É una sensazione strana.
Hai un foglio bianco davanti, vuoto.
Arriva la matita: lei è timida, ha il tocco leggero. Inizia a lasciare qualche segno, ad intaccare il bianco, a mostrare un'idea. A volte la riga è giusta, altre volte stona, ma quando il suo lavoro termina, il bianco non è più solo bianco: c'è una sagoma, una bozza, il fantasma di un disegno.
Passi al carboncino. Lui è diverso, molto più deciso. Il suo tocco è netto, anche senza calcare incide il bianco senza riserve. E ha un potere particolare: quando passa, dà vita all'impronta lasciata dalla matita. É come se estraesse a forza quello che si nascondeva dietro il bianco, lo fa emergere con un nero deciso. Le ombre diventano molto più scure, le luci per contrasto, molto più accese.
Solo il tocco del carboncino può realmente dar vita agli occhi di un ritratto.
Quando disegni, è come se la tua anima scivolasse sulla punta della matita (o del carboncino). Non senti né vedi altro che l'immagine che sta per nascere. Cammini in stato di ipnosi sulle linee, ti tuffi nel mare nero delle ombre. É una sensazione strana, non ha eguali, è come se per quel periodo di tempo non fossi nemmeno in questo universo.
E in genere, finché il disegno non è finito, non puoi essere risvegliato da questa trance.
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