venerdì 1 agosto 2014

Le Gole di Celano - I boschi senza sentieri...


"C'è un piacere nei boschi senza sentieri,
C'è un'estasi sulla spiaggia desolata,
C'è vita, laddove nessuno s'intromette,
Accanto al mar profondo, e alla musica del suo sciabordare:
Non è ch'io ami di meno l'uomo, ma la Natura di più."

George Gordon Byron



C'è chi ama passare le proprie domeniche in spiaggia e tornare a casa abbronzato. 

Io amo quelle domeniche in cui torno a casa con le gambe stanche e i piedi doloranti. 
Con le scarpe piene di fango. 
Con la terra e il muschio sotto le unghie. 
Con la meraviglia negli occhi.
Io amo le domeniche nei boschi.
***
Le Gole di Celano sono un passaggio tra il Monte Sirente e il Monte Tino che collega Celano con la Val d'Arano, nei pressi di Ovindoli. Sono né più né meno che un vero canyon a centro degli Appennini.
Le pareti di roccia alte quasi 200 metri, si stringono in un passaggio incantato, in cui la natura cresce prepotente prendendosi il poco spazio concessole, grazie alla presenza del torrente Foce, in estate ridotto a qualche pozza qua e là e a tanta umidità.
***

Ho insistito fino allo sfinimento negli ultimi mesi, assillando Luca, il mio amico organizzatore di escursioni per eccellenza, per scegliere una domenica e avventurarci nelle Gole. Così, domenica scorsa, infischiandocene di questa estate così poco estiva e della pioggia che sta tempestando l'Italia in questi ultimi giorni di luglio, siamo partiti in quattro, con i nostri rispettivi partner, scarpe da trekking ai piedi e zaini in spalle.



Il percorso abbiamo scelto di iniziarlo dal lato di Celano: appena usciti dal paese, si trova una strada semi-sterrata che conduce ad un parcheggio proprio davanti all'imbocco delle Gole. 

Scesi dalla macchina, abbiamo avuto subito la prima bella sorpresa: guardando il cielo, abbiamo potuto ammirare il volo di due poiane che nidificano in quella zona. 





Lasciati i rapaci alla loro caccia, abbiamo iniziato il nostro cammino.
Subito dopo uno slargo che mostra subito l'imponenza delle pareti rocciose, ci si inizia ad addentrare in un bosco di sempreverdi: il sentiero ci porta piano piano (ma nemmeno troppo piano in effetti) sempre più in alto. Il verde inizia ad avvolgerci, dalle pareti di roccia emergono cespugli e fiori intrepidi, persino i segni dell'uomo (maleducato) vengono catturati nella morsa delle piante che crescono persino all'interno di una bottiglia di vetro abbandonata.

 




Al termine della salita, il sentiero si addentra in un bosco fitto, dove la luce del sole fatica a passare e l'aria è carica di umidità. Le rocce si coprono di muschio, i tronchi degli alberi di funghi, il sottobosco pullula di vita. Dobbiamo essere entrati a Fangorn senza essercene accorti!


Il sentiero si nasconde e per ritrovarlo dobbiamo salire sui resti di quello che sembrava essere un muro: la superficie è terribilmente scivolosa e quando si arriva al metro di altezza, inizio ad avere le vertigini e a non fidarmi più dei miei piedi. Luca ci intima di allungare il passo, perché la parte più bella deve ancora arrivare e il percorso è lungo.

Le pareti iniziano a stringersi e a coprirsi di edera: spuntano caverne che sembrano essere l'entrata delle miniere di Moria; sotto ai piedi, sassi sempre più grandi prendono il posto del terriccio e camminare diventa sempre più difficoltoso: il letto di un torrente è fatto da pietre scivolose e infide, il muschio cresce ormai ovunque.



Giungiamo ad uno dei passaggi più suggestivi: il percorso sale sulla destra un po' più in alto della vegetazione, quindi ci troviamo sulla sinistra gli alberi e dall'altro lato la parete di roccia che rientra leggermente fornendoci un ottimo riparo per quell'inizio di pioggerellina che potrebbe presto risultare fastidiosa. Ne approfittiamo per sederci sulle rocce e consumare il nostro pranzo a base di panini per riprendere un po' di energie. 


Mangiando, osservo la strettoia dove proseguirà il nostro cammino: le pareti di roccia hanno mille scanalature e rientranze e più le guardo e più vedo volti che ci osservano di rimando. Alcuni austeri, alcuni esterrefatti, alcuni disperati. Volti di pietra che mi ricordano un vecchio film di Peter Weir del 1975, che piaceva molto ai miei: "Picnic ad Hanging Rock", tratto da un libro, ispirato ad una storia vera, narra la strana vicenda ambientata all'inizio novecento, nella campagna australiana, di un gruppo di ragazze di un istituto femminile che si recano a fare un picnic nelle colline di Hanging Rock. Quattro di loro spariscono misteriosamente senza lasciar traccia, tra le affascinanti rocce di questo luogo: il film era molto onirico e le immagini si soffermavano spesso sui volti che si scorgevano nella pietra. Una delle ragazze tornerà, senza ricordare assolutamente nulla di ciò che le è accaduto e senza avere segni che potessero lasciar indovinare la sua sorte. Pensare a quel film nelle gole di Celano è stato da un lato inquietante, dall'altro molto suggestivo...
E quindi... quante facce vedete in questa foto?


Finito il pranzo e superata la strettoia delle facce, arriviamo a quello che, secondo me, è stato lo scenario più bello: degna di un film di avventura, ci si para davanti una salita fatta di grossi massi lucidi di umidità e verdi di muschio che termina in quella che sembra quasi essere una giungla. Decisamente si tratta della parte più impegnativa dell'escursione, dove oltre che all'equilibrio, ci vogliono anche gambe lunghe e forti per arrampicarsi. Mi aggrappo con le mani alle rocce, mi ritrovo il muschio sotto le unghie, i piedi mi scivolano, le braccia non sempre ce la fanno a sollevarmi, ma raramente mi sono sentita così bene e in contatto con Madre Terra.


Alla fine vinco io. DI tenacia, più che di forza o di equilibrio, ma vinco io.
Sfinita, mi rituffo nella vegetazione, se possibile ancora più fitta del tratto di bosco precedente.
Qui l'uomo è lontano, questa è la terra degli gnomi e dei folletti: sul lato destro, onde di roccia, erba e muschio, danno la sensazione di essere la città degli gnomi.


Una delle cose che ci sono sembrate più incredibili è stata una pozza d'acqua larga sì e no un metro e mezzo e lunga al massimo cinque: una pozzanghera in pratica. Ebbene, in questo piccolo stagno nuotavano frenetiche almeno due trotine, probabilmente rimaste bloccate dal ritrarsi del torrente e costrette ad accontentarsi dello spazio ristretto fino alle prossime piogge. Spero per loro che non arrivi affatto la siccità quest'anno...

Il cielo si scurisce, ricominciamo ad accelerare per arrivare a quella che sarà la nostra tappa finale (pur non essendo il termine delle gole): la fonte degli innamorati. L'ultimo tratto è molto più agevole di quello appena passato: terriccio e fanghiglia, pochi sassi...in poco tempo arriviamo alla fonte: si tratta di una cascatella che si tuffa nel torrentello sottostante da una decina di metri. Il tutto in pieno bosco...


Io e Lele facciamo un'altra sosta qui per goderci la magia del posto. Luca e Veronica proseguono un po' più avanti: tornano qualche minuto dopo con il racconto di uno stagno nascosto con molte più trotine che nuotano felici e ignare del mondo circostante. Proviamo ad andare a vederlo anche noi, ma il destino dice no: percorsi pochi metri, sentiamo un rombo tremendo, come se ci fosse qualcosa di grosso che si muove nella vegetazione.  Luca ci grida di correre via...personalmente là per là ho pensato ad un cinghiale e mi è preso davvero un colpo...
In realtà era "solo" un masso di dimensioni consistenti che è rotolato giù da una delle pareti e si è sfracellato nel bosco sottostante...là dove avremmo potuto esserci noi se fossimo stati di poco più veloci...

Lo interpretiamo come un segno che ci indica di fare dietrofront (seguito rapidamente da un secondo rombo, nel caso avessimo ancora dubbi...). Non bastasse la pioggia di massi, ci si mette anche quella vera: rombi che stavolta arrivano dal cielo e qualche gocciolina che inizia a farsi strada nel soffitto di foglie, ci convincono a rigirarci in fretta.
Tempo...cinque minuti?...quelle goccioline sono diventate un acquazzone: gli alberi ancora ci coprono abbastanza, ma non del tutto...
La vera tragedia arriva quando raggiungiamo di nuovo il passaggio dei giganteschi massi che, ora, non sono solo umidi, ma totalmente fradici...e il diluvio continua in maniera piuttosto convinta.
Rassegnati, iniziamo la discesa, scoprendo, per fortuna, che un sasso totalmente bagnato è molto meno scivoloso di un sasso solo umido. Resta comunque la pioggia battente a inzupparci fino al midollo: i miei piedi stranamente volano leggeri sui massi, non inciampo, non ho paura di cadere, non mi preoccupo delle mani sporche di terra, dei pantaloni freddi e pesanti d'acqua...procedo al massimo della mia velocità, con una sorta di euforia...


Passiamo all'interno di una caverna, nera nera, dove non so dove metto i piedi, né le mani; cerchiamo riparo sotto le rientranze, ma ormai possiamo fare ben poco...


Nelle due ore che abbiamo impiegato a tornare indietro e uscire dalla gole, la pioggia non ha mai smesso, né ha particolarmente diminuito la sua forza: ha continuato a rovesciarci addosso secchi su secchi, più clemente soltanto in quei tratti dove gli alberi erano più fitti... ma le rocce erano bagnate, la terra era fanghiglia, le foglie zuppe, c'era acqua ovunque. Se ci fossimo fermati, ci saremmo congelati: i muscoli erano mantenuti caldi solo dal costante movimento.

Una menzione d'onore la meritano le mie scarpe da trekking che mi hanno tenuto i piedi asciutti per buona parte del tempo: ce l'avrebbero fatta fino alla fine, se non fosse che il mio piede sinistro ha, ad un certo punto, deciso di sprofondare fino alla caviglia in una pozza, invece di posarsi leggero sul sasso a fianco...

Dopo aver letteralmente volato (o nuotato...) per due ore, siamo infine di nuovo fuori dalle gole: ci tuffiamo in macchina e cerchiamo di riscaldarci prima di rischiare l'ipotermia...

Che dire? Una di quelle esperienze elettrizzanti, da raccontare e raccontare ancora: il luogo, quasi mistico, surreale; la natura avvolgente; la roccia che sembra viva; e la pioggia...disagevole, fredda e bagnata, ma che ti mette in contatto con qualcosa di profondo dentro di te, nascosto ormai nei meandri dell'istinto. 
Le gole di Celano sono da visitare: devono essere meravigliose anche con il sole, ma ammetto che questo tempo incerto e, anzi, al ritorno totalmente avverso, ha aumentato ancora il loro fascino.


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