Ho finito recentemente un trittico di letture che avevo in programma da un po' di anni. Si tratta di tre classici della letteratura di qualche secolo or sono che mi avevano affascinata in momenti diversi per motivazioni diverse: un poema, un saggio filosofico e un testo teatrale.
Il poema era tra i tre quello che volevo leggere da più tempo: Paradise Lost, di John Milton. Il saggio filosofico era il più recente: Elogio della Follia, di Erasmo da Rotterdam. Il testo teatrale è capitato a casa per caso tempo fa e dopo gli altri due, ho deciso che era adatto a completare il trittico: Dottor Faust, la versione originale di Marlowe.
Apparentemente abbastanza scollegati tra loro (il primo epico e metafisico, il secondo filosofico umoristico, il terzo tragicomico) in realtà hanno un comune filo di fondo: portano ad una riflessione su conoscenza, follia e felicità nella vita umana.
Il senso di fondo è che più si cerca la conoscenza, la risposta alle domande, la razionalità, più si finisce per essere infelici. Eva fu attratta dal frutto dell'albero della conoscenza e per questo perse la sua posizione privilegiata nel paradiso in terra. Faust, attratto da conoscenze oscure, le acquisì al modico prezzo della sua anima, condannandosi al tormento eterno.
In sintesi, chi cerca la conoscenza, finisce per essere dannato, dato che ad un dio che voglia regnare sul creato, così come ad ogni dittatore che si rispetti, fa comodo una massa di sudditi ignoranti, che non si ponga troppe domande. Da atea donna di scienza, ovviamente concordo con la visione di Philip Pullman (che, se non sbaglio, deriva da Nietzsche) secondo cui se Eva non avesse mangiato la famosa mela noi saremmo ancora nel giardino zoologico del Signore, come tanti begli animaletti.
Detto ciò, e sottolineato come io ami studiare, conoscere, curiosare, scoprire, devo però ammettere che, tralasciando la fine che faremo nella prossima vita, in questa porsi domande in effetti non porta a questa immensa felicità. E qui entra in gioco Erasmo. Nel suo elogio, la Follia si limita ad elencare come interviene puntualmente nella vita umana per alleggerire il carino di tensioni e pensieri portato dalle domande; e, se l'ultima parte l'ho trovata un po' forzata, sulla prima metà non c'è nulla da eccepire. Più si è folli, più si è felici.
Sono i momenti in cui abbandoniamo il buon senso quelli in cui riusciamo a sorridere e ridere davvero, a liberarci dei pensieri della vita quotidiana, che tutti abbiamo. Per dirla come la disse mio fratello tempo fa "per essere felici bisogna essere stupidi".
E sì, davvero, bisogna instupidirsi abbastanza. Ubriacarsi, perdere la testa, fuggire, cedere alle tentazioni sono solo tra gli esempi più comuni. Ma tutti hanno bisogno di una botta di matto, di tanto in tanto, e più si è quadrati, più le botte di matto sono potenti quando arrivano. Credo sia fisiologico, una valvola di sfogo che non si può evitare per sempre e che non è saggio (!) rimandare per troppo.
Riprendendo una vecchia pubblicità (che poi altro non era che un collage di frasi prese dal suddetto Elogio):
Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un'eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia.
Curioso come in fin dei conti, a volte sia più difficile imparare ad essere folli che imparare ad essere savi.