lunedì 31 dicembre 2012

Sinfonia di fine anno

Siamo arrivati a fine 2012, il calendario Maya è finito, il mondo è ovviamente ancora qui, abbastanza immutato... almeno a livello generale.

Per quanto mi riguarda, l'augurio che mi ero fatta a fine 2011 (http://throughthelookingglass--alice.blogspot.it/2011/12/in-direzione-ostinata-e-contraria.html) è stato pienamente realizzato: questo 2012 è stato decisamente "full" e totalmente "fool"!

Se scorro la mia ticklist del 2012, trovo tanta roba e tutta molto soddisfacente: si passa da una certa costanza nella lettura, che non avevo dai tempi del liceo, a montagne scalate, da piccoli sfizi rimandati per anni, a weekend in tenda che restano tra i momenti migliori dell'anno. Passando per un numero ingente di concerti e viaggi, viaggi, viaggi lontani, vicini... e il VIAGGIO, to my beloved London!

Se invece scorro la lista dei propositi che avevo fatto a inizio anno, scopro che ne ho completati 5 su 8: uno l'ho mancato totalmente, ma dato che l'alternativa è stata il viaggio londinese mi posso tranquillamente ritenere soddisfatta così; uno è stato tentato, ma non è andato a buon fine; l'ultimo si è evoluto in qualcosa di molto più grande...c'est la vie!

Insomma, posso chiudere i conti con questo bisestile senza grossi rimpianti: non tutto è andato come avrei voluto, ma sospetto che, almeno per alcuni aspetti, le cose semplicemente non dovevano andare nella direzione prevista, e per un motivo preciso. O forse sono diventata abbastanza brava a correggere la rotta verso altre ciambelle, se le prime non escono con il buco :) .

Questo 2012 si può suddividere in tre movimenti: disperazione, frenesia, serenità. Per fare una sinfonia ce ne vorrebbe un quarto, ma credo sia sensato rimandarlo al 2013.

La prima parte dell'anno mi sono scontrata con il cambio di realtà: passare dalla vita universitaria a quella lavorativa è stato un trauma. Non per le 8 ore lavorative 5 giorni a settimana, non per gli impegni o per le responsabilità, non per mancanza di voglia, ma per l'apertura d'occhi su alcune dinamiche della vita. Digerire le lezioni proposte di giorno in giorno, guardarsi da un punto di vista molto diverso e trovarsi a mettere in discussione le basi ... è tosto. Non ci puoi arrivare preparata ad una cosa del genere, in alcun modo. La primavera mi ha vista inquieta, senza meta né veri punti di appoggio.

La seconda parte, che ricopre l'estate fino a fine settembre, è stata frenesia pura, buttarsi a capofitto in possibili soluzioni, strade, idee... non è stato male, qualcosa ne è venuto fuori, ma non i risultati che attendevo.

Gli schiaffi ricevuti mi hanno portata alla terza fase: serenità. Si tratta fondamentalmente dell'accettazione degli assiomi venuti fuori nella prima parte dell'anno, nel comprendere su cosa andare a lavorare nel proprio carattere...e nel cercare di darsi delle risposte da sé, senza cercarle al di fuori, dove non possono trovarsi.

Dal titolo del mio album fotografico, New Born. Rinascita. Con una gestazione di 9 mesi. 

Sono convinta che sia un processo per cui passeranno tutti quelli che tra poco inizieranno per la prima volta a lavorare, è il tipo di percorso che abbiamo scelto noi che abbiamo intrapreso la via dello studio.

Di cose da dire ce ne sarebbero molto, troppe, ma le terrò per i prossimi mesi e le sviscererò un po' per volta.


Per il momento...

BUON 2013 A TUTTI, CHE OGNUNO  DI NOI, TRA UN ANNO, POSSA GUARDARSI INDIETRO  SENZA RIMPIANTI E CON L'ANIMA PIENA.


***

TICKLIST 2012

✓ Andare al cimitero acattolico
✓ Svegliarsi una mattina e trovare Roma innevata
✓ Leggere Il Piccolo Principe
✓ Leggere Paradise Lost
✓ Leggere L'Elogio della Follia
✓ Provare snowboard
✓ Leggere Il Dottor Faust
✓ Andare al karaoke
✓ Dormire in tenda
✓ Bere un Irish Coffee
✓ Suonare al Jailbreak
✓ Arrivare sulla cima del Corno Grande
✓ Andare all'HJF
✓ Iniziare a leggere i russi
✓ Visitare il Passetto
✓ Vedere Shining
✓ Attraversare un bosco di notte
✓ ANDARE A LONDRA!
✓ Visitare l'Orto Botanico di Oxford
✓ Vedere Stonehenge
✓ Vedere l'Avvocato del Diavolo
✓ Leggere l'Amleto
✓ Visitare l'acquario di Genova
✓ Andare ad un concerto dei Muse
✓ Vedere 2001: Odissea nello Spazio

martedì 20 novembre 2012

Muse@Bologna: il karma, la dolce droga e la perfezione

Qui torniamo al discorso della musica inglese. Non paghi di aver monopolizzato anni '60, '70 e '80, questi maledetti, adorabili britannici, hanno sfornato il gruppo che, tra quelli contemporanei, può dirsi tranquillamente il migliore.

La mia storia d'amore con i Muse è nata relativamente tardi: è esplosa in maniera violenta solo 3 anni fa, dopo essermici approcciata con la chitarra, pur conoscendoli e apprezzandoli già da prima. Suonandoli, tuttavia, è scoccato un qualcosa in più che li ha fatti arrivare rapidamente nelle posizioni più alte delle mie classifiche e che mi aveva portato all'epoca, a cercare, quasi disperatamente, un biglietto per il loro live a San Siro. E quella santa donna di Fabiana me l'aveva trovato, sì che me l'aveva trovato...ma a due giorni dal concerto, con un esamone altri due giorni dopo. Dissi no. E fu l'ultimo no della mia vita: la rosicata fu talmente potente da trasformarmi in una yes-woman!

Quasi tre anni dopo, la solfa cambia, i gusti no e finalmente a giugno, senza pensarci due volte, mi porto a casa questi BENEDETTI biglietti per l'Unipol Arena di Casalecchio di Reno (BO), 16 novembre. Rigorosamente parterre.

Lunga attesa, condita dall'arrivo, a due mesi dal concerto, del nuovo album del divin terzetto inglese: the 2nd Law. Qualche purista storce il naso, alcuni dicono "troppo elettronico"... io, Samantha e Manuel, destinati a vederli a breve siamo più che entusiasti del nuovo lavoro, un album in realtà molto curato, con canzoni coinvolgenti e una tematica non banale. Oltre a Survival, inno olimpico (nonché colonna sonora del mio viaggio londinese), ci sono molti ottimi pezzi che si incollano ai neuroni e faticano a staccarsi: dalla un po' pop Madness, alla un po' funky Panic Station, alla un po' floydiana Animals, alla più che incantevole Isolated Systems.

Il conto alla rovescia si è concluso venerdì scorso: treno delle 9.10 per Sama e delle 9.46 (e non 9.45!) per me e Manuel...Sama si carica dei bagagli e dell'onere di trovare i biglietti per la coincidenza per Casalecchio, noi facciamo colazione e ci prepariamo a saltare da un treno all'altro, con 9 minuti di margine, per stare all'Unipol Arena prima delle 13.

Il viaggio è tranquillo fino ai pressi di Bologna, quando ci rendiamo conto che il treno è in leggero, ma sostanziale ritardo: 5 minuti che bastano a trasformare la passeggiata da un binario all'altro in una corsa contro il tempo. Ci portiamo avanti e attraversiamo il Frecciarossa dal vagone 11 al 3 negli ultimi minuti: quando il treno si ferma infine a Bologna Centrale, schizziamo fuori e iniziamo a correre come dannati. Personalmente posso dire che quei 4 minuti di corsa mi hanno fatto guadagnare un treno, ma perdere un polmone.
Amaro, però, è ciò che ci comunica Samantha appena ci sediamo sul nuovo mezzo: ha sentito un suo amico a cui faceva la babysitter e che è lì dalle 8 del mattino... e la gente accampata davanti ai cancelli è già tanta...troppa. Tutto inutile insomma?
Così pare, almeno come primo impatto, appena arrivati al palazzetto: la gente non è ancora una folla, ma è abbastanza numerosa da mangiarsi le prime file: ci mettiamo in coda un po' affranti. Sama, però non demorde: ci lascia in fila e va alla ricerca del suo amico Francesco, un po' più avanti. Pochi minuti e mi arriva la telefonata: "Veloci, raggiungeteci, io mi sono già accodata..." ... io e Manuel ci muoviamo in fretta, aggiriamo la folla e ritroviamo Samantha (da ora in poi "il talismano") a ridosso dei cancelli, in compagnia di due ragazzi dai capelli blu. Ci presentiamo ai nostri salvatori, davanti agli occhi saturi di odio della folla ormai dietro di noi e ringraziamo qualcosa come cento volte: l'appena conosciuto Francesco conquista la palma del miglior amico della giornata! Secondo posto per il cugino Mattia, che qualche ora dopo ci fa guadagnare anche i numeretti sulle mani che avevano iniziato a segnare dalla mattina i primi della fila e che, guarda caso, si erano interrotti proprio arrivati a lui: il mio 47 è ancora sul dorso della mano, marchio indelebile di questa mattata e del karma che per una volta ci ha voluto bene.

Le ore trascorrono un po' lente e un po' no, tra il freddo umido della Pianura Padana e qualche partita a briscola. Proprio quando l'entusiasmo inizia a cedere il posto alla stanchezza, dall'Arena giungono due novità che risvegliano la folla: la prima è un cartellone con le date del tour estivo... Roma, 6 luglio...già so che dovrò avere quei biglietti. La seconda è la musica che proviene dalle porte aperte del Palazzetto: le Exogenesis suonate come brani di prova, zittiscono e incantano tutti. Le porte si richiudono dopo qualche brano, ma la magia ormai è avvenuta: ci siamo risvegliati e sopportiamo il tempo che resta.

Ore 19: infine i cancelli si aprono, con mezz'ora di ritardo. La nostra fila è lentina, ma ce la facciamo a superare la soglia e da lì parte la seconda corsa matta della giornata, ignorando bellamente gli stuart che ci intimano di far piano. Qui avviene la scissione: ho individuato i capelli blu di Francesco davanti a me, ma Samantha mi chiama sulla sinistra e raggiungo lei. Da quel momento in poi, noi saremo a sinistra e i ragazzi a destra della pedana che, dal palco, si allunga verso il pubblico. Con la mia compagna di follie ci mettiamo sedute a terra, come richiesto dai bodyguard: lo spazio vitale è già poco così, persino a gambe piegate finisci sugli altri, e ci accontentiamo di una discreta quinta fila.
La tranquillità dura ben poco: tempo un quarto d'ora e salgono sul palco gli Everything Everything, gruppo spalla. Ciò che ne consegue, ancora fatico a spiegarmelo: l'odore dei musicisti sul palco fomenta la folla che si solleva tutta insieme. Veniamo prima alzate e poi trascinate avanti e avanti e avanti...pare a causa dello zaino di Samantha, rimasto impigliato tra due tipi. Il karma ci ha fatte volare in seconda fila, senza colpo ferire e superando ragazzi che ci erano davanti e che si uniscono alla (giustificata) schiera di gente che ci odia dalla mattina. Tra questi, troviamo sulla destra un discreto signore di almeno cinquant'anni che accompagna le due figlie adolescenti (in prima fila, davanti a noi) e che sfoggia sulla mano il numero 3: ha dormito lì! Dopo averci guardato in cagnesco per un po', finisce per rabbonirsi e ci racconta che la sera prima ha partecipato alla partita a calcio organizzata da Chris, il bassista, che i Muse li ha già visti a Torino e sono grandiosi e che il suo concerto preferito resta The Wall di Waters (e con questo si è guadagnato la mia totale simpatia).

Il gruppo spalle è discreto, piacevole, ma, come ogni gruppo spalla, destinato a fallire: il pubblico vuole i Muse. E loro, britannici nel midollo, non si fanno attendere: alle 9 le luci si spengono e attacca Unsustainable, con la voce della giornalista che ci ricorda che An economy based on endless growth is... 

Perfettamente legata, ci scivola nelle orecchie Supremacy, in cui possiamo ammirare il falsetto di Matthew in tutta la sua potenza. Ciò che invece ammiriamo nella successiva, è il basso di Chris a portata di mano: per suonare Hysteria arriva sulla nostra pedana e ci mostra cosa vuol dire essere DAVVERO VICINI al palco. Dal soffitto inizia a calare una piramide rovesciata composta da schermi e si passa a Resistance...e qui muoio! Perché Resistance, canzone che ha avuto i suoi perché nella mia vita, Matthew me la viene a cantare per intero ad un metro e mezzo di distanza: voglia di piangere, me la canto tutta di cuore. In Supermassive Black Hole e Animals esplode tutta la grinta del terzetto che non sta fermo due secondi sul palco e Matthew ci regala un assolo sotto il naso, praticamente in ginocchio.
Ora, piccolo inciso da donna su Matthew Bellamy: premettiamo che non è bello nel senso stretto del termine.  E' bassino, viso irregolare, accenno di stempiatura ormai...ma è stato eletto svariate volte uomo più sexy dell'anno...un motivo ci sarà, no? Oh cacchio se c'è: sul palco si porta dietro un'aura potentissima, a vederlo suonare e cantare non puoi fare a meno di tenergli gli occhi addosso e ... onestamente.... sbavare XD ! E' un animale da palcoscenico, oltre ad un eccellente musicista e un curioso personaggio... ammetto di essere stata pienamente investita dal suo fascino!

Si prosegue con le più pacate Explorers (che non pensavo di sentire e che adoro, tra quelle del nuovo album) e Falling Down (che, tra tutte, persiste ancora nel mio cervello come il 47 persiste sulla mia mano). Ciò che segue è la canzone della mia scintilla con i Muse: Time is Running Out non penso abbia bisogno di commenti, essendo un pezzo fomentoso da sentire nelle cuffie, da suonare con lo strumento in mano, da cantare a squarciagola, da vivere in un live. Liquid State, Madness (con gli strani occhiali di Matthew) e Follow Me ci fanno assaporare ancora The 2nd Law, ma nella successiva, Undisclosed Desires, accade qualcosa che scatena la mia furia. 
Matthew scende dal palco. Matthew passeggia davanti alle transenne. Matthew dà la mano ai fan delle prime file. Matthew si avvicina... Quello stronzo del bodyguard ciccione (che puntava il laser contro il pubblico...) si piazza proprio davanti a noi. Due quindicenni e due ragazze. Proprio davanti a noi. Matthew lo aggira e passa oltre. Io impreco pesantemente, mi rivolgo al bodyguard e gli urlo n volte "SEI UNO STRONZO!". Lo sfogo non serve a curare la delusione purtroppo.
L'unica cosa che riesce a distrarci è l'attacco di New Born, altro pezzo più che atteso e che la folla canta con il cuore in mano. Si conclude con la piramide che si abbassa, stavolta dal lato giusto, fagocitando i tre tipi divini che continuano a suonare. 
Silenzio.
Attacca Isolated System, con il suo video trasmesso sugli schermi della piramide. Brividi.
Ma non finiscono qui perché subito dopo ecco che parte Uprising in tutta la sua potenza e cattiveria e i nostri beneamati ricompaiono. Da questo momento in poi, con Samantha, siamo passate all'attacco pesante: sfoderato già da un po' il mitico cartello con la gentile richiesta di un plettro, da quel momento iniziamo a tenerlo costantemente in bella vista ogni volta che Matthew o Chris sono nei paraggi. E io sono certa, ma proprio certa, che Matthew ci abbia viste, che il suo sguardo nella nostra direzione ci sia caduto più di una volta... e i plettri li ha tirati. Solo che l'unico plettro arrivato l'ha raccolto il signore cinquantenne che era lì dalla sera prima e, tutto sommato, il karma dice che è giusto così.

Il pre-bis è la carichissima Knights of Cydonia che fa saltare e cantare tutta l'Unipol Arena.
Usciti nuovamente dal palco, i Muse vengono richiamati a gran voce per suonare gli ultimi due pezzi: la sempreverde Starlight, durante cui Matthew torna sulla pedana e rivolge il microfono al pubblico che urla "High hopes and expectaaaaaations, black holes and revelaaaations".
Gran finale, forse inaspettato, ma ben riuscito, è costituito da Survival, canzone per cui ho avuto il colpo di fulmine sentendola come sottofondo ad un emozionante video di presentazione dei Giochi Olimpici londinesi.
E su "And I'm gonna wiiiiiiiin" il concertone si conclude in una potente sbuffata di ossigeno fresco che avvolge il palco, il pubblico e rinfresca i bollenti spiriti.

E' finita.
Lì mi rendo conto che sono stanchina, che non ho cenato e lo stomaco brontola da metà concerto, che non ho bevuto praticamente nulla e sudato tantissimo e che sarò piena di lividi per le lotte continue per difendere (vittoriosamente) la mia posizione. Il parterre è questo. E' sacrificio e resistenza. Probabilmente è bello proprio perché è così.

Veniamo messi alla porta da altri simpatici bodyguard, ma ormai siamo nella fase tossica: felicità, emozione, soddisfazione per aver vissuto un grande spettacolo e, grazie ai due ragazzi dai capelli blu, dalle primissime file. Proviamo a scivolare sul retro dell'Arena dove vi sono molti camion su cui caricano pezzi di palco per partire poi alla volta di Pesaro: i Muse saranno già usciti? Vediamo passare un furgoncino dai vetri oscurati che, poco dopo, esce nuovamente da cancello. Rimasti ormai solo io, Sama e Manuel, salutiamo tutti e tre in direzione del furgone: ci piace pensare che fossero loro, chissà.

Chiudiamo con l'acquisto di due magliettine splendide, con le date segnate su una piramide rovesciata. Merchandising ufficiale. Ogni tanto si può.

Ultima chicca della serata, che riassume bene lo stato d'animo: Manuel dichiara che l'anno prossimo, il 16 novembre, verrà in pellegrinaggio all'Unipol Arena, ormai divenuta un tempio. E' il luogo dove gli Dei si sono rivelati XD !

Esagerazione a parte, in conclusione posso dire che i Muse sono davvero il gruppo migliore in circolazione: i loro live sono perfetti, non sbagliano una nota, non steccano, non si fermano, suonano tanto e sempre con molta grinta e partecipazione. Interagiscono con il pubblico il più possibile e il pubblico li ripaga cantando tutti i loro splendidi pezzi, anche quelli più nuovi. Sono da vedere almeno una volta, ma anche 2, 3 o 4 non guasta! 

Punto convintamente alla data di Roma, per il prossimo 6 luglio: è un sabato, a meno di sorprese non dovrò viaggiare e potrò ricambiare il favore a Francesco e andare a prendere posto molto, molto presto! Parterre, transenne, un bodyguard in meno, un plettro e la mano di Matthew in più. Ma per stavolta, il karma ha detto che va bene così, che il mio lato tossico può ritenersi più che soddisfatto e crogiolarsi in quel misto di esaltazione e nostalgia che ti procurano i postumi di un bel concerto.


domenica 11 novembre 2012

Liguria: appunti di viaggio

La Liguria è una terra un po' contraddittoria, con queste montagne che si tuffano senza pensarci troppo nel mare, le villette chic abbarbicate sui pendii da un lato, i carruggi stretti stretti e un po' malfamati dall'altro.
La Liguria è una terra con cui, tutto sommato, ho un certo feeling.
La associo, da quando sono bambina, a parenti  che vedo poco, ma a cui mi sento molto legata. E poi insomma.. c'è Faber, nato e cresciuto in quel di Genova, sempre presente nella mia vita come sottofondo musicale, da 25 anni.

Da Santa Margherita mancavo dalla bellezza di 12 anni. Era il 2000, stavo finendo le medie, avrei iniziato a seguire il calcio solo quell'estate, la Rover era nuova di fabbrica...insomma, mezza vita fa! Ricordavo poco e niente, giusto l'incredibile concentrazione di sardi che vi abitano o ci sono passati negli ultimi decenni.
Santa Margherita Ligure è la sorellina di Portofino, meno famosa, ma altrettanto ben tenuta. Casettine colorate in mezzo a molto verde, porto pieno di barche a vela, stradine che si arrotolano su se stesse e si arrampicano per le salite tipiche. In cima ad una di esse, Villa Durazzo, circondata da uno splendido e verdissimo parco strapieno di draghetti. Draghi? Ebbene sì, tanto per sottolineare qualche altro aspetto simpatico della Liguria, ho scoperto che il suo patrono (e patrono di Genova) è San Giorgio...proprio quel San Giorgio del drago...quello che poi, guarda caso, è patrono dell'Inghilterra.

Se da Santa costeggi il porto e scendi verso sud, ti ritrovi sulla strada costiera che riserva un bel po' di panorami mozzafiato: il mare blu, verde e azzurro (che a novembre, con il cielo grigio, ha un suo fascino particolare) che si schianta sulle scogliere da un lato, villette coperte di edera rossa, immerse nei boschi dall'altro. Seguendo il serpeggiamento della costa, si arriva a Paraggi, quattro case in croce e una spiaggetta niente male, che d'estate deve essere un piccolo paradiso. Da là parte una passeggiata pedonale che si arrampica sul lato del promontorio e ti fa camminare su un sentiero che sembra uscito dalle favole: un percorso in pietra, con le lanterne genovesi che ti guidano, in mezzo al bosco, con il mare decisamente più in basso. Punto conclusivo, dopo un chilometro e mezzo è Portofino: io non ho una grande simpatia per questi posti così chic (sarà l'animo tirchio, piuttosto genovese anche quello), però devo dire Portofino è un gioiellino: dalla piazza principale, al castello Brown, fino al faro, tutto è tenuto divinamente...niente da dire, si sanno vendere!
L'unica cosa che ti fa ricordare che sì, sei ancora in Italia, è la corriera per tornare a Santa: probabilmente invidiosi degli autobus romani, hanno pensato bene di farne passare una all'ora, di modo che nei giorni festivi il bus è così pieno che non hai nemmeno bisogno di reggerti, nonostante le numerose curve...tanto lo spazio per cadere non c'è!

Ultima tappa (obbligata) del mio ritorno nel nord Italia, è stata proprio Genova. La Superba è una bella città, ma può piacere e può non piacere. Il centro, che circonda via Garibaldi, è patrimonio dell'UNESCO: i palazzi sono eleganti, ma austeri e anche le vie principali, per tenersi bilanciate con i carruggi, non si allargano troppo e restano abbastanza buie.
"Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi" si snodano le viuzze della zona adiacente al porto, il quartiere malfamato di Genova. Regina tra quelle stradine, è la celeberrima Via del Campo: ormai è diventata anch'essa, in un certo modo, un'attrazione turistica e questo l'ha resa percorribile e decisamente meno pericolosa. Più o meno a metà c'è una bella targa commemorativa dedicata a Faber e al verso più bello della sua canzone: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". L'aria che si respira in quella zona, "carica di sale, gonfia di odori", sa proprio di De André: ti sembra di sentire la sua voce calda che canta la Città Vecchia.
Ad un certo punto, venendo da Principe, puoi prendere un carruggio qualsiasi sulla destra e trovarti al porto antico: in realtà, di antico ormai ha ben poco, visto che è occupato da tutte le strutture più o meno futuristiche che orbitano intorno all'Acquario. Ecco...l'Acquario: un altro di quegli sfizi che mi volevo togliere da parecchi anni, anch'esso colpito da una specie di maledizione che mi faceva puntualmente saltare qualsiasi intenzione di visitarlo. Che dire? Mai andarci durante il weekend o le festività o i ponti! Ho fatto qualcosa come un'ora e mezza di fila (attraversava tutto il porto antico!) e ho dovuto sopportare frotte di marmocchietti urlanti con genitori maleducati... in ogni caso, meritava la pazienza spesa, anche solo per vedere i lamantini che sono animali meravigliosamente paciosi di cui quasi ignoravo l'esistenza fino a qualche tempo fa.

Insomma il bilancio di questo piccolo viaggio di quattro giorni nel nord ovest del bel paese è decisamente positivo: terra più bella di quanto avessi immaginato e cibo buono, hanno condito l'incontro troppo a lungo rimandato con una fetta di parentela con cui ci si rivede sempre molto volentieri!

lunedì 29 ottobre 2012

L'amore non ha età

Piccolo aneddoto sugli aspiranti musicisti.

Quando ho ricominciato, lo scorso semestre, a prendere lezioni di chitarra, quelle poche volte che riuscivo ad arrivare con qualche minuto di anticipo alla scuola, non catapultandomi fuori dal lavoro come al solito, davo una sbirciata a chi faceva lezione prima di me.
Dalla sala usciva una bimbetta riccioluta che avrà avuto 6 anni, con, in spalla, una chitarra più grande di lei, e Hey Jude come compito per casa. Mi faceva una tenerezza! E soprattutto stimavo il padre per il suo tentativo di introdurla nel mondo della musica da così piccola. Mi rendo conto che quello sia, in un certo senso, un lavaggio del cervello, ma se il bambino risponde bene, è un lavaggio del cervello così buono e dagli effetti così positivi, che vale la pena tentarlo. E la bambina, da quel che ho capito da quei pochi scambi di battute con il papà, rispondeva più che bene.

Da ottobre, con l'inizio del nuovo anno accademico, ho cambiato giorno e sede, per cui non ho più modo di osservare la piccola aspirante Joan Baez.
Oggi, però, ho incrociato il mio nuovo predecessore: adesso, in totale opposizione alla bimba, c'è un discreto signore dalla chioma totalmente candida, sui settant'anni: oggi, prima di andar via, si guardava di i suoi nuovi spartiti da studiare e discuteva con il maestro di assoli e alterazioni in chiave. Il mio insegnante dice è uno tosto, che ci mette grande passione.

Vedendolo, e pensando di riflesso alla bambina, mi si è scaldato il cuore: è proprio vero che l'amore non ha età, almeno quello per la musica. Può iniziare ad accompagnarti con colonna sonora dei tuoi giochi e finire con l'essere la fonte della giovinezza in tarda età.
Pensandoci, trovo davvero confortante sapere che, in questa esistenza così instabile, dove ogni giorno puoi mettere in dubbio un'altra certezza, c'è qualcosa che ti seguirà per tutta la vita. Puoi starne sicura che sarà ancora lì per anni, e sarà più fedele di un fidanzato, meno rompipalle di un fratello e più brava a consolarti di un amico.


venerdì 24 agosto 2012

London Diary: Day 7

Premessa sulla guida britannica

Ho passato tutta la vacanza e sono tornata a casa con in testa la domanda “Perché diavolo i britannici guidano dal lato sbagliato?” … impossibile non porsela quando passi otto giorni a guardare dieci volte a destra e a sinistra prima di attraversare, controllando per ultimo inevitabilmente il lato sbagliato.
Ovviamente non esiste una spiegazione univoca e ufficiale, ma una cosa è certa: il lato sbagliato, almeno storicamente, è il nostro!
Pare che tutto abbia inizio dalle abitudini medievali: quando si andava in giro a cavallo, il buon senso portava a tenere la sinistra e non la destra. Questo perché il lato scoperto (quello in direzione del centro della strada) di un cavaliere restava, in questo modo, il destro, ovvero il lato con cui si impugna la spada: era una questione di difesa personale. Questo senso di marcia venne addirittura ufficializzato da papa Bonifacio VIII.
Pare, però, che, durante la rivoluzione francese, Robespierre, per contrapporsi alle abitudini della nobiltà, impose come senso di marcia, il lato destro, considerato il lato del popolo perché i contadini senza cavallo camminavano lì. Sembra inoltre che Napoleone riprese questa idea e la ufficializzò, traendone vantaggio poiché era mancino.
Per quanto riguarda le automobili, c’è da aggiungere che i primissimi modelli avevano il freno a mano all’esterno, sul lato destro: ovviamente per questo motivo, anche il volante era posto sulla destra. Successivamente il freno a mano fu spostato dentro, al centro: a quel punto, i produttori ebbero libera scelta se tenere il volante sul lato vecchio o spostarlo a sinistra per continuare ad impugnare il freno con la destra. Gli inglesi, tradizionalisti, scelsero la prima opzione.
Ho scoperto, comunque, che la guida a sinistra non è una peculiarità solo delle isole britanniche, ma è applicata dal 33% della popolazione mondiale: oltre a Regno Unito e Irlanda, anche in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e Giappone (per citare le nazioni più rilevanti) si tiene la sinistra.

***
In teoria, nella mia tabellina di marcia, sull’ultima mattina c’era scritto “Harrods” … ci ho pensato (poco), poi ho messo in borsa l’ultimo pezzo di pane che ho trovato a casa (ormai immangiabile) e sono uscita. Direzione Marble Arch, Hyde Park. 


Fondamentalmente, dopo che a Parigi sono rimasta bloccata mezza giornata ai Lafayette, tempo perduto che avrei potuto sfruttare al Louvre, ho capito che, a me, dei grandi magazzini, non me ne frega un accidente di niente. Soldi non ne avevo quasi più e il verde di Hyde Park era molto più allettante delle vetrine colorate degli Harrods. 

A Marble Arch mi sono tuffata di nuovo in mezzo agli alberi, prima seguendo il sentiero del giorno precedente, più esterno, poi deviando verso l’interno, per godermi pace e silenzio lontana dal traffico. 

Hyde Park è il regno dei pennuti: ci sono volatili di tutti i generi che volteggiano tra gli alberi o passeggiano in riva al Serpentine. Ho passato 10 minuti ad inseguire una specie di oca per fotografarla … per poi ritrovarmi in mezzo ad un intero stormo pochi metri più avanti! 

Le vittime sacrificali per la mia reflex, però, non dovevano essere solo i piumati: proseguendo sul sentiero in direzione di Hyde Park Corner, ho infine scovato le mie prede … scoiattoli!! Eccoli lì, che saltellavo sul prato, vicino ad una panchina … ho sfoderato la mia esca (ovvero il pezzo di pane) e ho iniziato al adescarli. Sono socievoli e uno mi è anche saltato per un attimo sulla gamba, ma sono comunque velocissimi e ci ho messo un po’ a trovare degli scatti soddisfacenti … in genere si avvicinavano al pane, lo afferravano e schizzavano su per un albero, a mangiarselo in santa pace, lontani dai piccioni molesti. Alla fine, comunque, ho vinto io e ho delle belle foto! 

Sarò banale, ma ho deciso di salutare Londra con un ultimo giro a Westminster: un po’ è il fascino di quella zona, un po’ non ero soddisfatta delle foto che avevo scattato alla prima visita … comunque alle 10.30 ero di nuovo sotto al Big Ben! E decisamente non mi sono pentita della scelta! 

Salutare una città per tornare nella propria è una faccenda triste: devi giocare a tetris con la valigia, lasciare la stanza/appartamento che ti ha ospitato per giorni, riconsegnare le chiavi, prendere la via dell’aeroporto. 

E anche finire i soldi, in questo caso. A Stansted, ho barattato le ultime 10£: 5 per qualche chilo in più con una merenda ipercalorica a base di muffin al cacao e frappuccino moka da Starbucks; e 5 per Mandeville, mascotte delle Paraolimpiadi che puntavo da inizio vacanza, ma per cui non avrei speso soldi, se non di avanzo. 

Ci ho provato a perdere l’aereo, giuro che ci ho provato … ma la Ryanair ci ha imbarcati proprio all’ultimo e il mio piccolo ritardo è stato totalmente irrilevante … così mi sono rassegnata a salutare l’Inghilterra, con quello che è, però, un see you soon.


Conclusioni

Dopo 8 giorni in Inghilterra posso dirmi ufficialmente innamorata di quella terra: lo ero già prima, ma almeno ora parlo con cognizione di causa. Forse ne vedo solo gli aspetti positivi, ma il pacchetto di musica/letteratura/cultura/sport/natura/organizzazione è troppo allettante. Londra è la mia Wonderland.
Londra me la sono immaginata per almeno 10 anni e ora che l'ho vista posso dire che non avevo immaginato abbastanza.

giovedì 23 agosto 2012

London Diary: Day 6


Premessa sul mondo in una città

Quello che noti dopo qualche giorno a Londra è il suo modo di essere assurdamente variegata: le altre città che ho visitato nel corso degli anni non avevano questa caratteristica … non so come spiegarlo, ma anche se in tutte le grandi città europee si passa dalle palazzine ai grattacieli, non hai la sensazione di salti mortali che hai lì.
A Londra sali in metro ad Angel lasciando un quartiere dalle palazzine basse e graziose, pieno di locali e vita notturna che quasi ti  sembra un’atmosfera mediterranea  e scendi a Bank, nel cuore della City, degli uffici nei palazzi di vetro, della finanza londinese. Prendi la Circle Line e arrivi a Westminster, nell’orgoglio britannico, nella Londra che tutti immaginano, con il Big Ben e l’House of Parliament. Devii fino a Bloomsbury e ti trovi in un quartiere quasi aristocratico, meno negozi, palazzi più alti ed eleganti, con i classici portoncini inglesi in cima a 4 o 5 scalini. Risali fino a Camden e sei in un quartiere in cui regna il non-sense, in cui, dalle facciate delle piccole palazzine un po’ trascurate, emergono draghi, fate, scarpe, gatti e aerei. Ti lanci verso sud, scendi dalla Overground a Cutty Sark e ti ritrovi in quello che pare un paesino di pescatori, Greenwich. Ma se a Greenwich invece, scegliessi la stazione North, verresti catapultato nel futuristico mondo dell’O2, posto uscito da un libro di fantascienza in cui una gigantesca struttura a tendone contiene vie, negozi, locali, musei e spazi così ampi da disorientarti.
Londra è tutto questo, c’è qualcosa per tutti, una miscellanea di etnie, pensieri, culture, modi di vivere, di essere. Raccoglie tutto e lo mescola e lo rielabora e lo ripropone con l’organizzazione british. Sono tornata con l’aggettivo FULL in testa perché “piena” è la parola che descrive meglio questa città: piena di gente, di negozi, di diversità, di opportunità. Piena di sfaccettature. Mi chiedo se sia  difficile trovare il proprio posto in un luogo che offre così tanta scelta.
Che offre, come si dice di Londra, il mondo in una città.

***

Avevo bisogno di tempo per finire i regali, per passeggiare e  respirare l’aria londinese con calma, per godermi l’ultimo giorno. Il giovedì avevo solo due tappe e ho deciso di prenderle così come venivano, senza troppi programmi.

La mattina presto, forse troppo presto, ho visitato un altro quartiere della Londra Nord, non distante dall’Islington in cui risiedevo: Camden, il cui mercato è famoso come quello di Portobello.
Camden è la zona “strana” di Londra: non saprei come definire in altro modo questo quartiere che mi è parso vagamente trascurato da un lato, e incredibilmente variopinto dall’altro. Le palazzine di Camden, basse, strette e tutte attaccate, hanno le facciate infestate di … cose! Se al pianterreno c’è un ristorante cinese, tra i balconi dei piani superiori vedrete serpeggiare un grosso drago. Se invece l’attività è un negozio di scarpe, grandi  calzature sbucheranno tra una finestra e l’altra … e così via. E non si tratta di disegni, ma di veri e propri oggetti giganteschi che escono dalle facciate.

In realtà, sono onesta: forse era troppo presto, forse quella mattina non mi sentivo in formissima, forse lo stare da sola in una zona dall’aria vagamente malfamata mi ha turbata. Però Camden, oltre che per le palazzine particolari, non mi ha presa quanto avrebbe potuto. Le darò un’altra chance al mio ritorno.

Non essendo in forma smagliante pensavo di tornare a casa: arrivata alla metro, però, ho cambiato idea e ho raggiunto Bloomsbury, il quartiere dove è sito il British Museum.
Ok, non è a causa della mia idiosincrasia per i francesi che lo dico, ma il British fa concorrenza al Louvre. E ok, il Louvre ha ancora un po’ di fascino in più, devo ammettere, ma il British, con i suoi 7 milioni e passa di pezzi da tutto il mondo, è comunque sconvolgente. Aldilà della Stele di Rosetta che, se non fosse per la perenne orda di turisti che ha davanti, meriterebbe da sola il viaggio, tra sarcofagi egizi, pezzi del Partenone e teste dell’Isola di Pasqua, c’è abbastanza per perdere sia la testa che la giornata.

Devo avere un gusto un po’ macabro perché sono rimasta colpita dai vari resti umani presentati al Floor 1, appartenenti a tempi paleolitici. E le mummie!! Cavolo, su quelle, il British vince: le sue mummie sono tante, ben tenute e davvero impressionanti (anche ripugnanti se vogliamo) rispetto a quelle del Louvre.

Uscendo dopo 2 ore abbondanti di bighellonamenti, mi sono resa conto di aver perso almeno due o tre cose importanti, ma vedere tutto in uno sola volta è impossibile e, in ogni caso, il British, come molti musei londinesi, è gratuito, secondo il mantra inglese secondo cui “la cultura deve essere accessibile a tutti” (che entra in contraddizione con i prezzi esorbitanti di alcune attrazioni, ma vabbè, sui musei almeno hanno ragione!).

Il pomeriggio è stato il mio vero momento di libertà: tornata a Piccadilly, ho iniziato una lenta e lunga passeggiata con varie fermate shoppinghesche e come meta ultima, Hyde Park Corner. Le mie condizioni fisiche sono andate migliorando con il passare delle ore, perciò da lì ho deciso di proseguire verso nord e seguire il sentiero che costeggia il lato est di Hyde Park. Lo spirito si rigenera nei parchi londinesi!

Giunta a poca distanza da Marble Arch, la punta a nordest del parco, sono uscita per vedere e fotografare un curioso monumento commemorativo al centro della strada: gli inglesi hanno tirato su una specie di milite ignoto dedicato a “tutti gli animali che hanno servito e sono morti al fianco delle truppe britanniche o alleate, nel corso di tutte le guerre e campagne della storia. Loro non hanno avuto scelta”. Forse in contraddizione con il loro passato da cacciatori di volpi, ma c'è da dire che l’animalismo britannico è quasi commovente!

London Diary: Day 5

Premessa sulla musica inglese

Premessa scontata probabilmente, ma come avrei potuto ignorarla?
Prima di partire, facendo l’elenco degli artisti inglesi e godendomi la cerimonia di apertura dei giochi olimpici, sono riuscita, nonostante il mio background musicale, a sorprendermi della quantità di musica che l’Inghilterra ci ha regalato.
Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, Bee Gees, Led Zeppelin, Deep Purple, David Bowie, Mike Oldfield, Sex Pistols, Clash, Queen, Oasis, Blur, Muse, Coldplay, Radiohead, sono solo i  nomi più altisonanti.
Gli inglesi hanno una predisposizione naturale per le arti non figurative: se in pittura e architettura non hanno lasciato segni così indelebili nel corso della storia, nella letteratura e nella musica vantano esponenti enormi. Evidentemente è il mondo delle idee il loro ambiente artistico.
Dagli anni ’50 ad oggi, la musica inglese ha sfornato e continua a sfornare pilastri del rock: le svolte innovative hanno quasi tutte la loro origine nell'isola britannica, dai Beatles in poi. Londra ha calamitato anche numerosi artisti stranieri … uno su tutti Jimi Hendrix. Non è un caso quindi che l’Hard Rock più antico sia quello londinese.


Mi chiedevo la causa di tutta questa abbondanza. Suppongo sia legata a quella particolare apertura mentale che vige in Inghilterra e che porta a riuscire a sviluppare le proprie idee e le proprie capacità.


***
Dopo le 15 ore out del giorno precedente, puntavo ad una mattinata di tutta calma. Invece il mio simpatico orologio biologico ha messo a segno un’altra stoccata e, nonostante non abbia corso per nulla, non erano ancora scoccate le 9 e io ero già sull'Overground per Greenwich. 
Da ingegnere e donna di scienza non mi potevo esimere di far visita al Royal Observatory, punto in cui viene diviso l’est dall'ovest. Per l’Osservatorio, la fermata più comoda è Cutty Sark, il cui nome ho ricordato solo dopo aver visto a cosa corrispondeva. Scesa dalla metro, proseguendo a sinistra mi sono improvvisamente trovata di fronte ad una gigantesca nave a vela di inizio ‘800 e lì mi sono ricordata una vecchia storia della Paperdinastia, che parlava di un giovane Paperon de’ Paperoni in viaggio sul Cutty Sark nei pressi del Krakatoa. 

La visita a bordo del Cutty Sark l’ho rimandata al prossimo viaggio londinese per mancanza di tempo e pound e ho virato verso l’osservatorio. Esso ho scoperto trovarsi proprio al centro del Greenwich Park e per riuscire a trovarne l’ingresso ho perso buoni 40 minuti, e un bel po’ di energie vista la salita interminabile che costeggia le cancellate del parco. 

All'interno, i soliti onnipresenti stuart mi hanno indicato l’ingresso vero e proprio della struttura che, come ho scoperto una volta là davanti, è a pagamento a dispetto di ciò che la guida Lonely Planet presa in prestito andava dicendo. In ogni caso, per 7£ non mi sono accontentata di vedere il meridiano fondamentale da dietro un cancello e sono entrata. Una volta smaltita l’orda di occhi-a-mandorla che infestava il cortile, mi sono divertita a mettermi a cavalcioni del meridiano #1, a passeggiarci sopra, a saltare dall'est all’ovest del mondo, tanto per sentire come cambiava l’aria da un emisfero all'altro. Avendo ormai pagato, ho continuato il mio giro nei vari edifici che contenevano orologi, astrolabi, strumenti di misurazione, telescopi e tutta una serie di aggeggi legati a tempo e distanza. 

Chiusa la parentesi scientifica, ho deciso di tornare a casa per pranzo, sentendomi davvero spossata. Il punto è che tenere ritmi di camminate che vanno dalle 8 alle 12 ore giornaliere ti distrugge, arrivati al sesto giorno. Tanto più che gli impegni pomeridiani appartenevano ad una linea comune, ed erano tra l’altro tutti sulla Jubilee Line. 

Prima tappa pomeridiana era l’O2: spiazzo nella Greenwich nord, totalmente fantascientifico, l’enorme tendone dell’O2 è l’immagine della Londra futuristica. Io che, da ignorante, non avevo idea di cosa fosse, arrivata lì sono rimasta totalmente spiazzata da quella che è una specie di piccola città nella città. 
All'interno dell’O2, tra negozi e locali, si trova il British Music Experience, un museo interattivo dedicato agli ultimi 60 anni di musica inglese: incluso nella London Pass, valeva una visita per i cimeli storici che racchiude, dagli strumenti, al vestiario, ai video, in una passeggiata tonda dagli anni ’50 ad oggi. C’era infine una sala dove provare vari strumenti: purtroppo era invasa da bambini, perciò dopo un po’ ho perso la voglia di aspettare il mio turno e me ne sono andata. 

La seconda tappa pomeridiana era, per me, la più emozionante della giornata: raggiunta la zona opposta del centro londinese, sono andata alla ricerca di un attraversamento pedonale … facile indovinare di quale si trattasse. Come ho scritto su fb quella sera stessa: 
“A Londra c'è un attraversamento pedonale che costituisce un vero incubo per gli automobilisti: frotte di pedoni si divertono continuamente a fare avanti e indietro da un marciapiede all'altro, apparentemente senza motivo...” 
Divertentissimo vedere come gli automobilisti si fermassero ormai tra il rassegnato e lo sconfortato! 
Gli Abbey Road Studios sono qualche passo più a nord: io che li immaginavo enormi, sono rimasta sorpresissima nello scoprire che in realtà sono una piccola palazzina bianca con un cortiletto e molti cartelli che intimano di non entrare. La foto mentre passeggio (piuttosto preoccupata dalle macchine) sulle strisce ce l’ho per gentile concessione di una coppia francese a cui ho affidato la mia reflex (!). 

Per completare il pomeriggio beatlesiano avevo deciso di passare ad un Beatles Store ufficiale consigliato dalla guida della London Pass, che si trovava un po’ più a sud. La via mi era stranamente familiare, ma non ho saputo dire il perché fin quando non ci ho svoltato: numero 221b, cappello, pipa, Baker Street. Mai stata fanatica di Sherlock, ma ammetto che ha il suo fascino e mi è spiaciuto non essere riuscita a scattare foto decenti sempre a causa della folla di maleducati ragazzini orientali. 

La conclusione della giornata l’avevo affidata ad un’informazione letta sulla sopraccitata Lonely Planet: il mercoledì la National Gallery sembrava essere aperta fino alle 21 invece che solo fino alle 18 … essendo le 17 pensavo di avere il tempo per arrivare, farmi un giro di un paio d’ore con calma e poi tornare a cena a casa. Non essendo passata ancora per Trafalgar Square fino a quel momento, ho approfittato anche per scattare qualche foto alla celeberrima piazza e poi sono entrata nel museo. La National Gallery è un labirinto di sale simili, con opere notevolissime del Tiziano e del Tintoretto (gli artisti non italiani sono tremendamente più scarsi) … sono sincera, non sono una fan della pittura, per cui alla decima sala ho ceduto e mi sono diretta ai bagni per prendere una pausa di ristoro. Mentre ero lì ho sentito in lontananza la speaker del museo annunciare qualcosa: uscendo mi sono accorta che il bagno si era svuotato e che la via da dove ero entrata era bloccata. Salendo quindi da un’altra scalinata, mi sono ritrovata praticamente all’uscita: in sintesi, erano le 18 e il museo stava chiudendo! Grazie tante Lonely Planet! Dopo questa mezza sconfitta, ho preso la via di casa.


London Diary: Day 4

Premessa su Oxford

Come mi viene in mente di dedicare una premessa al luogo che, di tutto il viaggio, ho visitato più di corsa? Un’ora e venti ad Oxford è una bestemmia. Non hai il tempo materiale per vedere la città, i suoi college, non hai il tempo per gustarne l’atmosfera. Eppure,  sapevo che avrei avuto i tempi stretti. E difatti non ho scelto la passeggiata con la guida per sbirciare i punti salienti, ma una corsa solitaria per qualche dettaglio, uno in particolare.
E allora perché la premessa su Oxford, se non ne ho visto che un dettaglio?
Perché Oxford è arrivato prima di Londra. Nel mio immaginario, nel mio bagaglio di letture … nel percorso letterario sulla mia cartina inglese  è il pallino più grande, evidenziato da varie frecce. Quindi quando ho annusato la possibilità di passarci, anche se per pochissimo, non ho saputo resistere. Oxford è una finestra su altri mondi …
Oxford è una … LA città universitaria. Cosa si intende per città universitaria? Certo non quello che intendiamo noi, non quella roba vicino al Verano che è la Sapienza. L’università di Oxford NON è dentro Oxford. È Oxford. La città è disseminata di college, decisamente antichi e decisamente gotici. Ogni college rappresenta una facoltà: l’insieme di tutti i college costituisce l’università, ergo, la città stessa è l’università.
La stessa filosofia è applicata a Cambridge, la maggiore concorrente di Oxford: la rivalità è molto alta e gli appartenenti ad Oxford tendono a chiamare Cambridge “the  other place” … c’è poco fair play tra le università inglesi :D !
Oxford è una culla per la letteratura inglese, specie per gli scrittori fantasy. Tanto per citarne i tre che più mi stanno a cuore: al Christ Church College ha studiato e insegnato Lewis Carroll; Tolkien fu professore di inglese antico all’università di Oxford per tutta la vita; Philip Pullman ha studiato lì e l’ha resa la location fondamentale del suo capolavoro.
Tutti e tre hanno passeggiato per l’Orto Botanico di Oxford, traendone somme ispirazioni.

***
Fossi rimasta meno giorni, come ho sempre immaginato il mio primo viaggio a Londra (5 giorni al massimo, di più sarebbe stato un salasso), non avrei osato il tour fuori città. Avendo a disposizione 8 giorni però, sarebbe stato un sacrilegio rinunciarvi. Inizialmente avevo pensato solo a Stonehenge, per cui una mezza giornata sarebbe potuta bastare. Cercando, però, tra i tour organizzati, ho scovato il trittico Windsor-Oxford-Stonehenge … e se Windsor non era il mio primo interesse, l’altra accoppiata era davvero troppo allettante. Quindi ho prenotato, stampato il voucher e imbarcato anche quello insieme a tutte le altre scartoffie.

Il 14 mattina, alle 8.30 ero a Victoria Coach Station: è la stazione dei pullman vicino alla Victoria Station ed è da lì che partono i tour Evans Evans. La guida, una cicciottella signora inglese tra i 50 e i 60, era simpatica e di una precisione british. Dopo averci spiegato che potevamo scegliere quali ingressi acquistare, è passata a ritirare i soldi. Chiedendomi che nome segnare, le ho risposto “Porfirio”: è rimasta impressionata ed entusiasta, dicendomi che è molto affascinante e suona molto gotico. Le ho risposto che in realtà è italiano, dopo averla ringraziata. Accanto a me in pullman, mi sono beccata un obeso e saccente adolescente newyorkese…vabbé, non si può aver tutto dalla vita: dall’altro lato per fortuna c’era il finestrino con l’amena campagna delle contee inglesi.

Siamo arrivati a Windsor alle 10.25 e prima ancora di scendere dal pullman e mettervi piede, già sapevo che anche la meta meno interessante del tour avrebbe avuto il suo fascino. Il castello di Windor è una delle residenze reali, quella di campagna per essere precisi. Essendo effettivamente abitato e, per di più, dalla famiglia reale, il castello è tenuto in uno stato di perfezione assoluta. Ha il fascino della roccaforte medievale e lo splendore di un palazzo: per i suoi cortili girano le guardie reali (quelle rosse, con il buffo cappello nero) e sono riuscita a vederne il cambio, accompagnato da una banda che, per ragioni misteriose, suonava il motivetto di Indiana Jones. Anche Windsor l’ho girato in solitario: un po’ perché ho perso l’intero gruppo all’entrata (avevo l’ingresso privilegiato dovuto alla London Pass), un po’ perché c’era a disposizione un’audio-guida gratuita e in italiano! E direi che è andata meravigliosamente.

Alle 12.25 spaccate, l’orario della punta, sono tornata al pullman: lì, con mio sommo piacere, ho scoperto che la prossima meta sarebbe stata Oxford e non Stonehenge com’era inizialmente previsto. Il che implicava che non dovevo temere di trovare chiusi i luoghi che assolutamente dovevo vedere.

Alle 13.40 eravamo ad Oxford. La guida ha fissato la nuova punta per le 15 … solo un’ora e venti, volevo morire! Non avevo idea in quale zona di Oxford fossi, né quanto fosse lontana la mia meta, sapevo solo che un’ora e venti era dannatamente poco! La guida è venuta in mio soccorso prima che chiedessi aiuto, indicandoci dove fosse il Christ Church College che poteva essere di interesse per alcuni di noi, dato che vi sono state girate varie scene di Harry Potter. Ok, il Christ Church era la mia seconda meta. E la prima, secondo la mia micro-cartina di Oxford, era nella stessa zona …

Carpita questa informazione essenziale, mi sono lanciata in una vera corsa contro il tempo: ho attraversato per intero uno dei viali principali di Oxford fino a trovare alla mia sinistra il Christ Church. L’ho superato e mi sono tuffata nel suo parco. All’altra estremità vi doveva essere la mia meta! Ma, con mia enorme frustrazione, ho scoperto che la meta era purtroppo dall’altro lato di un torrente senza possibilità di passaggio. Tornata indietro, sempre più angosciata dalla corsa contro il tempo, ho imboccato un vialetto che sbucava su un’altra via principale e ho rifatto il giro, cercando di raggiungere il lato opposto. Ad un certo punto, presa dalla disperazione, con il fiatone e sudata da morire, ho praticamente aggredito un passante chiedendogli indicazioni: spaventato, il tipo mi ha risposto, con un inglese dall’accento iberico, che ero arrivata e ha aggiunto che, però, l’ingresso era a pagamento. Ho ringhiato un “YES, I KNOW!” e me ne sono andata ringraziando. E finalmente eccolo, l’ingresso dell’Orto Botanico! Sì, di tanti college, ho scelto di visitare un giardino. Ma è il giardino che ha ispirato Wonderland e gli Ent e…

Mi sono catapultata dentro, stizzita da un gruppetto di turisti lentissimi nel fare i biglietti. Ho sganciato i miei 4£ e infine, sono entrata. È un luogo effettivamente di grande fascino: come tutti i parchi e giardini inglesi, è curatissimo e, nel caso specifico, ha ovviamente una grande varietà di vegetazione attraversata da sentieri serpeggianti. Una volta dentro, mi sono resa conto che la mia ricerca era tutt’altro che conclusa: ciò che cercavo non era segnato sulla mappa, né nutrivo speranze di trovare qualche indicazione sui cartelli … non avendo altra scelta, sono semplicemente andata a naso, imboccando i sentieri che più mi ispiravano. Vista la velocità con cui l’ho trovata, potrei dire che mi abbia quasi chiamata … è un punto del giardino in cui il sentiero che curva a sinistra si biforca: un ramo si tuffa nel verde, l’altro prosegue verso le sponde di un fiumiciattolo; al centro un albero. E una panchina. Ci sono arrivata seguendo la curva a sinistra del sentiero, scegliendo quello per puro istinto e, arrivata al bivio, già sapevo di averla trovata, prima ancora di aguzzare la vista in cerca della scritta sul legno. Era lei, la panchina.

Naturalmente vi era una famigliola seduta sopra. Quello che sembrava il padre, un signore anzianotto con le fattezze da hobbit, vedendo che mi ero bloccata lì davanti, con la reflex sfoderata, a fissare un punto indefinito in mezzo a loro, mi ha fatto, sorridendo: “I guess we are behind something you want to photograph!” e io “Ehm… yes … THE BENCH!” aggiungendo dopo un attimo un “Sorry!” che implicava un “Toglietevi subito di mezzo!”. Dato che per loro era solo una panchina, se ne sono andati senza remore e io ho potuto finalmente scattare il mio servizio fotografico a quella che, per me, è uno dei simboli del mio amore per la lettura. Concluso il lavoro da reporter, mi sono seduta. Lato sinistro, una mano sul destro a cercare di carpire qualche vibrazione di un altro universo…

Un giorno tornerò ad Oxford, tornerò all’Orto Botanico e resterò seduta su quella panchina tutto il giorno, a leggere. Quel martedì il tempo era pochissimo, e mi son concessa solo 5 minuti prima di ripartire. Ho concluso un rapido giro nel giardino, che è davvero una fonte di ispirazione per gli artisti: qualche panchina più a est della mia, mi ha salutata un affascinante pittore che stava ritraendo gli alberi lì intorno. Non sarebbe stato male fermarsi a dare un’occhiata, in effetti…

Ma avendo ancora una mezz’ora abbondante a disposizione, ho accelerato di nuovo il passo e salutato il giardino, sono tornata (anche stavolta riuscendo a beccare la strada più lunga) al Christ Church College. Non ho potuto resistere alla tentazione di entrare in un college inglese, né di vedere quelli che sono diventati la Sala Grande di Hogwarts e il campo di allenamento di Quidditch. Il lato nerd ha avuto pesantemente la meglio. Il giro nel college è stato davvero rapidissimo, pagato profumatamente e fondamentalmente stupido, ma se non lo avessi fatto, me ne sarei pentita.

Tornata trafelata, ma soddisfatta al pullman, ho constatato che la mia precisione british (erano le 15 in punto), non era condivisa dagli altri passeggeri che ci hanno fatto attendere altri 10 minuti buoni … frustrante, vista la mia corsa!

Ormai in pace con il mondo, mi sono appisolata mentre il pullman si dirigeva verso la nostra ultima tappa: il cerchio di pietre di Stonehenge. Il sito neolitico il cui nome significa “pietra sospesa”, è un luogo fuori dal tempo e dallo spazio: dolmen e menhir sono immersi nel nulla totale della campagna inglese, fatta solo di erba e corvi in volo e nuvole. Il centro visitatori è nascosto sotto una collina. Nonostante i molti turisti, l’atmosfera, con la luce calante delle 17, era decisamente suggestiva.

Non si entra nel cerchio di pietre, visto che un tempo i turisti avevano la splendida abitudine di martellare i monoliti e portarsene via i pezzi: si arriva però a 3 metri di distanza, nel punto più vicino, sin quasi a sfiorare le pietre. Arrivata a metà del giro, mi sono scostata dal gruppo e mi sono messa seduta sull’erba ad osservare il sito: avendo corso tutto il giorno, valeva la pena concedersi un attimo per assaporare le sensazioni: Stonehenge, come Oxford, era nella mia lista di TODO, da ben prima di Londra.

Abbiamo lasciato Stonehenge alle 17.30 di quel pomeriggio, per tornare nella capitale un paio d’ore più tardi. Non contenta della giornata passata in giro per il sud dell’Inghilterra, non sono tornata subito a casa, bensì mi sono incontrata con un’altra amica per cena e birretta, condite da una passeggiata serale in zona Westminster. Gli inglesi sanno vendere benissimo quello spicchio di Londra, con locali, musica e … luci, tante, colorate, con splendidi riflessi sul Tamigi.

La stanchezza è arrivata verso le 23 quando ho ceduto alla Jubilee Line di Waterloo Station e rivisto casa dopo 15 ore.

mercoledì 22 agosto 2012

London Diary: Day 3

Premessa sul lavoro a Londra


Messa finalmente la spunta sul sogno di visitare Londra, mi resta ancora quello, un po’ più consistente, di viverci e lavorarci.
Essendo ospite di ragazze che ormai da qualche mese hanno trovato lavoro lì, ho chiesto un po’ di notizie a riguardo: come sospettavo, la parola chiave in Inghilterra è MERITOCRAZIA.
Ai colloqui vengono testate le tue capacità, non gli agganci che hai. Le domande che ti vengono poste vertono a capire se effettivamente sei adatto per quel posto. Ti viene richiesto e dato modo di crescere in ogni tipologia di lavoro. Se vali, ottieni i tuoi risultati. In pratica è ciò che dovrebbe accadere ovunque, ma che, almeno qui in Italia, si vede ben poco ( per non dire “per nulla”).
Inoltre, vieni messo nelle condizioni di lavorare bene: turni e orari sono ben precisi, così come le pause, da rispettare come le ore lavorative. Il concetto è che, una persona, per rendere, deve sostenere ritmi umani. I londinesi, nel tardo pomeriggio, sono in linea di massima, già al pub.
È probabile che abbia in mente un quadro generale troppo idilliaco e stia ignorando i lati oscuri: il punto è che, venendo da una realtà come quella italiana, dove vige la regola del “frega il prossimo tuo, prima che lui freghi te”, un’organizzazione di questo tipo è già troppi livelli più in alto.
Spero di avere, presto o tardi, l’occasione di testarla sul campo…

***
Il lunedì mattina, Londra è un formicaio: tanti piccoli lavoratori che scorrono a fiumi nella Tube, con passo ritmato e veloce. Per l’inizio di settimana, ho fatto una scelta a tema: la City. È la zona più antica di Londra, con la Torre e il Tower Bridge, e, allo stesso tempo, la zona più moderna e centro finanziario, ricca di grattacieli e degli uffici della Square Mile. 


La City è grigia. Ha dei tesori meravigliosi come St. Paul e la Torre, ma è davvero la Londra grigia, impressione che avevo avuto la sera del sabato e ho riconfermato il lunedì mattina. I monumenti in essa collocati sono davvero notevoli, ma restano oasi in un mare di grigiume. 


Il mio giro quotidiano aveva come prima meta la cattedrale di St. Paul. Chiesa imponente, seconda, come dimensioni, solo a San Pietro, St. Paul mi ha sorpresa: non conoscendola, non avevo idea di cosa aspettarmi. Molto bella all’interno, il suo punto di forza resta la cupola: per arrivare in cima, si passa attraverso tre gallerie, costituite da un’infinità di scalini, sempre più claustrofobici. Se si ha la pazienza di sopportare la Galleria dei Bisbigli prima, la Galleria di Pietra poi e la Galleria d’Oro in ultimo, si arriva ad ammirare Londra dall'edificio più alto, esclusi i moderni grattacieli. 


Scesa dalla vetta, mi sono incamminata verso la celebre Tower of London. Per mia immensa gioia la Torre è in realtà una fortezza medievale con i controfiocchi: mura, torrioni, fossati, il tutto condito con armi d’epoca nella centrale White Tower (tra gli altri, anche un arco lungo, celebre e famigerata arma di 1,80 m, terrore dei francesi nella Guerra dei Cent’Anni) e i gioielli della corona nella torre omonima. E i corvi naturalmente. Ecco, i corvi… io immaginavo che fossero i nostri corvi, “uccellini” della grandezza di un piccione, ma neri e più dignitosi. No, i corvi della Torre sono ravens, non crows: noi non abbiamo una differenziazione per le due razze (“cornacchia” non rende l’idea, sono bestie diverse), ma i ravens sono almeno tre volte un corvo normale, animali bellissimi, nerissimi, dalle penne lucide. 


Uscita dalla Torre ho ceduto ad uno dei numerosissimi Starbucks che infestano Londra: premettendo che continuo ad odiarli, devo ammettere che i frappuccini, quando ti serve una fresca scarica di zuccheri, sono fantastici. Forse sarebbero un buon motivo per sopportare l’avvento di uno Starbucks a Roma… 
Era giunto il momento di attraversare il Tamigi: davanti a me si parava il Tower Bridge e il suo percorso interno. A dire il vero, niente di che, è meglio da fuori! Il panorama è bello, ma avendo gustato quello da St. Paul la mattina stessa, non sono rimasta impressionata. 


La riva sud del Tamigi è caotica. O almeno, per me lo è stata, soprattutto quando, arrivata a e visitata l’altra cattedrale londinese, Southwark, dopo una lunga passeggiata fino al London Bridge, ho preso l’uscita, ho passeggiato seguendo la folla e mi sono magicamente ritrovata di nuovo ben prima del suddetto London Bridge, senza capire come fosse possibile. Questa deviazione involontaria e la pioggia che iniziava a scendere hanno contribuito alla mia decisione di dichiarare chiusa la giornata alla City, pur non essendo ancora nemmeno le 16. 


Seguendo le abitudini londinesi, alle 18 ero al pub. Accompagnata dalla coinquilina della mia ospite, ho scoperto che i locali di Londra, almeno quelli in zona Piccadilly, hanno caratteristiche diverse dai nostri. Le due cose che spiccano sono cocktail e barmen. Il numero di cocktail è esponenziale rispetto a quello italiano: accanto ai classici Mojito e Bloody Mary, si trova molta altra roba. Persino un cocktail agli Oreo :D ! 
Per quanto riguarda i secondi… bé, la figura del barman a Londra è più simile a quella di uno showman che a quella di Boe dei Simpson! Elena, la coinquilina, mi spiegava come ci fossero esami e attestati anche per loro, che dietro al bancone vi sono ruoli precisi e gerarchie e che non basta saper mescolare alcool e succo di frutta per essere un buon barman. Diciamo che li ho trovati molto affascinanti :P ! 


Ultima curiosità della giornata è una catena che vorrei a Roma molto più degli Starbucks: si tratta di Wasabi, la catena di sushi-fastfood in cui si possono mangiare un bel po’ di maki con pochi pound. È stata un’ottima idea per la cena e ho scoperto che da brilla, maneggiare le bacchette giapponesi mi viene molto più naturale!

martedì 21 agosto 2012

London Diary: Day 2

Premessa sui parchi londinesi


Si diceva dell’immagine di Londra come di una città grigia. Il grigio delle nuvole, il grigio dello smog … in realtà, Londra è una città dove il verde imperversa. A parte i viali alberati tenuti perfettamente, la capitale britannica è strapiena di parchi di varie dimensioni: oltre al colossale Hyde Park che, insieme ai Kensington Gardens, costituisce una sostanziosa macchia verde tra Piccadilly e Nothing Hill, vi sono una miriadi di oasi e aiuole alberate; la stessa Buckingham Palace è circondata a nordovest da Green Park e a est da St. James Park.


Quello che sorprende è l'atmosfera che si trova in tutte le zone verdi di Londra: pace, tranquillità, aria di campagna. Varcati i cancelli di un parco, si può dimenticare il traffico, i rumori, magari non la gente dato che i parchi, nelle belle giornate, sono pieni, ma almeno la calca. 

Fontane, statue, monumenti e fiori rendono le passeggiate ancora più piacevoli: gli inglesi hanno evidentemente un gran bisogno di posti dove lanciarsi al primo raro raggio di sole, per trovare il loro relax.


L'idillio è completato dalla fauna che comprende numerosissimi pennuti di varie specie e i famosi scoiattoli. Quest'ultimi non hanno dimora solo ad Hyde Park, ma in tutti i giardini, giardinetti, cortili e aiuole. Altri animaletti che popolano la capitale britannica sembrano essere le volpi: dato che, però, escono di notte, non ho avuto modo di incrociarle, anche se Fabiana mi ha confermato che anche nel suo cortile ne gira spesso una.

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Avendo corso abbastanza il primo giorno, la seconda mattina ho deciso dovesse essere all'insegna della tranquillità: l'unica tappa in programma era la maratona di chiusura dei giochi olimpici. Ancora non avevo deciso esattamente dove andarla a vedere, non sapendo, in effetti, nemmeno da dove partisse di preciso. Così sono scesa a Piccadilly e ho iniziato a vagare intorno a the Mall. Londra sotto olimpiadi è ancora più organizzata del solito a quanto pare: stuart ovunque, anche un po' troppo entusiasti di dare una mano (continuando a chiedermi "Can I help you?" mi facevano quasi sentire come se stessi facendo qualcosa di sbagliato ...) e soprattutto vogliosi di chiacchiere (ma sfido chiunque a capire il lungo monologo di un londinese indiano…). 

Essendo ancora presto, ho finito per seguire le indicazioni di uno dei tanti stuart per raggiungere Buckingham Palace...ed è così che mi sono ritrovata a Green Park, il primo approccio reale con il verde di Londra. Era decisamente affollato, visto l’evento in programma quella mattina … eppure, una volta tuffatami tra gli alberi, gente e rumore sono diventati irrilevanti. 
I cancelli di Buckingham Palace ti si parano davanti imponenti, alla fine del sentiero principale del parco: entrata nel cortile del palazzo reale, mi sono resa conto che la maratona sarebbe passata proprio lì davanti … quale miglior luogo per seguirla? Soddisfatta della scoperta mi sono intrufolata in seconda fila e mi sono preparata a tenere la posizione. 
La maratona è decisamente la gara migliore da vedere: gratuita, con il bordo pista più che raggiungibile e atleti praticamente di ogni nazionalità che ti corrono davanti. La bellezza maggiore sta nel fatto che il pubblico tende ad incitare tutti indistintamente … anzi gli ultimi vengono spronati ancor più dei primi: è forse l’unica gara, insieme alla marcia, dove è vero che l’importante è partecipare e giungere al traguardo, indipendentemente dall’ordine di arrivo. È stata una bella esperienza e, nonostante il ragazzino che mi batteva le mani davanti all’obiettivo da un lato e la signora con la sventolante bandierina inglese dall’altro, sono riuscita a tornare con una bella foto dell’oro olimpico in prossimità del traguardo! 
Terminata la maratona (2 ore e mezza in piedi sotto al sole con una simpatica signora vicino e la sua simpatica borsa perennemente nel mio fianco), mi sono diretta verso la Royal Albert Hall che avevo rimandato il giorno precedente. Ed ecco il primo bug della giornata: arrivata lì ho ahimè scoperto che la domenica non sono previsti tour all’interno … 
Delusa, mi sono limitata a fare un giro lì intorno ed essendo proprio davanti ai Kensington Gardens ho deciso che valeva la pensa dare un’occhiata all’interno … Ah, se ne valeva la pena: i giardini di Kensington sono un piccolo eden al centro del quale si trova la celeberrima statua di Peter Pan. Dato che noi italiani siamo ovunque, non poteva mancare anche lì il ragazzo di Ancona alla ricerca di lavoro, con la voglia di chiacchierare e la convinzione che Londra sia troppo grande … 
Uscita dai giardini, era giunto il momento di iniziare un altro dei percorsi tematici che attraversano la mia personale cartina dell’Inghilterra: il primo, quello letterario, era iniziato a King’s Cross; il secondo, quello musicale, avrebbe preso il via appena scesa alla stazione Pimlico, sulla Victoria Line. 
Da lì, arrivare sulla sponda nord del Tamigi non richiede più di 2 minuti a piedi: ci si trova in una zona alberata, un marciapiede con le panchine e il fiume sulla sinistra. Ciò che cercavo è comparso quasi all'improvviso tra le fronde degli alberi: non è bella, non è artistica, cozza con il verde della sponda nord e rappresenta la Londra industriale … ma è uno dei simboli più famosi nella storia del rock! 
La Battersea Power Station è la prima centrale a carbone nata in Inghilterra: la sua forma è quella di un tavolino rovesciato, con le quattro ciminiere che svettano sull'edificio di mattoni. È comparsa in vari film, video e foto celebri, ma la sua fama è dovuta in primo luogo ad Animals. Capolavoro assoluto dei Pink Floyd, l’album ha in copertina la fabbrica tra le cui ciminiere fluttua un pallone aerostatico a forma di maiale (Pigs on the wing, brano di apertura e chiusura dell’album). 
L’edificio è brutto da morire, ma ha un’aura potentissima. Quello è stato il momento in cui ho più apprezzato la mia solitudine: nessuno avrebbe potuto tenermi compagnia in quel momento più del mio ipod che mi cantava “Big man, pig maaaan, ha ha, charade you are…”. Ascoltare Animals per intero per un tranquilla viale londinese e la Battersea Power Station di lato, resta uno dei momenti più emozionanti del viaggio. Il secondo bug della giornata è purtroppo arrivato in serata: la mia idea era di buttarmi al villaggio olimpico, fare un giro e seguirmi la cerimonia di chiusura da fuori lo stadio. Idea sbagliata: una volta scesa a Stratford, ho scoperto che dalle 19, i cancelli del villaggio erano chiusi per tutti coloro che non erano muniti di biglietto per la cerimonia. Davvero seccata, ho fatto dietrofront e, alla fine, cedendo alla stanchezza, ho deciso di seguire la cerimonia dal letto :P !

London Diary: Day 1

Premessa sulla Tube e gli altri servizi


Questa premessa, già meditata mentre ero nel sottosuolo britannico, è diventata doverosa dopo lo scontro di ieri con la ben diversa realtà italiana, fatta di 2 linee e un pezzetto, in cui le metro si fanno attendere anche 15 minuti, i vagoni viaggiano vuoti nelle ore di punta perché il treno *non effettua servizio passeggeri*, il tabellone sulla banchina indica un capolinea, la vocetta sulla metro ne comunica un altro, il macchinista smentisce anche quest’ultima… cosicché per i passeggeri la domanda “Quo vadis?” è all’ordine del giorno.


Ok, si sapeva che la lotta fosse impari: l'underground londinese, con le sue 13 linee e 382 stazioni è un servizio di un'efficienza impressionante. La più antica in Europa e la seconda più estesa al mondo, essa conduce in tutti gli angoli di una città che, per gli standard europei, è enorme.

Nonostante l’ampia preparazione psicologica, la Tube è riuscita comunque a sorprendermi.

In 7 giorni di metro, l’attesa più lunga non ha superato i 5 minuti (capitati solo una volta): il più delle volte, arrivata sulla banchina dopo aver attraversato il dedalo di tunnel (è un organizzatissimo labirinto sotterraneo), trovavo il treno in arrivo e mi bastava saltarci sopra.

I vagoni sono molto diversi dai nostri: più piccoli e bassi, sembrano effettivamente dei “tubi”; nonostante le dimensioni ridotte, di trovarla strapiena mi è capitato solo nelle ore di punta e in genere, riuscivo a poggiarmi sui seggiolini, tutti imbottiti e molto comodi.

Un’altra cosa che mi ha colpita è la pulizia: l’underground è visitata ogni giorno da migliaia e migliaia di persone, eppure dà sempre la sensazione di essere pulita. Mentre la metro parigina, indubbiamente efficientissima, sembra vecchia e sporca (non mi posso scordare la puzza di piscio di alcune stazioni …), la Tube ha un’aria futuristica pur essendo più antica.

Se poi il groviglio di cunicoli dovesse risultare troppo claustrofobico, si può sempre optare per i mitici double deckers rossi! Anch’essi hanno un’attesa media molto bassa (e lo si intuisce anche solo vedendone la quantità che gira per le strade) e seggiolini comodi … inoltre sono decisamente panoramici, specie nei posti davanti, al primo piano!

Su tutti i mezzi, infine, sono presenti sia la vocetta british che la telescrivente che ti comunicano: 1) la linea su cui sei salito, 2) il capolinea, 3) la prossima fermata, 4) gli incroci con le altre metro, presenti alla prossima fermata, 5) i punti di interesse e monumenti nelle vicinanze della prossima fermata. Impossibile perdersi!

Ovviamente il contro di tutto ciò è il prezzo esorbitante che hanno i ticket, le card e gli abbonamenti … ma d’altronde la qualità si paga.

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La mia prima vera giornata londinese è iniziata sin troppo presto, probabilmente a causa dell’ora di fuso che ha spostato indietro il mio orologio biologico. Salutata casa e lo scoiattolino che abita in cortile, mi sono lanciata alla stazione Angel (Northern Line) nel mio primo viaggio in Tube: come meta, Nothing Hill.


Nothing Hill è il quartiere chic che ospita il celebre mercato di Portobello Road: il sabato mattina, il contenuto delle bancarelle passa dagli ortaggi dei giorni feriali, all’antiquariato. In realtà, ho trovato più che altro un incredibile miscuglio di oggettistica che andava dall’antiquariato vero e proprio (fotocamere d’epoca, negozi di macchine per il cucito…), ad una miriade di aggeggi di vari livelli di stranezza (bussole, calendari perpetui, caleidoscopi…), alle cianfrusaglie per turisti. L’atmosfera è un po’ da fiera di paese, in british style, ovviamente, e ormai i turisti muniti di fotocamera sono molti (me inclusa).

Dopo essermi sparata un enorme muffin al cacao ad 1£, ho ceduto al richiamo della City of Westminster. La fermata “Westminster” della Circle Line ti fa uscire proprio ai piedi del mitico orologione simbolo nella città: te lo vedi comparire davanti a poco a poco, dalla base, fino alla punta, salendo le scale, ed è un’emozione. La zona di Westminster, con l’House of Parliament, è il vero centro londinese: è il british così come uno se lo immagina, bello, ordinato, leggermente pomposo forse. L’abbazia ti fa tuffare nell’atmosfera gotica: piena di tombe di scrittori, musicisti, scienziati e sovrani, la passeggiata al suo interno è un percorso nella storia inglese.

Come detto, muoversi sola lascia libera scelta su molte faccende: puoi decidere di saltare a piè pari il pranzo, visto che il muffin è ancora lì a girare nello stomaco; puoi decidere di cambiare il tuo programma e barattare la visita alla Royal Albert Hall con quella al Natural History Museum, prevista per il giorno dopo. Quest’ultima ho poi scoperto non essere stata una grande idea, ma immagino che ogni piano abbia i propri bug…

Il museo di storia naturale per me è stato un salto indietro di 20 anni: la piccola Alice, cresciuta a pane e Jurassic Park, avrebbe ricordato tutti i nomi scientifici di quegli scheletri esposti nella zona preistorica del museo… l’Alice cresciuta si è limitata a chiamarli con i nomi dei personaggi della Valle Incantata :P … Vedere il teschio di Tyrannosaurus Rex è stata la realizzazione di un sogno decisamente antico … la cosa curiosa è che li immaginavo più grandi, forse proprio perché nella mia testa erano rimaste le proporzioni dell’Alice di 5 anni… Degli animali impagliati sicuramente il più affascinante è il gigantesco dodo sul lato del salone d’ingresso, dove il protagonista è il Diplodocus Dippy.

Camminare tutto il giorno porta ad una certa poca voglia di far baldoria la sera: abbandonata l’idea di girare per locali, volevo sfruttare il penultimo giorno di Olimpiadi per dare un’occhiata ai cerchi Olimpici sul Tower Bridge. Avventurarsi per la City di sera è un po’ inquietante: non è certo la zona più bella di Londra, anzi, probabilmente è una di quelle che contribuisce all’immagine “grigia” che si ha di questa città. Palazzoni di uffici, alcuni veri grattacieli, nascondono in mezzo un pezzettino di lungotamigi che è un gioiello. Ok, ammetto che per arrivarci mi è toccato passare davanti al Club France (degli atleti francesi, obiettivamente, non me ne poteva fregare un tubo), ma la passeggiata tra la Torre di Londra e il fiume, con il Tower Bridge che a poco a poco accendeva le sue luci, ha ripagato di tutto il grigiore del contesto.

lunedì 20 agosto 2012

London Diary: Day 0

Premessa sul viaggiare da soli

Ho inseguito Londra per anni: ho provato ad organizzare un viaggio nella capitale britannica con una miriade di persone diverse sempre con lo stesso fallimentare risultato. Londra sembrava essere tanto attraente quanto sfuggevole. Ad un certo punto, qualche mese fa è sopraggiunta l’esasperazione: quando anche una delle migliori e più antiche amicizie che hai ti dà buca, vuol dire che il destino ti sta dicendo qualcosa. Ho preso la decisione: a Londra entro la fine del 2012 e rigorosamente DA SOLA.
Viaggiare da soli ha un suo perché. È un’esperienza che andrebbe fatta almeno una volta nella vita: ti dà la misura della tua autosufficienza, della tua organizzazione, della tua capacità di star bene innanzitutto con te stessa.
Aldilà dei suddetti test che esso rappresenta, il viaggio in solitario ha i suoi pro e i suoi contro ovviamente.
I pro sono soprattutto legati all’assoluta libertà che si ha in queste circostanze. Libertà sul dove andare, sul cosa vedere, sul  come mangiare. Libertà sulle tempistiche. Sulla gestione delle energie. Sulla gestione delle spese. Libertà di mettersi le cuffie nelle orecchie e godersi le sensazioni che alcune canzoni in alcuni luoghi ti possono trasmettere. Nel complesso non è male per niente!
Ovviamente sarei bugiarda se non ammettessi anche i contro: a volte, di fronte a qualcosa di particolarmente bello/divertente/curioso/emozionante, ti andrebbe di girarti verso qualcuno e fare un commento. La sera poi, noi ragazze soprattutto abbiamo una limitata possibilità di movimento. E fondamentalmente, entrare in un pub e bersi una pinta di birra da sola è una cosa un po’ triste, lo ammetto!
Alla fine comunque , tutto sta nella tipologia di viaggio: se si decide subito di partire soli, se si organizza il viaggio in base a questa decisione e si parte con lo spirito giusto, è un’esperienza fantastica. Ovviamente non tutti i viaggi sono adatti …né è sano partire soli se invece in quel momento si avrebbe voglia di compagnia.
Bisogna fondamentalmente scendere a compromessi con se stessi.

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Il 10 agosto sono salita per la prima volta su un aereo da sola. Forse a 25 anni era anche ora, ma meglio tardi che mai! Cielo limpido da Roma a Londra, mi sono goduta tutto il viaggio: ho osservato le spaventose dimensioni di Parigi dall’alto, ho attraversato la Manica e visto comparire la costa britannica con Shine on you, crazy diamond nelle orecchie. Ho infine posato i miei very happy feet sul suolo inglese.

La realizzazione non è arrivata in quel momento, però. E nemmeno quando sono salita sul pullman dal lato “sbagliato”. Sul Terravision dall’aeroporto di Stansted il sonno ha avuto la meglio per qualche minuto: dallo stato di dormiveglia sono riemersa all’improvviso all’uscita di una galleria… allora ho voltato la testa a sinistra verso il finestrino e… ecco il villaggio olimpico, circondato da double deckers rossi, e uno zeppelin che volava in alto. E là sì, mi sono detta “Ok, FINALLY sono a Londra!”.
Il punto è che pensavo che alcune immagini fossero solo stereotipi. Che non ci fossero solo autobus rossi a due piani, che le cabine telefoniche fossero ormai state rimosse perché obsolete, che i bobbies appartenessero solo ai racconti su Scotland Yard. E invece Londra è proprio così: con una marea di grossi bus rossi in giro, la cabine telefoniche rosse su ogni marciapiede, accompagnate dalle cassette delle lettere cilindriche, rosse anche quelle…e i taxi neri tondeggianti e bobbies ovunque, sempre pronti a darti una mano.

La prima tappa londinese avevo già deciso che sarebbe dovuta essere King’s Cross: a due passi da casa, era troppo allettante l’idea di cercare di passare attraverso il muro tra i binari 9 e 10, a dispetto della mia natura babbana. In realtà i londinesi hanno spostato il famoso binario su un muro tutto suo, con un carrello già inserito per metà… peccato non aver trovato l’Espresso per Hogwarts in partenza…

Un’altra peculiarità della Londra del 2012 è la miriade di cucine etniche che si possono trovare (argomento su cui tornerò in seguito) probabilmente grazie alle numerosissime etnie che popolano la città: per quella prima sera, abbandonata l’idea del fish&chips, mi sono lasciata tentare da un ottimo messicano. Devo ringraziare la mia amica ormai londinese, Fabiana del consiglio (oltre che della casa, dell’ospitalità, della gentilezza e di parte della possibilità di realizzare questo viaggio)…