Premessa sulla guida britannica
Ho passato tutta la vacanza e sono tornata a casa con in testa la domanda “Perché diavolo i britannici guidano dal lato sbagliato?” … impossibile non porsela quando passi otto giorni a guardare dieci volte a destra e a sinistra prima di attraversare, controllando per ultimo inevitabilmente il lato sbagliato.
Ovviamente non esiste una spiegazione univoca e ufficiale, ma una cosa è certa: il lato sbagliato, almeno storicamente, è il nostro!
Pare che tutto abbia inizio dalle abitudini medievali: quando si andava in giro a cavallo, il buon senso portava a tenere la sinistra e non la destra. Questo perché il lato scoperto (quello in direzione del centro della strada) di un cavaliere restava, in questo modo, il destro, ovvero il lato con cui si impugna la spada: era una questione di difesa personale. Questo senso di marcia venne addirittura ufficializzato da papa Bonifacio VIII.
Pare, però, che, durante la rivoluzione francese, Robespierre, per contrapporsi alle abitudini della nobiltà, impose come senso di marcia, il lato destro, considerato il lato del popolo perché i contadini senza cavallo camminavano lì. Sembra inoltre che Napoleone riprese questa idea e la ufficializzò, traendone vantaggio poiché era mancino.
Per quanto riguarda le automobili, c’è da aggiungere che i primissimi modelli avevano il freno a mano all’esterno, sul lato destro: ovviamente per questo motivo, anche il volante era posto sulla destra. Successivamente il freno a mano fu spostato dentro, al centro: a quel punto, i produttori ebbero libera scelta se tenere il volante sul lato vecchio o spostarlo a sinistra per continuare ad impugnare il freno con la destra. Gli inglesi, tradizionalisti, scelsero la prima opzione.
Ho scoperto, comunque, che la guida a sinistra non è una peculiarità solo delle isole britanniche, ma è applicata dal 33% della popolazione mondiale: oltre a Regno Unito e Irlanda, anche in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e Giappone (per citare le nazioni più rilevanti) si tiene la sinistra.
***
In teoria, nella mia tabellina di marcia, sull’ultima mattina c’era scritto “Harrods” … ci ho pensato (poco), poi ho messo in borsa l’ultimo pezzo di pane che ho trovato a casa (ormai immangiabile) e sono uscita. Direzione Marble Arch, Hyde Park.
Fondamentalmente, dopo che a Parigi sono rimasta bloccata mezza giornata ai Lafayette, tempo perduto che avrei potuto sfruttare al Louvre, ho capito che, a me, dei grandi magazzini, non me ne frega un accidente di niente. Soldi non ne avevo quasi più e il verde di Hyde Park era molto più allettante delle vetrine colorate degli Harrods.
A Marble Arch mi sono tuffata di nuovo in mezzo agli alberi, prima seguendo il sentiero del giorno precedente, più esterno, poi deviando verso l’interno, per godermi pace e silenzio lontana dal traffico.
Hyde Park è il regno dei pennuti: ci sono volatili di tutti i generi che volteggiano tra gli alberi o passeggiano in riva al Serpentine. Ho passato 10 minuti ad inseguire una specie di oca per fotografarla … per poi ritrovarmi in mezzo ad un intero stormo pochi metri più avanti!
Le vittime sacrificali per la mia reflex, però, non dovevano essere solo i piumati: proseguendo sul sentiero in direzione di Hyde Park Corner, ho infine scovato le mie prede … scoiattoli!! Eccoli lì, che saltellavo sul prato, vicino ad una panchina … ho sfoderato la mia esca (ovvero il pezzo di pane) e ho iniziato al adescarli. Sono socievoli e uno mi è anche saltato per un attimo sulla gamba, ma sono comunque velocissimi e ci ho messo un po’ a trovare degli scatti soddisfacenti … in genere si avvicinavano al pane, lo afferravano e schizzavano su per un albero, a mangiarselo in santa pace, lontani dai piccioni molesti. Alla fine, comunque, ho vinto io e ho delle belle foto!
Sarò banale, ma ho deciso di salutare Londra con un ultimo giro a Westminster: un po’ è il fascino di quella zona, un po’ non ero soddisfatta delle foto che avevo scattato alla prima visita … comunque alle 10.30 ero di nuovo sotto al Big Ben! E decisamente non mi sono pentita della scelta!
Salutare una città per tornare nella propria è una faccenda triste: devi giocare a tetris con la valigia, lasciare la stanza/appartamento che ti ha ospitato per giorni, riconsegnare le chiavi, prendere la via dell’aeroporto.
E anche finire i soldi, in questo caso. A Stansted, ho barattato le ultime 10£: 5 per qualche chilo in più con una merenda ipercalorica a base di muffin al cacao e frappuccino moka da Starbucks; e 5 per Mandeville, mascotte delle Paraolimpiadi che puntavo da inizio vacanza, ma per cui non avrei speso soldi, se non di avanzo.
Ci ho provato a perdere l’aereo, giuro che ci ho provato … ma la Ryanair ci ha imbarcati proprio all’ultimo e il mio piccolo ritardo è stato totalmente irrilevante … così mi sono rassegnata a salutare l’Inghilterra, con quello che è, però, un see you soon.
Conclusioni
Dopo 8 giorni in Inghilterra posso dirmi ufficialmente innamorata di quella terra: lo ero già prima, ma almeno ora parlo con cognizione di causa. Forse ne vedo solo gli aspetti positivi, ma il pacchetto di musica/letteratura/cultura/sport/natura/organizzazione è troppo allettante. Londra è la mia Wonderland.
Londra me la sono immaginata per almeno 10 anni e ora che l'ho vista posso dire che non avevo immaginato abbastanza.