giovedì 23 agosto 2012

London Diary: Day 4

Premessa su Oxford

Come mi viene in mente di dedicare una premessa al luogo che, di tutto il viaggio, ho visitato più di corsa? Un’ora e venti ad Oxford è una bestemmia. Non hai il tempo materiale per vedere la città, i suoi college, non hai il tempo per gustarne l’atmosfera. Eppure,  sapevo che avrei avuto i tempi stretti. E difatti non ho scelto la passeggiata con la guida per sbirciare i punti salienti, ma una corsa solitaria per qualche dettaglio, uno in particolare.
E allora perché la premessa su Oxford, se non ne ho visto che un dettaglio?
Perché Oxford è arrivato prima di Londra. Nel mio immaginario, nel mio bagaglio di letture … nel percorso letterario sulla mia cartina inglese  è il pallino più grande, evidenziato da varie frecce. Quindi quando ho annusato la possibilità di passarci, anche se per pochissimo, non ho saputo resistere. Oxford è una finestra su altri mondi …
Oxford è una … LA città universitaria. Cosa si intende per città universitaria? Certo non quello che intendiamo noi, non quella roba vicino al Verano che è la Sapienza. L’università di Oxford NON è dentro Oxford. È Oxford. La città è disseminata di college, decisamente antichi e decisamente gotici. Ogni college rappresenta una facoltà: l’insieme di tutti i college costituisce l’università, ergo, la città stessa è l’università.
La stessa filosofia è applicata a Cambridge, la maggiore concorrente di Oxford: la rivalità è molto alta e gli appartenenti ad Oxford tendono a chiamare Cambridge “the  other place” … c’è poco fair play tra le università inglesi :D !
Oxford è una culla per la letteratura inglese, specie per gli scrittori fantasy. Tanto per citarne i tre che più mi stanno a cuore: al Christ Church College ha studiato e insegnato Lewis Carroll; Tolkien fu professore di inglese antico all’università di Oxford per tutta la vita; Philip Pullman ha studiato lì e l’ha resa la location fondamentale del suo capolavoro.
Tutti e tre hanno passeggiato per l’Orto Botanico di Oxford, traendone somme ispirazioni.

***
Fossi rimasta meno giorni, come ho sempre immaginato il mio primo viaggio a Londra (5 giorni al massimo, di più sarebbe stato un salasso), non avrei osato il tour fuori città. Avendo a disposizione 8 giorni però, sarebbe stato un sacrilegio rinunciarvi. Inizialmente avevo pensato solo a Stonehenge, per cui una mezza giornata sarebbe potuta bastare. Cercando, però, tra i tour organizzati, ho scovato il trittico Windsor-Oxford-Stonehenge … e se Windsor non era il mio primo interesse, l’altra accoppiata era davvero troppo allettante. Quindi ho prenotato, stampato il voucher e imbarcato anche quello insieme a tutte le altre scartoffie.

Il 14 mattina, alle 8.30 ero a Victoria Coach Station: è la stazione dei pullman vicino alla Victoria Station ed è da lì che partono i tour Evans Evans. La guida, una cicciottella signora inglese tra i 50 e i 60, era simpatica e di una precisione british. Dopo averci spiegato che potevamo scegliere quali ingressi acquistare, è passata a ritirare i soldi. Chiedendomi che nome segnare, le ho risposto “Porfirio”: è rimasta impressionata ed entusiasta, dicendomi che è molto affascinante e suona molto gotico. Le ho risposto che in realtà è italiano, dopo averla ringraziata. Accanto a me in pullman, mi sono beccata un obeso e saccente adolescente newyorkese…vabbé, non si può aver tutto dalla vita: dall’altro lato per fortuna c’era il finestrino con l’amena campagna delle contee inglesi.

Siamo arrivati a Windsor alle 10.25 e prima ancora di scendere dal pullman e mettervi piede, già sapevo che anche la meta meno interessante del tour avrebbe avuto il suo fascino. Il castello di Windor è una delle residenze reali, quella di campagna per essere precisi. Essendo effettivamente abitato e, per di più, dalla famiglia reale, il castello è tenuto in uno stato di perfezione assoluta. Ha il fascino della roccaforte medievale e lo splendore di un palazzo: per i suoi cortili girano le guardie reali (quelle rosse, con il buffo cappello nero) e sono riuscita a vederne il cambio, accompagnato da una banda che, per ragioni misteriose, suonava il motivetto di Indiana Jones. Anche Windsor l’ho girato in solitario: un po’ perché ho perso l’intero gruppo all’entrata (avevo l’ingresso privilegiato dovuto alla London Pass), un po’ perché c’era a disposizione un’audio-guida gratuita e in italiano! E direi che è andata meravigliosamente.

Alle 12.25 spaccate, l’orario della punta, sono tornata al pullman: lì, con mio sommo piacere, ho scoperto che la prossima meta sarebbe stata Oxford e non Stonehenge com’era inizialmente previsto. Il che implicava che non dovevo temere di trovare chiusi i luoghi che assolutamente dovevo vedere.

Alle 13.40 eravamo ad Oxford. La guida ha fissato la nuova punta per le 15 … solo un’ora e venti, volevo morire! Non avevo idea in quale zona di Oxford fossi, né quanto fosse lontana la mia meta, sapevo solo che un’ora e venti era dannatamente poco! La guida è venuta in mio soccorso prima che chiedessi aiuto, indicandoci dove fosse il Christ Church College che poteva essere di interesse per alcuni di noi, dato che vi sono state girate varie scene di Harry Potter. Ok, il Christ Church era la mia seconda meta. E la prima, secondo la mia micro-cartina di Oxford, era nella stessa zona …

Carpita questa informazione essenziale, mi sono lanciata in una vera corsa contro il tempo: ho attraversato per intero uno dei viali principali di Oxford fino a trovare alla mia sinistra il Christ Church. L’ho superato e mi sono tuffata nel suo parco. All’altra estremità vi doveva essere la mia meta! Ma, con mia enorme frustrazione, ho scoperto che la meta era purtroppo dall’altro lato di un torrente senza possibilità di passaggio. Tornata indietro, sempre più angosciata dalla corsa contro il tempo, ho imboccato un vialetto che sbucava su un’altra via principale e ho rifatto il giro, cercando di raggiungere il lato opposto. Ad un certo punto, presa dalla disperazione, con il fiatone e sudata da morire, ho praticamente aggredito un passante chiedendogli indicazioni: spaventato, il tipo mi ha risposto, con un inglese dall’accento iberico, che ero arrivata e ha aggiunto che, però, l’ingresso era a pagamento. Ho ringhiato un “YES, I KNOW!” e me ne sono andata ringraziando. E finalmente eccolo, l’ingresso dell’Orto Botanico! Sì, di tanti college, ho scelto di visitare un giardino. Ma è il giardino che ha ispirato Wonderland e gli Ent e…

Mi sono catapultata dentro, stizzita da un gruppetto di turisti lentissimi nel fare i biglietti. Ho sganciato i miei 4£ e infine, sono entrata. È un luogo effettivamente di grande fascino: come tutti i parchi e giardini inglesi, è curatissimo e, nel caso specifico, ha ovviamente una grande varietà di vegetazione attraversata da sentieri serpeggianti. Una volta dentro, mi sono resa conto che la mia ricerca era tutt’altro che conclusa: ciò che cercavo non era segnato sulla mappa, né nutrivo speranze di trovare qualche indicazione sui cartelli … non avendo altra scelta, sono semplicemente andata a naso, imboccando i sentieri che più mi ispiravano. Vista la velocità con cui l’ho trovata, potrei dire che mi abbia quasi chiamata … è un punto del giardino in cui il sentiero che curva a sinistra si biforca: un ramo si tuffa nel verde, l’altro prosegue verso le sponde di un fiumiciattolo; al centro un albero. E una panchina. Ci sono arrivata seguendo la curva a sinistra del sentiero, scegliendo quello per puro istinto e, arrivata al bivio, già sapevo di averla trovata, prima ancora di aguzzare la vista in cerca della scritta sul legno. Era lei, la panchina.

Naturalmente vi era una famigliola seduta sopra. Quello che sembrava il padre, un signore anzianotto con le fattezze da hobbit, vedendo che mi ero bloccata lì davanti, con la reflex sfoderata, a fissare un punto indefinito in mezzo a loro, mi ha fatto, sorridendo: “I guess we are behind something you want to photograph!” e io “Ehm… yes … THE BENCH!” aggiungendo dopo un attimo un “Sorry!” che implicava un “Toglietevi subito di mezzo!”. Dato che per loro era solo una panchina, se ne sono andati senza remore e io ho potuto finalmente scattare il mio servizio fotografico a quella che, per me, è uno dei simboli del mio amore per la lettura. Concluso il lavoro da reporter, mi sono seduta. Lato sinistro, una mano sul destro a cercare di carpire qualche vibrazione di un altro universo…

Un giorno tornerò ad Oxford, tornerò all’Orto Botanico e resterò seduta su quella panchina tutto il giorno, a leggere. Quel martedì il tempo era pochissimo, e mi son concessa solo 5 minuti prima di ripartire. Ho concluso un rapido giro nel giardino, che è davvero una fonte di ispirazione per gli artisti: qualche panchina più a est della mia, mi ha salutata un affascinante pittore che stava ritraendo gli alberi lì intorno. Non sarebbe stato male fermarsi a dare un’occhiata, in effetti…

Ma avendo ancora una mezz’ora abbondante a disposizione, ho accelerato di nuovo il passo e salutato il giardino, sono tornata (anche stavolta riuscendo a beccare la strada più lunga) al Christ Church College. Non ho potuto resistere alla tentazione di entrare in un college inglese, né di vedere quelli che sono diventati la Sala Grande di Hogwarts e il campo di allenamento di Quidditch. Il lato nerd ha avuto pesantemente la meglio. Il giro nel college è stato davvero rapidissimo, pagato profumatamente e fondamentalmente stupido, ma se non lo avessi fatto, me ne sarei pentita.

Tornata trafelata, ma soddisfatta al pullman, ho constatato che la mia precisione british (erano le 15 in punto), non era condivisa dagli altri passeggeri che ci hanno fatto attendere altri 10 minuti buoni … frustrante, vista la mia corsa!

Ormai in pace con il mondo, mi sono appisolata mentre il pullman si dirigeva verso la nostra ultima tappa: il cerchio di pietre di Stonehenge. Il sito neolitico il cui nome significa “pietra sospesa”, è un luogo fuori dal tempo e dallo spazio: dolmen e menhir sono immersi nel nulla totale della campagna inglese, fatta solo di erba e corvi in volo e nuvole. Il centro visitatori è nascosto sotto una collina. Nonostante i molti turisti, l’atmosfera, con la luce calante delle 17, era decisamente suggestiva.

Non si entra nel cerchio di pietre, visto che un tempo i turisti avevano la splendida abitudine di martellare i monoliti e portarsene via i pezzi: si arriva però a 3 metri di distanza, nel punto più vicino, sin quasi a sfiorare le pietre. Arrivata a metà del giro, mi sono scostata dal gruppo e mi sono messa seduta sull’erba ad osservare il sito: avendo corso tutto il giorno, valeva la pena concedersi un attimo per assaporare le sensazioni: Stonehenge, come Oxford, era nella mia lista di TODO, da ben prima di Londra.

Abbiamo lasciato Stonehenge alle 17.30 di quel pomeriggio, per tornare nella capitale un paio d’ore più tardi. Non contenta della giornata passata in giro per il sud dell’Inghilterra, non sono tornata subito a casa, bensì mi sono incontrata con un’altra amica per cena e birretta, condite da una passeggiata serale in zona Westminster. Gli inglesi sanno vendere benissimo quello spicchio di Londra, con locali, musica e … luci, tante, colorate, con splendidi riflessi sul Tamigi.

La stanchezza è arrivata verso le 23 quando ho ceduto alla Jubilee Line di Waterloo Station e rivisto casa dopo 15 ore.

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