Messa finalmente la spunta sul sogno di visitare Londra, mi resta ancora quello, un po’ più consistente, di viverci e lavorarci.
Essendo ospite di ragazze che ormai da qualche mese hanno trovato lavoro lì, ho chiesto un po’ di notizie a riguardo: come sospettavo, la parola chiave in Inghilterra è MERITOCRAZIA.
Ai colloqui vengono testate le tue capacità, non gli agganci che hai. Le domande che ti vengono poste vertono a capire se effettivamente sei adatto per quel posto. Ti viene richiesto e dato modo di crescere in ogni tipologia di lavoro. Se vali, ottieni i tuoi risultati. In pratica è ciò che dovrebbe accadere ovunque, ma che, almeno qui in Italia, si vede ben poco ( per non dire “per nulla”).
Inoltre, vieni messo nelle condizioni di lavorare bene: turni e orari sono ben precisi, così come le pause, da rispettare come le ore lavorative. Il concetto è che, una persona, per rendere, deve sostenere ritmi umani. I londinesi, nel tardo pomeriggio, sono in linea di massima, già al pub.
È probabile che abbia in mente un quadro generale troppo idilliaco e stia ignorando i lati oscuri: il punto è che, venendo da una realtà come quella italiana, dove vige la regola del “frega il prossimo tuo, prima che lui freghi te”, un’organizzazione di questo tipo è già troppi livelli più in alto.
Spero di avere, presto o tardi, l’occasione di testarla sul campo…
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Il lunedì mattina, Londra è un formicaio: tanti piccoli lavoratori che scorrono a fiumi nella Tube, con passo ritmato e veloce. Per l’inizio di settimana, ho fatto una scelta a tema: la City. È la zona più antica di Londra, con la Torre e il Tower Bridge, e, allo stesso tempo, la zona più moderna e centro finanziario, ricca di grattacieli e degli uffici della Square Mile.
La City è grigia. Ha dei tesori meravigliosi come St. Paul e la Torre, ma è davvero la Londra grigia, impressione che avevo avuto la sera del sabato e ho riconfermato il lunedì mattina. I monumenti in essa collocati sono davvero notevoli, ma restano oasi in un mare di grigiume.
Il mio giro quotidiano aveva come prima meta la cattedrale di St. Paul. Chiesa imponente, seconda, come dimensioni, solo a San Pietro, St. Paul mi ha sorpresa: non conoscendola, non avevo idea di cosa aspettarmi. Molto bella all’interno, il suo punto di forza resta la cupola: per arrivare in cima, si passa attraverso tre gallerie, costituite da un’infinità di scalini, sempre più claustrofobici. Se si ha la pazienza di sopportare la Galleria dei Bisbigli prima, la Galleria di Pietra poi e la Galleria d’Oro in ultimo, si arriva ad ammirare Londra dall'edificio più alto, esclusi i moderni grattacieli.
Scesa dalla vetta, mi sono incamminata verso la celebre Tower of London. Per mia immensa gioia la Torre è in realtà una fortezza medievale con i controfiocchi: mura, torrioni, fossati, il tutto condito con armi d’epoca nella centrale White Tower (tra gli altri, anche un arco lungo, celebre e famigerata arma di 1,80 m, terrore dei francesi nella Guerra dei Cent’Anni) e i gioielli della corona nella torre omonima. E i corvi naturalmente. Ecco, i corvi… io immaginavo che fossero i nostri corvi, “uccellini” della grandezza di un piccione, ma neri e più dignitosi. No, i corvi della Torre sono ravens, non crows: noi non abbiamo una differenziazione per le due razze (“cornacchia” non rende l’idea, sono bestie diverse), ma i ravens sono almeno tre volte un corvo normale, animali bellissimi, nerissimi, dalle penne lucide.
Uscita dalla Torre ho ceduto ad uno dei numerosissimi Starbucks che infestano Londra: premettendo che continuo ad odiarli, devo ammettere che i frappuccini, quando ti serve una fresca scarica di zuccheri, sono fantastici. Forse sarebbero un buon motivo per sopportare l’avvento di uno Starbucks a Roma…
Era giunto il momento di attraversare il Tamigi: davanti a me si parava il Tower Bridge e il suo percorso interno. A dire il vero, niente di che, è meglio da fuori! Il panorama è bello, ma avendo gustato quello da St. Paul la mattina stessa, non sono rimasta impressionata.
La riva sud del Tamigi è caotica. O almeno, per me lo è stata, soprattutto quando, arrivata a e visitata l’altra cattedrale londinese, Southwark, dopo una lunga passeggiata fino al London Bridge, ho preso l’uscita, ho passeggiato seguendo la folla e mi sono magicamente ritrovata di nuovo ben prima del suddetto London Bridge, senza capire come fosse possibile. Questa deviazione involontaria e la pioggia che iniziava a scendere hanno contribuito alla mia decisione di dichiarare chiusa la giornata alla City, pur non essendo ancora nemmeno le 16.
Seguendo le abitudini londinesi, alle 18 ero al pub. Accompagnata dalla coinquilina della mia ospite, ho scoperto che i locali di Londra, almeno quelli in zona Piccadilly, hanno caratteristiche diverse dai nostri. Le due cose che spiccano sono cocktail e barmen. Il numero di cocktail è esponenziale rispetto a quello italiano: accanto ai classici Mojito e Bloody Mary, si trova molta altra roba. Persino un cocktail agli Oreo :D !
Per quanto riguarda i secondi… bé, la figura del barman a Londra è più simile a quella di uno showman che a quella di Boe dei Simpson! Elena, la coinquilina, mi spiegava come ci fossero esami e attestati anche per loro, che dietro al bancone vi sono ruoli precisi e gerarchie e che non basta saper mescolare alcool e succo di frutta per essere un buon barman. Diciamo che li ho trovati molto affascinanti :P !
Ultima curiosità della giornata è una catena che vorrei a Roma molto più degli Starbucks: si tratta di Wasabi, la catena di sushi-fastfood in cui si possono mangiare un bel po’ di maki con pochi pound. È stata un’ottima idea per la cena e ho scoperto che da brilla, maneggiare le bacchette giapponesi mi viene molto più naturale!
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