domenica 2 giugno 2013

London (Re)calling

Il volo delle 10.05 (ora italiana), partito da Ciampino 40 minuti dopo il dovuto, atterra a London Stansted alle 12.15 (ora inglese), con solo una ventina di minuti di ritardo, infine. Tira un vento non indifferente: a Londra, fine maggio non vuol dire "quasi estate"...vuol dire "sciarpa e cappotto", almeno per noi italiani.

Ci ho messo 10 anni per andare a Londra per la prima volta. Ci ho messo meno di 10 mesi per tornarci.
Non ero mai tornata in una città estera, fatta salva Francoforte, in cui, però, ho parenti e altre motivazioni per andarci. Hai la strana sensazione di sentirti a casa, in un posto ben lontano da casa tua. Mi è bastato il primo viaggio in Tube per orientarmi di nuovo e riprendere le misure alla ragnatela sotterranea che è l'underground londinese.

A Londra, le banchine della metro non indicano le direzioni come in Italia: niente Battistini o Rebibbia (o meglio...Epping o Richmond)...le banchine si chiamano ovunque Northbound, Southbound, Eastbound e Westbound. In questo modo, se te lo ricordi e hai una cartina a portata di mano, sai sempre quale sarà la tua banchina: devi solo capire se vai a nord, a sud, a est o a ovest.

Niente frenesia, niente corse pazze per Oxford per vedere  TUTTO. Questa volta si è camminato, e tanto, ma con lo spirito della passeggiata. E Londra, con il sole (ebbene sì...SOLE) è meravigliosa per passeggiare, con i suoi parchi e giardini ad ogni corner, le casettine a schiera, tutto quel rosso in giro.
Prendendo le cose con calma, mi sono resa conto di tutti i dettagli che avevo perso alla prima visita, a cominciare dalla strana fontana, formata da due grossi triangoli inclinati che danno l'impressione di lasciare due immobili lastre d'acqua sospese nel nulla di Green Park, proprio di fronte alla dimora della regina. Mi è stato detto che è un regalo che arriva dal Canada, e così si spiegano le foglie d'acero incise sul fondo della fontana.
E come non citare la statua all'inizio del ponte (lato Westminster) che collega Big Ben e London Eye: alzo gli occhi e mi trovo una regina guerriera che una coppia di cavalli. L'incisione sottostante recita:

Boudicca, queen of the Iceni,
who died A.D. 61

after leading her people

against the roman invader.


Proprio quella Boudicca, di cui parla Tacito nei suoi Annales e a cui tanto mi ero appassionata anni fa...e l'anno scorso, pur essendoci passata davanti infinite volte non l'avevo vista!

Evento principe (ma anche re) di questa seconda trasferta londinese, è stato il mio primo concerto fuori dai confini italiani. Volevo assolutamente vedere un gig a Londra, patria del rock, ed ecco i Muse all'Emirates Stadium, casa dei Gunners dell'Arsenal. La voce di Matt Bellamy infesta pesantemente le mie orecchie ormai da mesi e mesi (non mi sono mai più ripresa dal concerto di novembre) e le sue canzoni si legano sempre più alle mie vicende. Quale migliore occasione per coronare un sogno?

Ed eccoci in fila, con l'ottima compagna di viaggio, Antonella, per ritirare i nostri biglietti (prato, ovviamente) al botteghino e metterci in coda al gate H. Momenti di panico quando spunta una borsa sospetta dietro un cartellone pubblicitario e un poliziotto chiede se è di qualcuno di noi, la fa annusare ad un cane e ci mette svariati minuti prima di decidersi ad aprirla. Saltare in aria a Londra non sarebbe stato l'ideale...


Considerazioni sul pubblico londinese...Prima cosa da sapere è che loro, al contrario di noi maniaci italiani, non si appostano dal primo mattino davanti alle cancellate per guadagnarsi la prima fila: arrivano con tutta rilassatezza e ordine del mondo. Cosicché, noi povere sfigate che il biglietto dovevamo ritirarlo, siamo riuscite, pur mettendoci in fila solo un'oretta prima dell'apertura dei cancelli, a guadagnare un'onesta quarta fila.
Altra cosa curiosa, è il melting pot di pubblico che si trova nei concerti inglesi: si andava dall'ovvio ragazzetto con capigliatura discutibile e fischio potentissimo, alla molto meno ovvia signora sessantenne, vestita bene, con i capelli cotonati e irritante parlata francese. Per mia fortuna, la suddetta signora ha scelto andarsene in seconda fila con l'aiuto della figlia e alla faccia di chi le stava davanti...non l'avrei tollerata per tutto il concerto con il suo  voluminoso posteriore sempre in movimento a dare botte da una parte e dall'altra. In prima fila avevamo invece, un'altra signora sui 50-55, molto più rock: lei si è guadagnata tutta la mia stima, era più fomentata di molti giovani.
Ultima considerazione sul pubblico...noi italiani siamo più caldi,c'è poco da fare. Lì non tutti sono esaltati: chi lo è, lo è per bene, ma molti sono fermi, statici, non abbastanza invasati.

In compenso la band ha dato il meglio di sè, giocando in casa: un concertone di 2 ore e 10 filate, niente pause, almeno 25 pezzi, di cui alcuni erano vere chicche.
SPOILER SPOILER SPOILER (per chi li vedrà a Roma a luglio)
Fantastica la lampadina gigante che ha volteggiato sulle nostre teste durante Blackout, con tanto di equilibrista appesa, che si dondolava sul pubblico. Fantastiche anche le ciminiere sputa-fuoco che, è il caso di dirlo, riscaldavano l'ambiente.
Ma il momento che davvero mi ha riscaldato il cuore, è stata l'esecuzione di Unintended, decisamente inaspettata, non sperata. Matt e Chris sulla pedana al centro del pubblico, la gente che seguiva il testo, un'atmosfera da brividi. E Unintended è stata LA canzone regina dei miei ultimi quattro mesi...
FINE SPOILER

Il concerto si chiude su Starlight...e io a forza di salti, spinte e pogo, lo chiudo in seconda fila. Mi resta il rammarico di aver sfiorato per la seconda volta la mano di Matt, passatomi a mezzo metro di distanza, mentre io ero intenta a schiaffeggiare una signora in prima fila pur di arrivare a lui... ma l'esperienza è stata così bella, da rendere il dettaglio non rilevante (e fondamentalmente, c'è Roma come ultima chance e lì gioco in casa!)

La mattina dopo, nonostante il disgusto per la sola idea delle uova, della pancetta e delle salsicce a colazione, lo stomaco è felice di cibarsi..lo stato di devastazione dopo un concerto è tremendo...e l'idea di camminare tutto il giorno, distrugge ancora di più.

Anche stavolta, giro per la City di lunedì...ma è Bank Holiday, così ci sono solo molti turisti, e nessun businnessman inglese in giacca e cravatta che cammina frenetico.

Vista con il sole, la CIty mi ha lasciato un ricordo molto meno grigio rispetto all'anno scorso: anche la sponda del Tamigi con il City Hall, nonostante le sue strutture futuristiche, acquista fascino.

La giornata turistica la concludiamo con un giro sulla London Eye: l'estate scorsa l'avevo evitata per mancanza di tempo e soldi (costa quasi 20 pounds)...e anche perché non sono fanatica delle ruote panoramiche!

Devo dire, tuttavia, che questa merita: è gigantesca, le cabine possono ospitare tranquillamente una ventina di persone e il giro non dura meno di 20 minuti. L'House of Parliament dall'alto (al tramonto per giunta), è davvero mozzafiato e merita, di per sè, il costo del biglietto.

L'ultimo giorno, Londra decide di rimettersi la sua veste uggiosa: sarà che sono finite le vacanze e gli eventi (tra concerti e finale di Champions, il weekend è stato bello pieno), ma la città ridiventa seria e...bagnata!

La passeggiata ad Hyde Park ce la facciamo sotto l'acqua: le foto al laghetto sono una mezza impresa, ma l'atmosfera che se ne ricava è notevole. Io, con il mio ombrellino rosso, resto in tinta con questa città, grigia, rossa e verde.

Tornare rammarica sempre un po'... anche se, stavolta, il ritorno assume un altro colore: Londra è bella, a Londra si vivrebbe bene, probabilmente, a Londra tornerò ancora e ancora e ancora. In questo momento, tuttavia, il mio posto è ancora a Roma.

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