sabato 3 maggio 2014

Mal d'Irlanda: Galway e le Cliffs of Moher

"E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora e potrò consolare i tuoi occhi bagnati..."
Che tornerò ormai è scontato. Non so esattamente quando, ma non penso che lascerò passare troppo tempo. L'occasione potrà essere un viaggio, lungo o breve ...o magari un tentativo di cercare lavoro all'estero....ma dovrò partire di nuovo, richiamata da quella parte di me che è rimasta ospite degli elfi e che mi fa sentire un po' esule a casa mia!
"E i giorni son secoli aspettando di poter tornare di nuovo la fine del mondo cullato dal canto del mare"

Questo era ciò che scrivevo nel maggio del 2011, una settimana dopo essere tornata dal mio primo viaggio nella verde Irlanda. Un pronostico facile da fare, in effetti ... e perciò veritiero e avveratosi.
Così, dopo quasi tre anni precisi da quel viaggio che mi aveva lasciato l'Irlanda nel cuore, eccomi qui di nuovo a scrivere di un nuovo viaggio nella verdissima isola. 

Mi ero promessa di tornarci, non solo per il mal d'Irlanda (quella dolce malinconia che ti prende quando torni a casa dalla terra dei folletti), ma anche perché all'epoca avevo scoperto l'esistenza delle Cliffs of Moher, le scogliere a sud di Galway che non ero riuscita a visitare per mancanza di tempo (e di compagni di viaggio decentemente avventurosi). Come spesso mi capita di dire a posteriori...meglio così! La situazione in cui mi trovavo allora non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella attuale e vedere un psoto come le Cliffs con la migliore compagnia possibile, le rende ancora più magiche.

Si parte di 24 aprile, con il volo Ryanair delle 11, zaino in spalla (ormai diventato il fidato compagno di viaggio nonché il bagaglio a mano perfetto), zainetto in braccio per la reflex (Ryanair si è decisa ad aggiungere il secondo bagaglio a mano, thanks God) e giaccia da neve addosso perché questa volta il freddo non mi frega.

Ci godiamo le 3 ore di volo sonnecchiando, ascoltando un po' di musica celtica per entrare nel mood giusto, e sbirciando le Alpi (quel giorno meravigliosamente visibili) dal finestrino. Si atterra alle 13.20 ora irlandese, giusto in tempo per trovare la via di fuga dall'aeroporto e la fermata del Bus Eireann che ci porterà a Galway.

Altre 3 ore di viaggio, questa volta tuffandoci sempre più a fondo nella campagna irlandese. Lele non è mai stato in Irlanda e resta totalmente affascinato dal verde brillantissimo che arriva sempre fino al bordo della strada. Verde che diventa sempre più brillante e insistente man mano che ci spostiamo verso ovest. Ecco, mi gioco subito una considerazione con cui sono tornata da questo viaggio: la zona di Dublino ti incanta la prima volta che vai in Irlanda, ma la campagna intorno a Galway è un'altra storia. Credo che quella sia la zona che dia origine alle favole sui folletti, perché sembra di entrare in un altro universo: verdi vallate sotto un ampio cielo (ovviamente nuvoloso), punteggiate da cespuglietti con i fiori gialli (che poi ho scoperto essere ginestra spinosa), pascoli delimitati dai muretti in pietra, mucche, cavalli e pecore dal muso nero con agnellini saltellanti al seguito che vivono nel loro Eden. E i corvi che planano ovunque.


Arriviamo a Galway verso le 17 ora locale: non fa particolarmente freddo, la cittadina sembra animata. Chiediamo indicazioni ad un tassista e arriviamo al Travelodge Hotel, un alberghetto non troppo pretenzioso, ma accogliente, abbastanza pulito  e con il personale gentile. A 100 metri dal cimitero di Galway :P ! Ma a me i cimiteri celtici piacciono, per cui...ne approfitto per le foto!


Il vero dramma quando viaggi in Irlanda è il cibo. Non c'è il concetto di cibo sano, né di cibo leggero...né onestamente di cibo appetitoso: la prima sera testiamo quello che è considerato il "miglior fish&chips d'Irlanda"...per carità nel suo genere è buono, ma davvero troppo pesante, oleoso e con una montagna di chips che indubbiamente ti riempiono lo stomaco, ma poi non scendono più. Thanks God, c'è la santa Guinness per mandare giù il tutto. La tipa del pub mi chiede la carta di identità e sgrana gli occhi quando si rende conto che ho 27 anni, ma alla fine porto a casa la mia pinta, felice.

***

Il 25 aprile, mentre a Roma suppongo di stiano organizzando scampagnate, per noi diventa il giorno delle Cliffs of Moher: preso coraggio e ottenuta la carte di credito necessaria, abbiamo optato all'ultimo per l'affitto di un'auto. L'unica alternativa fattibile sarebbe stato un tour organizzato, ma, memore dell'esperienza inglese (bellissima, ma troppo di corsa), la cosa mi convinceva poco: dopo tre anni di attesa, le Cliffs le volevo vedere con i giusti tempi e modi. Per cui, alle 8 del mattino ci incamminiamo verso la periferia di Galway, alla ricerca dell'ufficio Enterprise con cui abbiamo prenotato la macchina. Ovviamente ci perdiamo...Google Maps mi ha tradita alla grande e ci ritroviamo in difficoltà ad una misteriosa rotatoria quando viene in nostro soccorso un simpatico vecchietto irlandese con la faccia (ma i modi) da pescatore che, addirittura, prende il numero di telefono dell'Enterprise dal nostro voucher e li chiama per farsi spiegare dove si trovano. Evviva la gentilezza irlandese.

Finalmente, dopo aver trovato l'ufficio e aver sbrigato un po' di burocrazia, alle 10 riusciamo a partire. Volante a destra, cambio automatico (per non fare troppi danni) e ...keep the left!
Guidare dall'altro lato non è così traumatico: devi solo continuare a ripeterti di tenere la sinistra per non invadere la corsia opposta. Alla fine mi ha creato più problemi il cambio automatico che la guida al contrario: il piede cerca inesorabilmente una frizione che non c'è e trova, altrettanto inesorabilmente, il grosso pedale del freno, con conseguenti inchiodate. Dopo i primi venti minuti comunque, si fa l'abitudine a tutto.

All'andata ci fermiamo a farci un giro del Dunguair Castle, che sorge in una zona semipaludosa, come piccola torretta di guardia. Sembra uscito da qualche scenario di Game of Thrones, con l'edera che si arrampica sulle mura...


Dopo un paio d'ore di viaggio, con soste varie, arriviamo infine al parcheggio delle Cliffs, dopo ci accoglie la bigliettaia dai capelli rossi che ci etichetta subito subito come italiani.
Ora, se avessi cercato di immaginare il mio arrivo alle Cliffs, non sarei riuscita a figurarmene uno migliore: si percorre un sentiero che non ti mostra subito cosa ti aspetta quando arrivi al bordo e, una volta arrivati lì, troviamo un musico che sta suonando l'arpa celtica con uno scenario mozzafiato alle spalle. Da brividi è dire poco.


Quando arrivi alle Cliffs dal centro visitatori, ti trovi più o meno in mezzo, con un percorso che va a sinistra e uno che va a destra. Quale che sia la tua scelta iniziale, dopo un piccolo tratto in cui è presente una barriera protettiva, troverai un cartello che ti dice, in sintesi, "Da qui in poi, sono affari tuoi". Via le barriere, via le protezioni, iniziano un paio di sentieri, uno proprio sul bordo delle scogliere, l'altro leggermente più all'interno. E ti ritrovi a passeggiare a mezzo metro dallo strapiombo che, nel punto più alto, raggiunge i 210 metri, a picco sull'Oceano Atlantico. Scegliamo prima il percorso di sinistra: è una vera e propria escursione, con diversi sali-scendi. Ad un certo punto, arriviamo ad una specie di piattaforma rocciosa, naturale, da cui si può ammirare il fianco delle scogliere, pieno di nidi di gabbiani che vanno e vengono sulle onde. Una signora anziana prende e si distende a terra, buttando la faccia oltre il bordo... io prima la reputo una folle, ma dopo averlo visto fare anche a Lele, mi convinco e do una sbirciata... da vertigini. Lo stomaco...tutto il corpo si rifiuta di avvicinarsi e sporgersi più di tanto, ma c'è da dire che la visione merita lo sforzo.




Facciamo dietrofront e torniamo a punto centrale, dove iniziamo il percorso di destra: un'altra lunghissima passeggiata sul bordo del nulla e il vento inizia a soffiare davvero forte. Non mi sorprende che nei giorni di brutto tempo non sia consentito avventurarsi sui bordi: una folata un po' più forte sarebbe sufficiente a farti volare giù. Non arriviamo proprio in fondo, perché inizia a farsi tardi, ma quando torniamo alla macchina ci sentiamo decisamente soddisfatti, affascinati ed estremamente vivi.

Prendiamo la via del ritorno in rilassatezza (anche troppa... remember, keep the left!) e facciamo solo brevi soste per fotografare i nidi dei corvi che affollano i rami degli alberi che si sporgono sulla strada.

La sera, stanchi, ma felici, andiamo alla ricerca di qualcosa di caldo da mettere nello stomaco...qualcosa che non sia fish&chips: optiamo per la Galway's Chowder, la zuppa di pesce tipica di Galway. Stavolta non ci va male, la zuppa è calda e gustosa e la Guinness la annaffia ottimamente.

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Il terzo giorno, prima di imbarcarci di nuovo sul pullman per Dublino, dedichiamo una mezza mattinata all'esplorazione di Galway. Ci carichiamo con un té caldo e un burrosissimo muffin e iniziamo a vagare per le viuzze di quello che in origine era senz'altro un paese di pescatori. Come souvenir, scegliamo di riportarci a casa un irish whistle, il flauto irlandese, comprato in uno splendido negozio di strumenti musicali sulla via principale di Galway.

Arriviamo poi al Claddagh, la zona del porto che dà sulla baia di Galway. Un molo si allunga nelle acque e ci regala una caratteristica vista delle casette colorate che danno sul mare.



Proseguiamo prima attraversando un prato verdissimo in cui i cani corrono felici, e poi avventurandoci di nuovo nelle stradine interne, seguendo un canaletto che ci regala altri scorci fiabeschi.

Verso le 14, dopo un altro té caldo preso mentre fuori sta tirando giù l'unico scroscio di pioggia pesante di tutta la vacanza, decidiamo di andare a prendere il bus, direzione Dublino. Decisione sbagliata. Perché, di tutti gli orari possibili, quello delle 14.30 è il bus peggiore: non è un diretto, fa un giro lunghissimo e svariate fermate. Arriviamo a Dublino dopo 4 ore e mezza di viaggio, invece che 3, decisamente stravolti.
In queste condizioni uno si aspetterebbe di trovare un'accogliente alberghetto per riposarsi e riprendersi un po', ma anche in questo, la giornata non è fortunata: evitate come la peste il Backpackers Hostel di Dublino, è un vero schifo. La "stanza" era una cameretta di 4 mq con un letto (terrificante), una sedia pieghevole e un tavolino di Ikea come comodino. Il bagno in condizioni pessime. Ci rassegniamo alla situazione e cerchiamo di passare la notte (impresa non facile, visto il materasso assassino e i gruppi di tedeschi che arrivano alla quattro del mattino cantando.

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Alle 9.30 del 27 aprile scappiamo via da quell'incubo di albergo, decisamente poco riposati. Per fortuna Dublino ci aiuta: il clima è abbastanza mite e, meraviglia delle meraviglie, c'è il sole! Non il sole italiano con un cielo limpido, ma è decisamente sole ed è più di quanto si possa sperare in Irlanda.

Faccio volentieri da cicerone al mio ragazzo per il centro di Dublino, che ricordo ancora piuttosto bene: iniziamo dalla Christ Church Cathedral che continua a ricordarmi un'ala di Hogwarts XD ... proseguiamo poi verso il Castello, Temple Bar e il Trinity College. Il tutto con un passo decisamente rilassato e molte soste in cui cerchiamo di non cadere addormentati. Per il pranzo, scegliamo a naso un ristorantino che poi si rivela essere francese...quindi alla fine sono andata a mangiare quiche in Irlanda. In ogni caso, era buono, quindi ho sorvolato sull'umiliazione di mangiare francese in un luogo diverso dalla Francia.

Decidiamo di impiegare gli ultimi 40 minuti utili prima di prendere il bus per l'aeroporto, andando a dare un'occhiata al St. Stephen Garden, che anche io non conoscevo. Mi sono pentita di non esserci passata prima perché è un parco bellissimo, tenuto meravigliosamente e sembra più in stile olandese che irlandese, con aiuole piene di fiori coloratissimi.


Ci incamminiamo, sempre con rilassatezza, verso la Busaras, dove avremmo dovuto prendere la linea 747 dell'Airlink, diretta verso l'aeroporto. Secondo consiglio su cosa evitare a Dublino: la Airlink. A parte che se si è fortunati come noi e si riesce a condividere il taxi con almeno un terzo passeggero, allo stesso prezzo del biglietto del bus, si viaggia più comodi e veloci; ma, al di là di questo, una linea di autobus che serve un aeroporto non può fare 20 minuti (se non di più) di ritardo. Presi dal panico, come detto, optiamo per il taxi e lo dividiamo con un ragazzo ben felice di aver trovato un passaggio. Arriviamo in tempo per metterci seduti in attesa di salire sul volo e, tutto sommato, è andata bene così.

***

Chiudo questo piccolo diario di viaggio decantando ancora una volta la terra dei folletti: soprattutto la zona ovest è un luogo fuori dal mondo, le campagne sembrano essere rimaste ferme a diversi decenni fa e questo le rende ancora più affascinanti. Il verde, la natura, prevalgono su tutto, sbucano dalle fessure dei muri, si impossessano di intere pareti, arrivano fino ai bordi della strada. 
Voglio promettermi ancora una volta che questo non sarà l'ultimo viaggio in Irlanda: è una terra che credo che abbia ancora molto da mostrarmi e, indubbiamente, respirare un po' di aria celtica, mi fa bene all'anima.

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