma la situazione è ancora gestibile. Fatti i biglietti entriamo…ed è come entrare nel medioevo!

Ok, il castello di Stirling vince la medaglia d’oro come castello più bello di Scozia: quello di Edimburgo è meraviglioso, ma, come diceva giustamente la Lonely Planet, quello di Stirling ha più atmosfera. Il castello non è gigantesco, ma è pieno di passaggi, corridoi, sotterranei, giardini segreti… partendo dal giardino della regina, dominato da un antico albero e passando poi allo spiazzo principale della roccaforte, iniziamo a esplorare tutti gli angoli, tutte le torrette e le mura merlate.



Troviamo la zona delle stalle, nella cinta muraria più bassa ed esterna. Esploriamo le sale del re e le cucine. Giungiamo infine a un giardino nascosto in un angolo del castello, un luogo di pace e tranquillità e silenzio e ombra degli alberi, dove andare a leggere o dove incontrarsi furtivamente.




Passeggiando sulle mura sopra al castello, affronto (malamente), la seconda prova di giornata. Il mio ragazzo ha visto una cosa strana sulla pietra delle mura: sembra un disegno di un ragno o un ragno fossilizzato nella roccia. Ha il corpo abbastanza piccolo e le zampe molto lunghe sistemate a quattro (o meglio a otto) di bastoni: è talmente schiacciato sulla roccia che sembra davvero un disegno… e il mio ragazzo, curioso di natura, non può esimersi dal mettere un dito su una delle zampe! Il proprietario della zampa, che non è un fossile né tantomeno un disegno, se ne risente e si ritira, filando via su per le mura e facendo tirare un urlo di spavento alla sottoscritta!

Terminato il tour del castello, corriamo a dare un’occhiata alla chiesa con il cimitero: il luogo sarebbe molto affascinante, se non fosse per una specie di cupola-teca bianca con delle statue angeliche dentro che hanno piazzato in mezzo alle croci celtiche. Una roba decisamente cristiana, un vero pugno nell’occhio!

Per pranzo, finiamo per fermarci in quel ristorantino che avevamo puntato salendo: in realtà sono le 11.30 e magari la fame non è tantissima, ma dovendo poi riavviarci verso l’aeroporto, meglio mangiare ora che se ne ha l’occasione. E così, quando c’è gente che alle 11.30 fa colazione, noi pensiamo bene di spararci un minestrone con una buona birrozza chiara per farlo scendere meglio. In tutto in compagnia di un paio di vespe ronzanti che mi terrorizzano per tutto il tempo…

Terminati tour e pranzo, non ci resta che riprendere la macchina e iniziare, tristemente, il nostro viaggio di ritorno: l’aereo per Roma lo prenderemo da Glasgow Prestwick che sta ad un’oretta di macchina da Stirling. La città di Glasgow abbiamo scelto di non visitarla (a beneficio di Stirling) e, epr quel poco che abbiamo visto passandoci in macchina, abbiamo fatto bene: è una città prettamente moderna, ben lontana dalle meraviglie scozzesi che ci hanno allietato la vacanza.

Riconsegnamo la macchina senza troppe difficoltà (salvo una tizia abbastanza antipatica che si ostina a parlare velocissimo e con l’accento marcatamente scozzese…non facendoci capire un tubo) e ci fanno anche i complimenti per come abbiamo riportato la vettura!

Qui posso chiudere il mio racconto scozzese: è stato decisamente uno dei due viaggi più belli della mia vita, a pari merito solo con la prima Londra, ma quella è un’altra storia (già raccontata).

Oggi, che è 31 dicembre e sono passati ormai 4 mesi abbondanti da quel viaggio, ancora mi emoziona pensare a ciò che abbiamo visto. Sono stata terribilmente colta dal mal di Scozia ed è scontato che tornerò per visitare ciò che mi manca (che non è poco), ma anche per tornare a vedere ciò che mi ha stregata stavolta.

Scotland Diary: Day 5

Mi accingo a scrivere e pubblicare gli ultimi due giorni del mio diario di viaggio con notevole ritardo: sono ormai passati mesi dalla Scozia, eppure il ricordo che ho è ancora così vivido che non avrò difficoltà a mettere nero su bianco queste ultime esperienze.

***

Ci svegliamo nella piccola, comoda e calda stanza del B&B di Mr. Urquhart e scendiamo a fare colazione: non vengono raggiunti i livelli della colazione del giorno precedente perché la signora Christine è irraggiungibile, ma non possiamo lamentarci nemmeno di questo breakfast servitoci da quella che presumiamo essere la signora Urquart (un po’ strana, quasi trasognante, ma molto gentile).



Rifocillatici e saldato il conto, ci apprestiamo a riprendere il viaggio: mentre io mi sistemo in macchina, il mio ragazzo cerca di togliere con un fazzoletto il segnaccio nero di gomma che è rimasto sullo specchietto sinistro dal primo giorno di noleggio. Sta ottenendo lenti e scarsi risultati, quando Mr. Urquhart ci raggiunge: avendoci visto in difficoltà è venuto a chiederci se vogliamo una mano! E, capito il problema, ci dà anche la soluzione: una specie di crema che in un nanosecondo manda via tutte l tracce del misfatto dallo specchietto! E dopo di ciò, non voglio più sentire discussioni sulla gentilezza degli scozzesi!

Finalmente possiamo rimetterci in marcia a cuor leggero: la direzione della giornata è il parco nazionale di Loch Lomond and Trossachs. Il Loch Lomond è il lago più grande, non solo di Scozia, ma di tutta la Gran Bretagna e la sua regione è così amena e amata che gli è stata dedicata una delle canzoni più famose della tradizione celtica scozzese (The Bonnie Banks O' Loch Lomond o, più semplicemente, Loch Lomond).

Appena incontriamo la riva del grande lago, ci è subito chiaro il perché di tanto amore: la zona è davvero meravigliosa, con le colline verdi e viola che circondano il lungo lago e i boschi che ne abbracciano le rive  i raggi di sole che giocano con i riflessi dell’acqua. È un paesaggio molto più dolce e idilliaco rispetto a quelli tenebrosi delle Highlands: il livello di fascino resta lo stesso, sebbene sia di un tipo diverso.


Quello che davvero costituisce un incubo in tutto questo idillio, è la strada: come era già accaduto a Loch Ness, anche la strada che percorre la riva ovest del Loch Lomond è stretta, a due sole corsie, sebbene sia piuttosto importante e piuttosto trafficata. Trafficata anche dai miei amici TIR che corrono come matti… Mi fermo più volte, non solo per fotografare lo splendido paesaggio, ma anche per riprendere fiato!

Il percorso che ho pensato, gira intorno al lago, partendo dalla punta nord, percorrendo la riva ovest, girando intorno alla punta sud e fermandosi infine a metà della riva est: là infatti si trova Rowardennan, da cui partono i sentieri per le escursioni per il Ben Lomond, il munro più alto della zona, che domina sul lago con i suoi 974 metri. Ovviamente è l’escursione più lunga e faticosa che si possa fare nel parco nazionale, ma sembra anche la più interessante.

Arrivare a Rowardannen si rivela una mezza impresa: se la strada sulla sponda ovest è stretta, quella sulla sponda est è claustrofobica! Grazie al cielo non ci passano TIR (nel senso che non riuscirebbero proprio ad entrarci), ma questo non implica che non ci sia comunque un bel via vai di macchine in entrambe le direzioni, quando la corsia però è una sola! La strada è piena di curve, si snoda spesso tra i boschi e una macchina che arriva nell’altra direzione, la si può vedere solo all’ultimo… ho perso svariati chili per cercare di portare auto e passeggeri, sani e salvi a destinazione… e non mi sono potuta nemmeno fermare a fotografare uno dei simpatici bufali pelosi che popolano le campagne scozzesi!

Giungiamo a destinazione verso le 11 del mattino: il punto di inizio dei percorsi escursionistici è un parcheggio in mezzo al bosco: non fatichiamo a trovare il nostro sentiero, ben segnalato e, una volta bardatici con i vari strani di termiche e giacche, ci avviamo, zaini in spalla.
La prima parte della passeggiata si svolge dentro un boschetto, i cui alberi si trasformano piano piano in arbusti e cespugli: il sentiero battuto è l’unico segno umano, per il resto la natura vince e si arrotola ovunque, tra fiori, felci e rami.

Si sale abbastanza in fretta, dato che il sentiero è abbastanza ripido, così ben presto giungiamo al secondo step, delimitato da un cancelletto in legno, probabilmente messo per evitare che le pecore se ne vadano girando nelle zone sbagliate. Siamo arrivati in un punto molto più aperto: della vegetazione restano solo erba e cespugli, il terreno si fa più sassoso, il paesaggio si apre dietro di noi e più saliamo più vediamo la maestosità del lago, che non smette di crescere. La seconda parte dell’escursione si rivela essere anche la più lunga: sapevo che era un percorso impegnativo, ma non pensavo che avremmo impiegato 3 ore e mezza a salire! Il punto è che il sentiero che abbiamo scelto è quello che gira intorno al Ben Lomond e alle colline vicine e infine sale: l’altro sentiero, in teoria più rapido e diretto, abbiamo deciso di lasciarlo per il ritorno.

Siamo già molto in alto quando decidiamo di fermarci a pranzare: ci sediamo dietro un masso che ci riparerà dal vento (bazzecole rispetto alla bufera del giorno prima) e, come due bravi hobbit, mangiamo la nostra razione di pane e babybel, contemplando il paesaggio intorno. Nel frattempo continuiamo a veder passare scozzesi intrepidi che salgono in calzoncini e maglietta… io capisco che anche per loro agosto sia uno dei mesi più caldi, ma sul Ben Lomond fa comunque un freddo della miseria!!

Recuperate le forze, ci accingiamo a chiudere l’ultima parte della salita: la vetta del Ben Lomond appare molto più vicina. Ripreso a camminare, succede una cosa singolare e anche un po’ inquietante: ci sfrecciano accanto due tizi (probabilmente padre e figlia) che corrono giù come forsennati… o come se avessero qualcosa alle calcagna… uno sciame di api?? Un orso (ma non credo ci siano in Scozia)?? Un esercito di fantasmi?? Il mistero resta irrisolto perché non incontriamo niente di terribile lungo il cammino restante.

Giungiamo invece ai piedi della vetta: qui inizia l’ultimo step, il più ripido e faticoso e quello in cui io maledico me stessa per questo vizio che ho di scegliere sempre l’alternativa più complicata/lunga/faticosa. Mentre arranco fino alla cima, oltre a cercare di proteggermi dal vento, mi sento derisa dalle pecore che passeggiano amabilmente sul versante scosceso del Ben Lomond, dandomi una pista in fatto di resistenza ed equilibrio!



Con molta fatica, arriviamo in cima e… ok, ne valeva la pena: dimenticato lo sforzo, dimenticato il vento che ci porta via, ci godiamo il paesaggio a 360° che ci offre il Ben Lomond: è la Scozia! A ovest abbiamo il lago, che ora vediamo quasi nella sua interezza e magnificenza; a nord e nord-est, i paesaggi più aspri e minacciosi delle Highlands, in lontananza; a sud e sud-est, il territorio si ingentilisce fino a raggiungere una campagna che molto somiglia alla Contea degli hobbit. Anche in cima, ci sono gruppi di scozzesi in calzoncini nonostante il vento tagliente. Un corvo reale ci vola intorno, nero e maestoso.



Restiamo una ventina di minuti sulla cima, il tempo necessario per ammirare il paesaggio senza rischiare l’ibernazione e poi cerchiamo il sentiero per la discesa. Lo troviamo, ma a me, più che un sentiero, sembra una parete di roccia… e sì che l’altra via era più diretta!! Il mio ragazzo saltella felice e in perfetto equilibrio, come una capretta, io mi faccio prendere dai miei attacchi di panico, ma lo seguo. Subito inontriamo un escursionista che sale e, con la faccia semi-sconvolta,ci chiede se la cima sia vicina; gli rispondiamo che,sì, è quasi arrivato, e lui tira un sospiro di sollievo. Anche la via in discesa, perciò, sarà lunga… Io gli chiedo se il percorso è tutto così ripido e lui mi assicura che è solo la prima parte ad essere scoscesa…e allora sono io a tirare un sospiro di sollievo!

In effetti, dopo le prime decine di metri, il percorso si ingentilisce e riesco a godermi quello che ho intorno: la roccia è di origine lavica, e crea passaggi strani per cui scendere. Man mano che proseguiamo, ci ritroviamo sempre più soli: se durante la salita di persone ne avevamo incrociate abbastanza, nella nostra discesa avremmo potuto essere gli unici esseri umani nel raggio di chilometri…e questo è stato meraviglioso. Perché, oltre ad essere la più diretta, la seconda via è anche quella panoramica, quella che si sporge direttamente sul loch.



Durante tutta la discesa, il sentiero sale, scende e gira intorno a piccoli dossi, costeggia piccole pozze d’acqua, taglia zone acquitrinose che vanno superate saltando da un masso all’altro e, per tutto il tempo, il Loch Lomond è lì sotto a dominare lo sfondo. E non posso fare a meno di ripetere che la Scozia è il nord della Terra di Mezzo di Tolkien, perché i paesaggi calzano così bene nelle sue descrizioni che è evidente da dove abbia preso spunto.



Ad un certo punto incrociamo due tizi davvero particolari: alti e ben piazzati tutti e due, vestiti da montanari, lui con barba e capelli abbastanza incolti, lei con lo sguardo duro e uno strano tatuaggio su un lato del viso. Hanno delle pale e stanno salendo: sono qualcosa simile a guardiaparco, credo, e stanno andando a sistemare alcuni tratti del sentiero che, a causa della pioggia del giorno prima, sono diventati eccessivamente fangosi.

Di fango ne troviamo molto anche noi, via via che scendiamo: il sentiero diventa sempre più stretto e inizia a costeggiare le colline: è evidente che lì si sia andata a raccogliere un bel po’ dell’acqua che è scesa dal versante e spesso, invece del terriccio, sotto i piedi ci ritroviamo una fastidiosa fanghiglia in cui, nella migliore delle ipotesi si affonda, nella peggiore si scivola. Rischio di finire con sedere per terra svariate volte e mi recupero sempre all’ultimo.

Scendendo, oltre a trovare molto fango, mi rendo conto che il sentiero inizia a passare in quello che sembra essere un giardino incantato: la via, come detto, è molto stretta e ha su entrambi i lati, una folta vegetazione di erba alta, felci e tanti fiori: con la luce calante di metà pomeriggio, il luogo assume un aspetto quasi magico.


Infine giungiamo al termine del percorso che, letteralmente, ci sputa dentro il bosco in un punto non meglio precisato: con un po’ di fatica cerchiamo di orientarci, ma è solo quando troviamo il lago e una cartina approssimativa con un bel “VOI SIETE QUI”, che riusciamo a capire da che parte è il nostro parcheggio.

Sono ormai le 6 del pomeriggio quando rientriamo in macchina, totalmente sfranti, ma anche assolutamente soddisfatti e incantati  dall’esperienza. Rimetto in moto, sconsolata dall’idea di percorrere di nuovo quell’accidenti di stradina e stavolta, per giunta con il buio…

È il mio ragazzo, però, a decidere le successive due fermate, quando ancora non siamo nemmeno usciti dal parco nazionale e le sue infernali stradine. La prima è una richiesta che mi fa con gli occhi che gli brillano: vuole entrare in uno dei boschi che costeggiano la strada, che sembrano diversi e più fitti rispetto al bosco ai piedi del Ben Lomond. Mi fermo nel primo punto utile e ci avventuriamo tra gli alberi: sono sempreverdi, probabilmente qualcosa di simile agli abeti, ma con i tronchi abbastanza sottili e molto lunghi. Ondeggiano cullati dal vento (alcuni sono anche caduti) e nella luce dorata del tramonto, sembra quasi si muovano. Ma quello che è davvero sorprendente è ciò su cui stiamo camminando: il “pavimento” non è il terriccio classico di un bosco, né la fanghiglia scivolosa, ma un massiccio strato di muschio! I piedi sembrano avanzare su cuscini morbidissimi: è come se stessimo camminando su un gigantesco materasso. Usciamo dalla nostra breve pausa nel bosco decisamente meravigliati e colpiti.


Se la prima richiesta era dettata dal cuore, la seconda è stata dettata dallo stomaco: ben sapendo che la nostra successiva destinazione (Stirling) è ancora lontana, che in questo paese se non ceni entro le 19 non ceni più e che i nostri fisici richiedono a gran voce qualcosa di caldo e sostanzioso, decidiamo di fermarci al primo pub che incontriamo. Non dobbiamo fare molta strada, che troviamo The Oak Tree Inn, sempre per restare in stile celtico-medievaleggiante. Il posto è carino, tutto in legno come al solito, caldo e i camerieri sono gentili. Ma quello che ricorderemo per sempre di questa locanda è la zuppa, la meravigliosa zuppa del giorno che ci è stata servita: sicuramente la colpevole principale è stata la fame, ma giuro che una zuppa così buona io non l’ho mai mangiata. Tanto che alla fine chiedo al cameriere cosa c’è dentro: carote, cipolle, patate, zucca…e altri ingredienti che non sono riuscita a tradurre. Comunque sia, quella cosa calda e arancione è scesa nei nostri stomaci come una pozione magica e ci ha ridato un bel po’ delle forze perdute. Il tutto naturalmente innaffiato con la birra rossa del luogo!

Finalmente ci avviamo verso la nostra dimora notturna, con più tranquillità e con un certo benessere che sale dallo stomaco: salvo qualche rapida sosta per fotografare un tramonto davvero mozzafiato, il viaggio fila liscio e arriviamo abbastanza presto nei pressi di Stirling. Il nostro B&B, The Barn Lodge, è un pochino fuori dalla cittadina, nella campagna intorno: infatti è una specie di casa con casolare, con tanto di cavalli che girano nei paraggi.

Facciamo il checkin e ci buttiamo nella nostra stanza, una gigantesca tripla che mi è costata meno di tante doppie che ho trovato in giro: il posto non è di un lusso sfrenato, ma è pulito e accogliente. Il sonno ci rapisce in fretta e noi cediamo alle braccia di Morfeo senza troppe remore.  

sabato 18 ottobre 2014

Scotland Diary: Day 4

Se la vostra strada vi porterà a visitare la Scozia (e io ve lo auguro), affittate la macchina. Non fatevi spaventare dalla guida a sinistra, dalle strade sperdute e dal luogo sconosciuto: non c’è modo migliore di visitarla! Costicchia, ma sicuramente non più che doversi spostare con i mezzi, e in ogni caso, ci sono luoghi che non raggiungerete in treno o in autobus. Ma soprattutto, scegliendo il mezzo proprio, godrete della bellissima esperienza di guidare in mezzo alle Highlands. Se pioverà, avrete sempre un tetto sopra la testa dove attendere. Se non vorrete alzarvi presto, non sarete costretti  a farlo per non perdere qualche coincidenza. Non dovrete stare a contatto non nessun altro che non sia uno dei vostri compagni di viaggio. E, soprattutto, se vedrete qualcosa di davvero eccezionale, non dovrete far altro che accostare (a sinistra) in una delle numerose piazzole, e contemplare il magnifico.
***
È la pioggia che ci sveglia il 17 di agosto: il tempo è tremendo, fuori dalle finestre della nostra amena stanzetta, c’è il nubifragio. Cercando di mantenere uno spirito positivo, ci avviamo verso la sala della colazione, ovvero un grazioso salottino con ampie vetrate che danno sul lago e sulla vegetazione circostante. O meglio, darebbero sul lago se non fosse per la pioggia battente che rende tutto molto sfocato.

Ci accomodiamo e la signora Christine ci serve la nostra prima colazione scozzese: la mia, non vegetariana, comprende toast, pomodori, uova strapazzate, pancetta e salsiccia! Il tutto annaffiato con ottimo thè.

Mentre mangiamo (assolutamente di gusto), ci mettiamo a osservare la danza che gli uccellini stanno sostenendo nel cortiletto esterno: la signora ci spiega che se la mattina non si sbriga a lasciar loro le briciole di pane, se li ritrova in cucina che chiedono la loro colazione! Un uccellino più grande e prepotente scende spesso a cacciare i passerotti che si avventurano a raccogliere le molliche: ogni volta che loro atterrano, lui si fionda a cacciarli e, non appena lui vola via, loro tornano. E va avanti così fin quando il pane non finisce.

La signora Christine, pensando di rincuorarci, ci dice che il maltempo si sposterà a sud durante il giorno… peccato che anche noi intendiamo spostarci a sud! Rifocillati e rassegnati a dover sopportare una giornata umida, saldiamo il conto, salutiamo la simpatica signora e ci avviamo di nuovo sulla A87.

Dovendo ripassare per il Kintail, stavolta siamo decisi a fermarci a scattare qualche foto: così approfittiamo di un momento di tregua dalla pioggia e, non appena siamo di nuovo circondati dalle Five Sisters, accostiamo, chiudiamo la macchina e ci avventuriamo sulle pendici delle colline. Come al solito, c’è acqua ovunque: la vegetazione, tutta abbastanza bassa, è rigogliosa e prevalentemente costituita da felci e dai fiorellini violetti che popolano la Scozia. Torrentelli scendono ai nostri piedi. Un po’ più in alto c’è una macchia di alberi sempreverdi e, ancora poco più in alto, le nuvole. Ok, che dire delle nuvole scozzesi? Che volano estremamente basse e spesso hai la sensazione che in realtà ti trovi tu stesso dentro una nuvola.



La pioggia ricomincia, così corriamo in macchina e ripartiamo. Ma non passa molto, che troviamo qualche altro scorcio da fotografare: il Loch Cluanie, con la nebbia della pioggia, altri torrenti che scendono dalle colline e, abbandonata la A87 in favore della A82, anche una bella zona boscosa che si estende sotto di noi.

Dato che la strada è ancora lunga e le soste continuano ad essere frequenti, dichiaro di non volermi più fermare a meno che non ci troviamo di fronte a qualcosa di davvero eccezionale e irripetibile. Passa al massimo una decina di minuti, e, senza preavviso, l’eccezionale arriva.
Siamo su un tratto di strada abbastanza in alto, sulla destra una vallata scende fino al lago sottostante. Piove ancora, ma nel frattempo il sole inizia a far capolino. E proprio grazie a questo gioco di luce, ci troviamo improvvisamente dentro un arcobaleno! In realtà è sulla nostra destra, proprio sopra alla valle, ma dà l’impressione di essere così vicino da poterlo toccare. Cedo e, appena ne ho l’occasione, mi butto sulla sinistra: mai, mai e poi mai avevo visto un arcobaleno tanto nitido e tanto in basso. E soprattutto, mai l’avevo visto per intero! L’arco attraversa tutta la valle e si ha l’impressione di vedere sia dove inizia che dove finisce.
Restiamo in stupefatta contemplazione per parecchi minuti, continuando a scattare foto compulsivamente, ben sapendo che non c’è foto che possa rendere giustizia ad un tale spettacolo.

Ci decidiamo a ripartire solo quando l’arcobaleno inizia a farsi meno definitivo: abbiamo quasi le lacrime agli occhi dalle emozioni che la Scozia ci sta regalando! E ancora non siamo giunti alla nostra meta del giorno: si tratta della valle di Glen Coe, che è considerata la più bella e suggestiva di Scozia. L’idea è di fare un po’ di trekking e seguire il percorso fino alla Lost Valley nascosta dietro le Three Sisters di Glen Coe. Il posto potrebbe essere infestato dai fantasmi del clan dei McDonald, che vennero trucidati nel 1692, dai membri del clan dei Campbell, su ordine del nuovo re di Inghilterra e Scozia, con la scusa di essere arrivati tre giorni in ritardo al giuramento di fedeltà.
Prima di raggiungere la valle, ci fermiamo nel limitrofe villaggio di Glencoe (360 anime) per rimpinguare la nostra scorta di birra e babybel nello shop locale: la pioggia non smette … si attenua, ma non smette.
Un’altra cosa che avevo letto a proposito di Glen Coe è che la valle, con il sole è un luogo ameno e spettacolare, mentre con la pioggia diventa quasi spettrale (tanto per dar adito alle voci sui fantasmi … ). Ecco, possiamo assolutamente dire che è vero, almeno per quanto riguarda la considerazione sulle giornate di pioggia!

Glen Coe è un luogo meraviglioso e non fatico a capire perché venga considerata la valle più bella di Scozia: le Three Sisters sono maestose, svettano rocciose su tutto il verde circostante e invogliano assolutamente al trekking. Se però alle Sorelle metti un cappello di nuvole e trasformi il verde scintillante in una tonalità più cupa, le Three Sisters possono trasformarsi nelle Sorelle Fatali di Macbeth!
Fatichiamo a trovare l’inizio del percorso per la Lost Valley: alla fine decidiamo di fermarci all’ultima piazzola da cui partono i sentieri perché sembra essercene uno che conduce direttamente aldilà delle montagne, ma non siamo sicuri. Prima di avviarci, pranziamo e aumentiamo il numero di strati: alla fine avremo, dal più interno al più esterno, termica, maglietta a maniche corte, pile, giacca anti-vento e pantaloni impermeabili. Cappellino e cappuccio. E vi assicuro, ci vogliono proprio tutti!

Una volta messo piede fuori dall’auto, constatiamo che la pioggia si è momentaneamente placata, così ci avventuriamo per il sentiero. Nel giro di pochi metri, il parcheggio e la strada spariscono: incrociamo e superiamo altri avventurieri e piano piano ci immergiamo nelle Highlands scozzesi. Il sentiero è ben segnato, ma molto fangoso: spesso dobbiamo aggirare zone più paludose o saltare piccoli ruscelletti: la civiltà diventa sempre più lontana.

Arriviamo ad un bivio: la via sulla destra prosegue dritta, verso l’infinito, quella sulla sinistra inizia a salire, non si intuisce bene verso dove. Siamo incerti: io penso che la Lost Valley dovrebbe essere dritti in fondo, dato che dovremmo superare o aggirare le Three Sisters, il mio ragazzo insiste dicendo che probabilmente la strada a sinistra sale solo un po’, e poi si ricongiunge all’altra.
Alla fine scopriremo che avevamo torto entrambi e che la strada per la Lost Valley partiva da tutt’altro parcheggio. Sul momento, scegliamo la via a sinistra, dato che ci piace proprio faticare e salire in cima.

Indipendentemente dal fatto di non aver trovato la Lost Valley (buona scusa per tornare in Scozia), l’escursione che segue è una delle più assurde e intense che ho fatto: il sentiero non è difficile, ha qualcosa di druidico, ci impone una scala di massi, comoda, ma faticosa. Ai lati, abbiamo quella vegetazione che vedevamo da lontano: tante erbe e felci e alcuni di quei fiori violetti che sono ovunque nelle Highlands. Continuiamo a saltare ruscelletti o a trovarceli accanto e piano piano ci raggiungono le nuvole: saliamo e ci rendiamo conto di quanto loro siano basse. L’atmosfera è assolutamente spettrale: grigia e verde, silenziosa se non per il vento, nella valle sottostante non sembra esserci la presenza umana.

Ogni tanto ricomincia a piovere, così ci tiriamo su il cappuccio e, da bravi aspiranti scozzesi, non proviamo nemmeno  tirare fuori l’ombrello. Dopo un po’, diventa evidente che non ci ricongiungeremo all’altro sentiero, ma piuttosto che il nostro salirà tenacemente verso la cima che avevamo inizialmente sulla sinistra. Abbandonata ormai l’idea della Lost Valley, perseguiamo il nuovo obiettivo, anche se il clima non sembra promettente. La scalata non è eccessivamente impegnativa, anche se ogni tanto mi ritrovo con il fiatone, ma risulta più lunga del previsto: come spesso succede in montagna, la vetta sembra essere sempre lì a portata di mano, ma in realtà come fai un passo, lei si sposta e diventa ancora irraggiungibile.

Ad un certo punto, tutto cambia: arriviamo in alto, in un punto che pare essere il cavallo tra due cime: è un tratto pianeggiante e molto umido, ma la cosa davvero preoccupante, è il vento che ci passa. L’aria evidentemente, si incanala in quell’unico tratto, per evitare le due vette, e il risultato è un vento improvviso che quasi ci butta per terra. Come se non bastasse, nel giro di pochi minuti, le nuvole ci raggiungono, e inizia a piovere: il problema è che, quelle stesse goccioline che prima ci sarebbero scivolate senza danni sui cappucci, adesso ci vengono sbattute violentemente in faccia, ed è come si ci stessero tirando dei sassolini addosso.
Continuiamo a seguire faticosamente il sentiero e, ogni tanto ci ripariamo dietro ai massi più grandi, che fanno un po’ da scudo. L’avanzata però, è lenta e le energie se ne vanno in fretta: chiedo al mio ragazzo se la mia faccia è ancora tutta intera, dato che mi sembra che mi abbiano schiaffeggiata.

Arrivati proprio ai piedi della vetta, demordiamo: con il vento che soffia, fatichiamo a tenerci in piedi, e sopra sembra essere ancora peggio, a giudicare dalla velocità  con cui le nuvole sfiorano la cima. Il buon senso ha la meglio e facciamo dietrofront; arrivati di nuovo al pezzo pianeggiante, ci facciamo prendere da 30 secondi di panico: il sentiero pare essere sparito e con quel vento non riusciamo a ritrovarlo … nel giro di poco, comunque, riprendiamo la strada e saltelliamo giù, al riparo, come stambecchi. La discesa è molto umida (dato che ha ripreso a piovere), ma, al riparo dal vento, sembra estremamente agevole.

Non so quanto abbiamo impiegato a salire e poi riscendere: è stata un’escursione talmente fuori dal mondo, che abbiamo perso la cognizione del tempo. Arrivati di nuovo alla macchina, ci togliamo qualche strato e accendiamo l’aria calda per cercare di toglierci un po’ di umidità di dosso. Quando mi sembra di risentire gambe e piedi, metto in moto e torno indietro fino alle Three Sisters: voglio immortalarle ancora una volta, per avere un’ampia di scelta di foto da selezionare tra i ricordi. 

Soddisfatta la vena fotografica, ci avviamo verso la nostra ultima meta di giornata, il B&B Craigbank Guesthouse, a Crianlarich, a nordo di loch Lomond. Durante il percorso, troviamo finalmente la vera brughiera scosseze: abbiamo appena lasciato Glen Coe, che il paesaggio si trasforma, diventa quasi pianeggiante per diversi chilometri, con la bruma che si stende sopra i prati verdi e gialli. Siloutte di alberi secchi e spogli si confondono nella nebbia, e, ancora una volta, ci aspettiamo davvero di vender comparire qualche fantasma.

Dopo un caldo e confortevole viaggio di 45 minuti, giungiamo nella piccola Crianlarich (350 anime) e al nostro riparo per la notte: ci accoglie il signor Charlie Urquhart, tipo sui 65 circa, evidentemente NON madrelingua gaelico, dato che il suo inglese è velocissimo e dall’accento incomprensibile. Dopo avermi detto qualcosa appena entrati e aver ricevuto l’imbarazzante e imbarazzata risposta di “What??”, Mr. Urquhart mi ripete quanto ha detto, ovvero che pensava che arrivassimo verso le 8 di sera (invece sono le 17.30), come gli avevo scritto in una mail: rispondo che non mi aspettavo una giornata così umida, quindi abbiamo anticipato. Il signor Charlie è un simpaticone: nei cinque minuti in cui ci presenta la stanza, ci rincoglionisce di chiacchiere, ci chiede dell’Italia, fa commenti sul piercing e sulla dieta vegetariana del mio ragazzo e infine ci consiglia il pub proprio di fronte al B&B. Poi ci saluta, e ci lascia un po’ frastornati: la stanza, come mi aveva anche anticipato via mail, è … “compatta”! Ovvero, piccolina, ma perfettamente funzionale e accogliente: ordinata, pulita, con tutti i comfort che vanno da un letto comodo, al bagno fornito di tutte le utilità, alla tv a schermo piatto. Ci riposiamo poco, però, avendo fretta di scendere al pub di fronte, per riprendere le energie con cibo e alcol.

 Il pub Rod and Reel è veramente carino: ovviamente in stile nordico, tutto in legno, ma molto ampio, con tanto di biliardo all’entrata; lo staff è tutto giovane e simpatico e il menu soddisfacente. Io assaggio il mince and tatties, ovvero una specie di spezzatino in bianco, fatto con la carne macinata e accompagnato da purè di patate e piselli: tutto annaffiato da birra rossa, ovviamente! Vista la giornata impegnativa, dopo la portata principale ci smezziamo un dolce che sembra una specie di strudel, condito con una crema leggera, ma appetitosa.


Infine, sfruttando la fortunata coincidenza di avere il letto a 2 minuti dal tavolo, decidiamo finalmente di provare anche il whisky scozzese: ci facciamo consigliare dal ragazzo al bancone che, a sua volta, si fa consigliare dai vecchi scozzesi alcolisti là presenti. Alla fine convergiamo tutti sull’Isle of Skye che, se non abbiamo capito male, sta sulla settantina di gradi … ok, il whisky è un po’ forte per i nostri gusti, ma abituati i palati, ci godiamo della sensazione di calduccio beato dato dall’alcol!


Rotoliamo più che soddisfatti nella nostra stanza, dove crolliamo nel giro di poco, in un meritatissimo sonno.

venerdì 3 ottobre 2014

Scotland Diary: Day 3

Si sono scritte un buon numero di canzoni sull’Irlanda. Sulla sua campagna, sul suo cielo, sulla sua pioggia.
Sulla birra. Sui folletti.
Si fa un gran parlare del mal d’Irlanda e io, come sa chi ha letto qualche post di questo blog, sono perfettamente d’accordo e comprendo bene questa malattia.
Quello che però, dopo quest’ultima vacanza mi lascia perplessa, è il fatto che non si parli mai di Mal di Scozia! Signori, la Scozia avrebbe tutto il diritto di avere un suo personale male, che prende chi la visita e, purtroppo, non ci abita. Come si fa a restare impassibili, a non voler subito pensare di tornare, prima ancora d’essere andati via, quando ci si trova nelle Highlands? Perché, la Scozia, più che nella bella Edimburgo, nasconde la sua anima nelle Highlands. E quando le si visita, ciò diventa palese.
Irlanda e Scozia, in realtà sono le due facce di una stessa medaglia: la medaglia celtica. Se l’Irlanda è magica, con il suo verde scintillante e i suoi prati da racconti celtici, la vera Scozia ha tutto un altro fascino. La Scozia è tetra, misteriosa: nelle sua valli si nascondono fantasmi, non dispettosi folletti. La Scozia sa di terra antica e mistica. È impossibile non venir colpiti dalla sua anima: e difatti, io, che a più di un mese dal ritorno ancora scrivo diari e riordino foto, sono stata folgorata dal mal di Scozia. E la colpa, come vedremo nei racconti dei giorni che seguono, è proprio delle Highlands.

***

Le Highlands si suddividono in Highland del sud, Higlands centrali e Highlands del nord.
Ciò che abbiamo visitato in questa vacanza si trova prevalentemente nella zona centrale e in quella meridionale. Non siamo arrivati al nord o alle isole e perciò dovremo tornare, prima o poi.
Inverness si trova nella parte nord delle Highlands centrali.

Il suo buongiorno, oltre che dai passi mattutini di chi stava preparando la colazione e dalla doccia apparentemente non funzionante, ci è stato dato da una giornata con un pallido sole e da una certa fretta di lasciare il luogo. Non perché non sia una cittadina piacevole, ma il parcheggio dove abbiamo lasciato la Mercedes diventa a pagamento dalle 10 del mattino. Per cui, dopo una colazione a base di thè e biscotti in camera e dopo una breve passeggiata alla ricerca di un supermercato dove incrementare i nostri viveri, riprendiamo la fida compagna a quattro ruote, e ci dirigiamo sensibilmente a sud, verso il famoso Loch Ness.

Loch Ness è un lago d’acqua dolce di dimensioni notevoli: si estende da Inverness a Fort William, per la bellezza di 37 chilometri. La strada statale che costeggia la sua sponda ovest, è stretta e tutta curva. E cosa ben più preoccupante, vi transitano tir e camion, che corrono come matti.
Tengo la mia andatura da lumachina in modo, sia da non fare un frontale con questi mostri della strada, sia da poter cogliere le occasioni date dalle numerose piazzole di sosta per far foto.
Il lago, aldilà delle storie su Nessie, è una vera bellezza: le sponde sono verdi e selvagge, popolate da boschi in prevalenza di conifere. L’acqua è scura e abbastanza profonda: su di essa, in lontananza a sud, vediamo scendere quella che potrebbe essere nebbia o una nuvola.



La nostra meta esatta è l’Urquhart Castle, castello diroccato a metà della sponda ovest di Loch Ness: ci arriviamo intorno alle 11 e subito capiamo che non sarà una romantica visita nel silenzio del luogo. Il parcheggio è strapieno, e la gente affolla l’entrata: purtroppo la fama di Loch Ness attira tutti, ma proprio tutti…e soprattutto frotte di italiani, che ancora non avevamo visto in quantità così elevate.
Parcheggiamo in un buchino lasciato libero probabilmente perché considerato difficoltoso: sulla destra abbiamo un camper… di italiani ovviamente: prego il signore alla guida di fare attenzione quando esce, dato che la macchina è in affitto…

L’entrata dell’Urquhart Castle, che poi è una piccola struttura che ti porta sotto terra e ti fa sbucare direttamente sulla sponda del lago, è il terzo e ultimo indizio della predisposizione scozzese al caos: l’idea di una struttura sotterranea ad impatto zero sul paesaggio è giustissima… quello che proprio non si capisce, è il fatto che alla fine delle scale, si sbuchi nel negozio di souvenir…non in un ampio spazio dove poter fare shopping, ma in uno stretto passaggio tra le toilette e le casse!!! Per uscire è necessario sgomitare…

Superata questa piccola prova di pazienza, usciamo finalmente sulla riva, proprio di fronte al castello. Il posto meriterebbe di essere visto senza folla perché emana un’atmosfera da racconto epico: i muri in rovina ancora mostrano le varie sale, la torre principale è piccola, ma ancora accessibile e ti riporta indietro di svariati secoli.




O almeno ti ci riporterebbe se non ci fosse continuamente una fila allucinante e disordinata per salire all’ultimo piano, per scendere al piano di mezzo e per uscire. La vista da sopra vale il sacrificio, ma è naturale farsi uscire parecchi accidenti diretti a Nessie, il responsabile di tutta questa maledetta fama.
Continuando l’esplorazione, troviamo un angolino tranquillo, con una panchina in una specie di cortiletto tra le rovine delle mura: ci sediamo a fare uno spuntino, con il lago sulla sinistra e la nebbia-nuvola che continua ad avanzare. Ristorati dall’attimo di pace, decidiamo di accelerare il passo: la nebbia sembra sempre di più un nuvolone che rotola sul lago e rilascia pioggia e, cosa ben peggiore, ne è comparso un altro anche a nord. Presto arriveranno due tempeste e noi saremo esattamente nel punto in cui si scontreranno. Terminato il giro tra le mura del castello, scendiamo in un altro posticino isolato, proprio sulla riva del lago: personalmente non posso fare a meno di toccarne l’acqua, giusto per poter dire che ho toccato l’acqua di Loch Ness..! Da lì la tempesta in arrivo da nord ha dell’inquietante: una nebbia si sta mangiando le colline sui lati del lago, la luce diventa sempre più spettrale ogni minuto che passa. Alle prime gocce, facciamo dietrofront e, dopo esserci fermati a dare un’occhiata ad un bel trabocco al centro del prato (faceva molto Signore degli Anelli), siamo costretti a correre via perché le due gocce sono diventate duemila e la tempesta si è decisa ad arrivare.



Rifugiatici in macchina (che sembra più o meno a posto, salvo un graffietto sul lato destro posteriore che proprio non ricordiamo se ci fosse o no), optiamo per avviarci verso la nuova meta prima di pranzare: è abbastanza presto ancora e vogliamo vedere se si riesce a trovare una birretta fresca per accompagnare i panini con babybel che ci attendono. Quindi, dopo aver percorso un altro piccolo tratto sulla riva del Loch Ness, viriamo in direzione ovest, verso il Loch Duich e il castello di Eilean Donan.

Credo che la cosa che più ci ha emozionato di quella giornata sia stato questo tratto in macchina: non perché il resto non fosse mozzafiato, ma perché la A87 scozzese attraversa una zona delle Highlands che davvero sembra uno scorcio di un altro mondo.
La zona suddetta è il Kintail, dove dominano le Five Sisters, cinque cime che iniziano dal Loch Cluanie e terminano al Loch Duich: il Kintail è una zona, perciò, tra il collinare e il montagnoso, le cui cime sono verdi fino all’inverosimile, l’acqua è praticamente ovunque e la presenza dell’uomo si limita alla sopraccitata strada statale A87 e qualche casetta sparsa qua e là.

Capiamo che sarà un’oretta e mezza di macchina piuttosto suggestiva già quando arriviamo a costeggiare il Loch Cluanie: l’aria è nebbiosa, il cielo grigio e il paesaggio verde di felci. Alla prima piazzola di sosta ci fermiamo, irresistibilmente attratti dal lago. Troviamo già una macchina parcheggiata: è una coppia di ragazzi stranieri, lei addormentata in macchina, lui che vaga là vicino. Scendiamo e ci avventuriamo verso l’acqua…
Purtroppo l’acqua la troviamo ben prima del previsto: la riva del lago si rivela un acquitrino, il terreno è spugnosissimo e imbevuto d’acqua e i piedi affondano e si inzuppano. Purtroppo dobbiamo fare dietrofront nel giro di poco, dato che le scarpe che abbiamo addosso sono tutto fuorché impermeabili: usciamo sconfitti, ma comunque soddisfatti dalla breve camminata.



Ci rimettiamo in marcia e il paesaggio diventa sempre più mistico e quasi spettrale: sarà la luce grigia, ilo verde delle montagne che ci inghiotte con tutta la strada, ma davvero  sembra di attraversare un sogno. Lasciamo il Kintail e la sua atmosfera da universo parallelo quando raggiungiamo le sponde del Loch Duich: non è però un addio, dato che il giorno successivo il nostro percorso ci riporterà sulla A87 per riattraversare la valle incantata.

Del Loch Duich dobbiamo raggiungere la punta nord: è lì che si trova il castello di Eilean Donan, una piccola roccaforte fiabesca, su un isolotto in mezzo al lago, collegato alla terra da un ponte in pietra. Il castello fu costruito inizialmente intorno al 1200 come roccaforte contro i vichinghi: tuttavia fu praticamente demolito dai cannoni inglesi nel 1719 e restaurato nella prima metà del 1900. È stata una delle location di Braveheart…tant’è che ancora mi devo rivedere il film per ritrovarlo nelle scene!



Prima di visitare il castello, facciamo un salto a Dornie, paesino di 300 anime a due minuti di macchina: lì troviamo uno (nel senso di “uno solo”) shop, dove recuperiamo una Tennent’s in lattina per annaffiare i famosi panini. L’idea sarebbe anche quella di passare all’unico pub di Dornie per prenotare un tavolo per la sera, ma il suddetto pub (il Clachan) apre alle 16, per cui, dopo aver riempito lo stomaco, torniamo al castello e iniziamo la visita. La piccola roccaforte è ora di proprietà di una famiglia che la tiene arredata negli interni e molto curata negli esterni: entrarci, come al solito, riporta indietro di qualche secolo e il fatto di trovarsi su un lago, rende il tutto ancora più suggestivo.  Iniziamo con un giro intorno alle mura, come facemmo al Dunguair Castle in Irlanda, e poi entriamo prima nel graziosissimo cortile, poi negli interni. 





Purtroppo, con mio disappunto, scopriamo che non si può salire in cima: per consolarci, una volta usciti, andiamo ad esplorare la zona sotto il ponte, una torba un po’ paludosa, ma molto scottish.


Terminata la visita, torniamo di nuovo a Dornie: le 16 sono passate e andiamo a bussare al Clachan… per scoprire che non prendono prenotazioni! Ci dicono, però, che se arriviamo presto, ci possiamo sedere al bancone e bere qualcosa in attesa che si liberi un tavolo…e, cosa più importante, ci assicurano che ci daranno comunque da mangiare!

Guadagnata la cena, ci avviamo per garantirci anche un posto dove dormire: la notte la dovremmo passare in quello che è il B&B che più mi ha ispirato tra quelli prenotati. Si tratta del Beinn Edra bed&breakfast, gestito dalla signora Christine, direttamente sulle sponde del Loch Duich. Lo troviamo abbastanza facilmente e parcheggiamo nel cortiletto interno. La signora, che vive lì con il marito, è una persona davvero deliziosa: ci ha preparato una delle tre stanze in un modo che quasi ci fa sentire a casa. Tutto in legno, con lenzuola lilla e cuscini morbidissimi, bagno piccolo, ma assolutamente confortevole, vista sul lago. Credo sia il posto più delizioso dove abbia mai alloggiato! Lo consiglio vivamente a tutti quelli che devono passare per di là!

Alla fine, tra un relax e l’altro, finiamo per tornare al Clachan di Dornie verso le 18.30 e ovviamente (?) lo troviamo pieno: ci fanno sedere al bancone e ci servono un paio di birre piccole, che accompagniamo con un pacchetto di patatine. Lo stomaco è irrequieto, ma dobbiamo attendere fino alle 19 prima di avere il nostro tavolo. L’attesa comunque è ben ripagata: il locale è davvero carino, molto in stile pub nordico, la gente è gentile ed efficiente. Finalmente si mangia: il mio ragazzo prova la zuppa del giorno che, essendo rossa, sospettiamo essere di pomodoro o peperone o tutti e due…comunque calda e buona! Io invece, che proprio non riesco a tenermi leggera, mi lancio sul fish pie, uno splendido tortino di patate, formaggio filante e tre tipi di pesce locale, che mi sazia e mi rende molto felice! Il tutto, naturalmente, annaffiato dalla seconda birra rossa della serata.


Quando finiamo di cenare, fuori sta diluviando: io, però, non sento ragioni, e mi fermo di nuovo all’Eilean Donan. Mi sono messa in testa di scattargli una foto al tramonto e voglio aspettare che spiova. In effetti, dopo cinque minuti il temporale si placa: il tramonto non è dei più colorati dato che è già tardi e il cielo continua ad essere cupo, ma le foto vengono comunque piuttosto bene.




Seguendo la scia dei giorni precedenti, e soprattutto pensando alle fatiche che ci attendono l’indomani, ci mettiamo a nanna presto, tra le calde e comode lenzuola del B&B.