venerdì 26 settembre 2014

Scotland Diary: Day 2

Proseguo (lentamente, ma costantemente) questo diario di viaggio.
La Scozia purtroppo non è diventata indipendente, nel frattempo: i NO hanno avuto la maggioranza. Politica e denaro hanno avuto la meglio sull’orgoglio scozzese… suppongo che, dal punto di vista pratico, sia la scelta migliore, ma l’idea di una Scozia libera dall’antico giogo inglese era sfiziosa.
Sarà per il prossimo referendum …

***

Ma dove eravamo rimasti?
Eravamo ancora a Edimburgo: sveglia mattutina per affrontare l’ultima mattina nella capitale e la lunga marcia verso nord nel pomeriggio.
Dovendo liberare il nostro appartementino entro le 11, decidiamo di alzarci di buon’ora, fare colazione, stipare buona parte delle nostre cose nei due fidi zaini e uscire con solo i soldi in tasca per andare a fare l’ultimo shopping sul Royal Mile senza troppi impicci addosso.
La mattina presto la gente è poca, c’è un’aria sonnacchiosa e la città tira su le sue saracinesche non prima delle 9.30: per questo ci facciamo una lenta passeggiata prima in direzione del castello, poi di nuovo verso l’Holyrood Palace (provando ad addentrarci nelle viuzze, ma fallendo miseramente e tornando al punto di partenza)  e poi di nuovo verso la cattedrale, per passare il tempo e goderci le strade libere dalla folla.

Verso le 10 apre, infine, uno dei negozi che avevamo puntato il giorno prima: ne usciamo con diverse sterline in meno, ma due kilt e una piccola cornamusa in più, per cui andrà trovato posto nei nostri zaini straripanti.

Tornati in appartamento, con un po’ di pazienza vinciamo la nostra partita a tetris: gli zaini si chiudono e scendiamo a riconsegnare le chiavi. Sbrigate le formalità, ci dirigiamo verso la prossima meta, quella designata il giorno prima dall’alto dell’Arthur’s Seat: Calton Hill.
Calton Hill è un’altra piccola collina nel cuore di Edimburgo, designata sito di interesse e archeologico, e piena di edifici architettonici di vario genere: dalle piccole fortezze adibite ad  uffici governativi, a quello che sembra un tempio greco, ma è in realtà il National Monument, in memoria dei soldati scozzesi morti durante le guerre napoleoniche. Pare che su Calton Hill si svolgano i festeggiamenti per il Beltane, la ricorrenza celtica della primavera.


Salire su una collina con un zaino stracolmo non sembra essere una buona idea, ma viene premiata la nostra tenacia: la collina è in realtà un parco ben tenuto, con tanto di scalinate, così la salita risulta agevole e veloce. Calton Hill è un luogo davvero di ispirazione: l’aria che si respira, rilassa gli animi; il paesaggio che si ammira dalla cima è emozionante. Dal versante ovest si può ammirare Edimburgo in tutto il suo splendore, con il catello che svetta su tutto il resto. Dal versante sud, avvistiamo l’Arthur’s Seat, quella stessa cima su cui eravamo nemmeno 24 ore prima. Sotto il versante nord, si srotola la New Town, fino al Firth of Forth.





Sotto il National Monument, si sistema una arpista, tanto per dare un altro tocco di celticità, a un posto che ben si comprende perché sia stato scelto per una delle celebrazioni di Beltane. Potrei tornare ad Edimburgo un fine aprile, per dare un’occhiata …

Verso mezzogiorno gli stomaci iniziano a brontolare: prima di salire su Calton Hill, avevamo avvistato un ristorantino che serviva a pranzo due portate a 10£. Decisi a tentare la sorte per la prima volta con il cibo scozzese, iniziamo a scendere.
Il ristorante sopracitato è Howies. Ha due sedi ad Edimburgo: una sul Royal Mile, in stile medievale, una ai piedi di Calton Hill, per l’appunto, in stile georgiano. La nostra ovviamente è la seconda:  la sala è davvero carina, forse anche troppo per due globetrotter con gli zaini che esplodono e le fangose scarpe da trekking ai piedi. O forse no, visto che ci fanno sedere e ci servono con gentilezza!
Premettendo che le porzioni non erano proprio abbondantissime, c’è però da dire che il cibo era davvero di ottima qualità: lo sformatino di salmone che abbiamo preso come antipasto resterà nel mio cuore come il salmone più buono che abbia mai assaggiato; anche il piatto principale, pesce al forno con patate e cipolle, era davvero appetitoso. Per la birra, puntiamo su quella che avevamo bevuto la sera precedente: una birra artigianale edimburghese, frizzantina e beverina. Insomma, poche cose, abbastanza semplici, ma di qualità ottima.


Usciamo dall’Howies, forse non con lo stomaco satollo, ma senz’altro soddisfatti.

Prima di dirigerci verso l’ultima meta nella capitale, ovvero il centro Hertz per ritirare la nostra macchina in affitto, faccio una piccola deviazione alla ricerca di una maglietta della nazionale di calcio scozzese, regalo per mio padre. Purtroppo scopro che, se avessi voluto comprare una maglietta di rugby, avrei avuto vita molto più semplice …

Verso le 13.40 arriviamo al punto Hertz e scopriamo che, per nostra fortuna, gli impiegati sono molto più svegli di quelli irlandesi di Galway che ci misero un’ora per darci l’auto. Nel giro di 10 minuti abbiamoin mano le chiavi nella nostra … Mercedes! Ebbene sì, una Mercedes B150, colore azzurro metallizzato, una signora macchina che mi mette quasi soggezione. Mentre il mio ragazzo va nel vicino supermercato a comprare quelle che potrebbero essere le nostre provviste per i successivi quattro giorni, cerco di prendere la mano con questa nuova bimba. Il volante a destra, l’assenza della frizione e il “cambio” (si fa per dire, essendo un cambio automatico) ridotto a levetta, sorella di quella per mettere le frecce, non rendono la vita semplice.
Quando il mio ragazzo torna, io ancora sto ancora cercando di capire come si accendono le luci …
In ogni caso, impostato il navigatore in direzione nord, Inverness, ci mettiamo in marcia, cercando di resistere al traffico cittadino. Tentativo fallito: tempo  10 minuti e, per vedendomi arrivare un autobus sulla destra, mi butto troppo a sinistra e faccio saltare uno specchietto … In realtà lo specchietto della nostra macchina, alla fine risulterà essere praticamente illeso … cosa sia successo a quello della macchina a cui siamo andati addosso … lo ignoro …

Il piccolo incidente mi impanica ancora di più: non vedo l’ora di mettere le ruote fuori da Edimburgo e di tuffarmi sulle strade in mezzo ai boschi, dove il traffico sarà meno spaventoso …
Purtroppo devo attendere più del previsto prima di liberarmi del tutto dalla civiltà: superiamo prima un ponte stile californiano che ci fa saltare dall’altro lato del Firth of Forth; poi ci ritroviamo su una specie di autostrada senza pedaggio su cui facciamo, prima una sosta toilette su una piazzola (i livelli di disperazione …) e poi una sosta forzata dovuta ad un ingorgo misterioso. Tale ingorgo risulta essere il secondo indizio che ci porta a etichettare gli scozzesi come caos-maker: dopo 10 minuti sbuchiamo su una mega-rotatoria che sembra essere la causa di tutto quel rallentamento! Mettere una rotatoria in una strada ad alto scorrimento… mah!

Superato quest’ultimo ostacolo, la salita a nord diventa più agevole: non prendo velocità, tenendomi sempre ben sotto i limiti (espressi in  miglia, ovviamente), ma questo non mi impedisce di trovare il coraggio di superare (a destra!) un camion che va decisamente più lento di me!
Il resto del viaggio è contemplazione: ci inoltriamo nelle Highlands, le terre del nord, piene di colline e piccole montagne, tutte verdi, con macchie viola dovute a fiori che dovrebbero essere gli Scottish Bluebell, una specie di giacinto, con colori dal violetto al blu. Le strade si snodano tra le valli e più saliamo, più l’atmosfera si fa selvaggia e antica. La luce del sole calante rende lo scenario ancora più magico: la golden hour in Scozia è davvero oro puro.


Dopo 3 ore e mezza a volante, giungiamo ad Inverness, cittadina di 60.000 anime sulla foce del fiume Ness, poco più a nord del rinomato Loch Ness. Il fiume Ness taglia in due la città e, a dispetto della sua lunghezza irrisoria (solo 20 km dal lago al mare), non è proprio un torrentello.


Ad attenderci a Inverness c’è un simpatico Bed&Breakfast gestito da una signora bionda che somiglia molto a mamma Rowling: si tratta dell’Ardross Glencairn B&B, situato in due piccoli edifici d’epoca, davvero graziosi. Il soggiorno nel complesso va abbastanza bene: la stanza è accogliente, la signora gentile e disponibile quando le chiediamo indicazioni su dove andare a magiare.

Gli unici punti negativi sono dovuti un po’ alla sfortuna, un po’ a una dimenticanza della signora. La sfortuna vuole che capitiamo proprio nella stanza che dà su un corridoio particolarmente trafficato la mattina presto, nell’ora in cui iniziano a preparare la colazione: purtroppo, dato che gli edifici sono vecchiotti, i pavimenti scricchiolano che è una meraviglia … di conseguenza l’andirivieni alle 6 del mattino non è proprio silenziose, né particolarmente piacevole.
Per quanto riguarda la dimenticanza… la signora si è scordata di informarci che la doccia andava “accesa” per poterla usare: sappiate che, se andate in Scozia, è probabile che vi capiti di dover cercare un interruttore per poter aprire l’acqua della doccia. Non doveste trovarlo… chiedete!

Dato che il soggiorno a Inverness dura solo una serata, andando alla ricerca di cibo ne approfittiamo per farci una passeggiata per la cittadina. Inverness è graziosa e molto nordica: gli edifici sono piccoli, con i tetti spioventi, l’aria è quella di un piccolo porto del nord, manca solo l’odore del salmone in giro.


Tra i vari locali segnalatici dalla signora, siamo costretti a scegliere probabilmente il peggiore: pub e ristorantini sono già strapieni verso le 19, perciò ripieghiamo sul Castle Restaurant, una specie di tavola calda ai pieni del castello di Inverness. Non è malvagia, ma il cibo sicuramente non è di primissima qualità e, cosa davvero terribile, non servono birra!
In ogni caso, ne approfitto per provare il piatto tipico scozzese: l’haggis.
L’haggis è un intruglio di cuore, fegato e polmoni, macinati e mischiati a cipolla e avena e infine cotti nello stomaco dell’animale. Viene servito con purè di patate e purè di rape. A dirlo così, potrebbe fare un po’ schifo, ma, sorvolando sulla pesantezza (ci vogliono un paio di giorni per digerirlo del tutto), il sapore è gustoso. Almeno per me che sono abituata alla coratella romana!




Chiudiamo la serata con l’ennesima birretta artigianale in bottiglia, bevuta in albergo, visto che seduti al tavolo non ce l’hanno servita! 

giovedì 18 settembre 2014

Scotland Diary: Day 1

Scrivo questo post proprio nel giorno in cui gli scozzesi votano per decidere se diventare indipendenti o meno. Se fossi stata scozzese, sarei andata a votare probabilmente e, altrettanto probabilmente, avrei votato YES. Soprattutto perché credo di comprendere bene la faccenda dal punto di vista dell’orgoglio. Sono meno ferrata invece, su quel che riguarda il lato economico, ma, leggiucchiando in giro, mi sembra di capire che, da quel punto di vista il NO sarebbe la scelta più ragionevole. Non fatico a crederlo: il Regno Unito, nella sua interezza, è una nazione bene o male prospera, la sterlina è una moneta forte…la Scozia da sola, potrebbe farcela? Domani mattina si saprà qual è stata la scelta degli scozzesi (divisi a metà, secondo i sondaggi): quale che sia l’esito, auguro alla Scozia un futuro prospero e il più indipendente possibile.

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Proprio in questa giornata così particolare, parlo di Edinburgh, la capitale scozzese.
La bella Edimburgo è una città che non arriva al mezzo milione di abitanti: noi l’abbiamo vista durante il mese dei Festival, quindi molto affollata, ma nel resto dell’anno suppongo sia una città meno frenetica, più ordinata…d’altronde è considerata una delle città più vivibili al mondo.
Edimburgo (Dùn Èideann in gaelico scozzese, dal celtico Dyn Eidyn, nel V secolo d. C. era una fortezza del popolo dei Gododdin e, pertanto, al contrario di molte città europee, non ha origini romane. Sorge sulla sponda sud del Firth of Forth, il fiordo scavato dal fiume Forth, da cui i Genesis hanno preso ispirazione per la loro Firth of Fifth. Il terreno è vulcanico e decisamente collinare: a parte le due gobbe che svettano sulle altre (la collina del Castello e l’Arthur’s Seat), la città è un sali-scendi continuo, in cui le viuzze invece di incrociarsi, passano una sotto l’altra e, per raggiungere una via perpendicolare a quella dove parti, devi salire le scale!

La mattina del 14 agosto, noi, invece di salire, abbiamo preso la via del nostro appartamentino nella direzione opposta e abbiamo scoperto ancora una volta, quanto il centro fosse vicino. La Cowgate andava quasi direttamente a sbucare sulla via del Greyfriars Kirkyard, il cimitero più importante di Edimburgo.
Ci siamo addentrati tra le tombe e, sarà stata l’aria mattutina leggermente nebbiosa, il verde del prato e degli alberi o, più probabilmente, le cornamuse che sono partite in sottofondo poco dopo il nostro ingresso, ma l’atmosfera del posto ci ha davvero colpiti. Abbiamo girato per il camposanto come se fossimo in un sogno o in un racconto. Infine abbiamo scoperto che il suono delle cornamuse arrivava dal college che sorge lì accanto: un gruppo di ragazzini stavano suonando nel cortile, probabilmente durante la loro lezione di musica!


Il Greyfriars Kirkyard è famoso per una vicenda triste e dolcissima allo stesso tempo: si tratta della storia del piccolo Bobby, uno Skye Terrier che ha vegliato per 14 anni sulla tomba del suo amato padrone, un poliziotto di Edimburgo morto di tubercolosi. Le tombe del cagnolino e del suo padrone ora sono vicine (anche se non proprio affiancate, nel caso le cercaste…quella del padrone l’abbiamo trovata perché un simpatico scozzese ce l’ha indicata nel suo simpatico incomprensibile accento) e poco fuori dal cimitero c’è una piccola statua di Bobby. Inutile dire che a me la storia ha fatto quasi venire le lacrime…


Visitato il Greyfriars, ci siamo incamminati verso il castello, per cui avevo già provveduto a prendere i biglietti online per evitare file. Camminare la mattina per le vie della Old Town di Edimburgo, con addirittura la compagnia di un pallido sole è qualcosa di talmente rilassante che riesce a rimetterti in pace con il mondo. Poi se trovi un gigantesco negozio di strumenti musicali quasi ai piedi del castello, puoi tranquillamente dichiarare amore eterno a questa città!
Fatta la piccola, ma doverosa deviazione nel suddetto negozio, saliamo una lunga scalinata fino alla Castle Esplanade, da cui si accede all’ingresso principale del castello. L’edificio più antico e fascinoso di Edimburgo è quello che, chiunque sia sufficientemente nerd deve definire come il Castello, con la C maiuscola e l’articolo determinativo davanti. Non ci sono se o ma, è il castello così come si immagina quando si pensa a una fortezza sotto assedio, con i bastioni pieni di arcieri.
Entriamo: la gente è molta, ma ancora sopportabile, salvo un gruppo di giapponesi che prende possesso di un tratto di mura e non si schioda, per cui siamo costretti a passare oltre. Optiamo per un approccio bottom-up: prima visitiamo tutto il pian terreno, poi saliamo. Come ogni cosa nel Regno Unito, anche il Castello di Edimburgo è tenuto divinamente: pulito, curato, con piante e fiori e panchine, ma anche ottime ricostruzioni. Ci colpiscono molto le prigioni, in cui hanno ricostruito uno scenario plausibile e anche piuttosto inquietante: ci sono addirittura delle porte massicce che erano, per l’appunto, le porte delle celle e sono coperte di segni e scritte, fatti in varie epoche dai prigionieri.



Ci aggiriamo per metà mattinata tra bastioni e mura e torri ed entrate che ricordano il Fosso di Helm. Troviamo persino un cimitero per i cani soldato …


Finita l’esplorazione anche dei più nascosti anfratti (che spero che i giapponesi abbiamo dimenticato), ci fermiamo su una panchina del piazzale interno e ci mangiamo i nostri panini con il philadelphia all’aglio (eh sì, quello èciò che abbiamo trovato al supermercato…).

Rifocillati, ci incamminiamo di nuovo perché io voglio andare a cercare l’Elephant Pub, il locale dove la signora Joanne Kathleen Rowling ha scritto i primi Harry Potter, quando ancora era una povera madre single, che andava a scrivere nei pub perché stava più calda che a casa. Il posto lo troviamo quasi per caso, visto che Google Maps lo segnalava più lontano di quanto fosse in realtà: non c’è dubbio che la pazienza che i gestori del locale hanno avuto con mamma Rowling in quegli anni, sia stata di gran lunga ripagata, dato che troviamo il locale strapieno… e non penso che c’entrasse l’orario!

Visto che la sosta al pub risulta impossibile, viriamo di nuovo verso casa, per riposare un po’ le gambe e prepararci per ciò che ci attende nel pomeriggio.
Ora…forse sarà una scelta discutibile, ma nel decidere cosa vedere in due giorni ad Edimburgo, ho optato per evitare i posti a pagamento (castello a parte, che da solo costa 16£) e mi sono concentrata sulla passeggiate. E ho scoperto che, oltre le passeggiate, Edimburgo offre anche piccole escursioni! Così, fedele al mio proposito, per il pomeriggio del 14, ho proposto di passeggiare fino alla fine del Royal Mile (la via principale di Edimburgo), passare davanti all’Holyrood Palace, residenza della regina, senza entrarci e virare verso L’Arthur’s Seat, al centro dell’Holyrood Park. E così è stato.

Il pomeriggio il tempo è stato meno clemente: la passeggiata sul Royal Mile è stata interrotta da numerose soste, volte ad aggiungere strati al nostro vestiario, fino ad arrivare all’ultimo strato, i pantaloni impermeabili, dato che la pioggia non accennava a smettere. Ma da aspiranti nordici che hanno affrontato da poco la prova delle Gole di Celano, non avremmo potuto dargliela vinta! Per cui, mascherati da omini della Michelin, ci siamo avventurati per il parco, e abbiamo iniziato la nostra salita dell’Arthur’s Seat.
In realtà, come abbiamo scoperto una ventina di minuti dopo, il vero Arthur’s Seat sta dietro ad un’altra collina, quella dove stavamo salendo noi… difatti il percorso che abbiamo seguito, ad un certo punto scende e poi si biforca: la via sulla sinistra si avventura di nuovo in salita, mentre quella sulla destra prosegue fino alla strada. Non scoraggiati da questa piccola, ma faticosa deviazione, prendiamo la via a sinistra, invogliati anche dal sole che ha rifatto capolino tra le nuvole. Sole che, combinato alla salita che si fa ripida, ci costringe a toglierci piano piano tutti quei pezzi che avevamo aggiunto sul Royal Mile.

Se vi venisse in mente di farvi la passeggiata sull’Arthur’s Seat durante il vostro soggiorno ad Edimburgo…munitevi di fiato e scarpe da trekking! Perché, se è vero il percorso è ben tenuto e composto quasi da scale fatte di massi, è vero pure che è piuttosto ripido e lungo (buoni 45 minuti di salita)… Poi arrivi quasi in cima, totalmente sfiatata, e ti supera uno scozzese che fa jogging (sì, sulla collina) in calzonicini, e ti senti una vecchia rammollita…
La vista dall’alto dei 250 metri dell’Arthur’s Seat è davvero stupenda: ammiri non solo tutta Edimburgo dall’alto (e il castello diventa un modellino da mettere in camera), ma un bel pezzo del territorio scozzese dei dintorni! 


L’unica pecca è l’affollamento di midges in cima: insopportabili moscerini succhiasangue che finiscono per seguirci anche in appartamento! Avvistiamo anche l’altra collina (più piccolina) che viene nominata dalle guide, Calton Hill, e decidiamo di visitarla l’indomani mattina.

La discesa è molto meno traumatica:  scopriamo che il lato est dell’Arthur’s Seat, ovvero quello ch si addentra nel parco, è molto meno ripido, e ci godiamo una bellissima passeggiata al tramonto, tra le colline, con conigli e corvi che sbucano qua e là. 


Deviamo un poco dal sentiero per andare a vedere i resti di un’abbazia e poi finiamo di scendere, per sbucare alle spalle dell’Holyrood Palace: nessun rimpianto per non averlo visto all’interno: il parco era decisamente più meritevole di una visita!


Di ritorno, siamo tentati di fermarci ad alcuni negozietti (molto turistici) sul Royal Mile: l’intento sarebbe quello di comprarci quelle cose che abbiamo deciso che è necessario riportarci dalla Scozia, ovvero…un kilt a testa e una cornamusa!

Rimandiamo però lo shopping all’indomani mattina: le gambe iniziano a cedere e, lo stomaco, che ormai a da molto dimenticato i panini all’aglio del pranzo, brontola prepotente. Perciò torniamo all’appartamento e chiudiamo la giornata con un’altra cenetta a base di tortellini Rana e ottima birra locale!

venerdì 12 settembre 2014

Scotland Diary: Day 0

A distanza di quasi un mese dalla partenza, finalmente trovo un momento in cui tempo ed energie sono sufficienti a iniziare il mio diario di viaggio. Pur se in leggero ritardo, so che questo diario va scritto perché l’avventura di questa estate resta sul podio dei viaggi, a contendersi il primo posto con Londra 2012.
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Cos’è la Scozia?
La Scozia è quello stato a nord dell’Inghilterra che con l’Inghilterra vorrebbe non aver nulla a che fare e che invece, per gli scherzi della storia, si trova a sottostare alla regina.
La Scozia è la zona che i Romani chiamavano Caledonia e dove non erano riuscite a posare le loro zampe anche a causa dei Pitti, popolazione bellicosa così chiamata probabilmente per le sue abitudini legate a tatuaggi e pitture sul corpo.
La Scozia è una terra dove ancora una buona percentuale della popolazione parla il gaelico scozzese come lingua madre (e questa percentuale, quando parla inglese si fa capire meglio dei madrelingua inglesi-scozzesi con il loro accento alla Willy dei Simpson).
La Scozia è una landa verde, in cui si alternano munros (montagnole intorno ai 1000 metri), glen (valli), braes (colline) e tanti, tantissimi corsi d’acqua che scendono e scorrono praticamente ovunque.
La Scozia, infine, è il posto dove, obiettivamente, potete trovare i castelli più fighi del mondo!
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Il 13 agosto 2014, il nostro volo parte alle 11.05: volo Ryanair, dal solito Ciampino, quella mattina incredibilmente e meravigliosamente vuoto per buona parte dell’attesa. La scelta della compagnia con cui volare è quasi obbligata: non ci sono molti voli diretti Roma-Edimburgo, e i pochi presenti, costano davvero tanto, in proporzione alla tratta. Con Ryanair (che vola da Roma ad Edimburgo circa ogni due giorni), si riesce a cavarsela discretamente bene, se si prenota un po’ in anticipo. Volo di tre ore,  un po’ turbolento, con atterraggio sportivo da parte del pilota, ma nulla di troppo sconvolgente.

L’arrivo all’aeroporto di Edimburgo segna l’inizio di un pensiero che poi verrà confermato in seguito da altri due episodi: ovvero che gli scozzesi sono dei chaos-maker! A dispetto della loro vicinanza territoriale con i cugini inglesi, l’organizzazione scozzese ha qualche bug alla base. Il problema, a mio modo di vedere, è dato dal fatto che loro sono abituati a tutto fuorché alle grandi folle (se si pensa che la loro capitale non arriva al mezzo milione di abitanti, si capisce anche il perché). Fatto sta che quando si arriva all’aeroporto di Edimburgo, si viene incanalati verso un’unica entrata insieme ai passeggeri di eventuali altri voli in arrivo, e fatti passare tutti insieme per un punto di checkout dove mostrare i documenti. Da lì in poi, sono efficientissimi, ma la fila che si crea è comunque abbastanza mostruosa!

Usciti da questo non-sense aeroportuale, cambiamo un po’ di euro in sterline (mai più all’ufficio di cambio, hanno tassi assurdi) e  prendiamo l’Airlink 100 (4£ a tratta) in direzione Edimburgo. È un double bus, così ci sediamo al piano alto, prendendo i posti davanti per goderci il panorama. La scelta si rivela azzeccata visto che dopo una ventina di minuti di viaggio, vediamo spuntare all’orizzonte Edimburgo, o meglio, le due colline più alte: la collina del Castello e l’Arthur’s Seat. Non faccio in tempo a tirare fuori la reflex che già sono sparite dietro a casette e alberi e, per stare attenta a guarda l’orizzonte nel caso rispuntassero fuori, non mi accorgo che piano piano ci stiamo addentrando proprio nella capitale.
E così, ci ritroviamo improvvisamente circondati da edifici che sembrano pezzi di Hogwarts e, soprattutto, voltandoci infine a destra, ci accorgiamo che il castello è sparito dall’orizzonte per comparirci lì accanto. Maestoso, imponente, arroccato sulla sua collina, il castello di Edimburgo potrebbe valer da solo la visita in Scozia.


Scendiamo dall’autobus sul Weaverly Bridge, che dista una decina di minuti a piedi dal nostro alloggio: a cui arriviamo sgomitando tra la gente che affolla la High Street a causa degli artisti di strada che si stanno esibendo nell’ambito del Fringe Festival (vedi in seguito). Premetto: ero assolutamente terrorizzata dall’idea che l’alloggio prenotato fosse una fregatura. Questo perché era un monolocale con angolo cucina in un complesso di stanze/appartamentini per studenti, assolutamente centralissimo (ad un minuto a piedi da High Street per l’appunto), e costava 24€ a testa a notte. Davvero troppo, troppo poco. E invece… per una volta le mie paure sono state totalmente smentite: la stanza/monolocale era davvero carina, anche se relativamente piccola considerando che la metà era occupata da una cucina che non ho nemmeno a Roma, tutta nuova e pulita. Per chi fosse interessato, il posto si chiama Ziggurat Cowgate Student Accomodation!

Sistemati i bagagli e ripreso fiato, usciamo di nuovo in cerca di un supermercato, dato che lo stomaco si fa sentire dopo il lungo viaggio: troviamo, quasi miracolosamente direi, i tortellini di Giovanni Rana e superpanetto di burro che basterebbe per un esercito. Questi, annaffiati con una buona birra IPA locale, diventano il nostro pranzo-cena delle 17! A proposito della birra… poco prima di partire ho scoperto (sono ignorante) che la Tennet’s Super è scozzese! La scoperta mi ha reso assai felice pensando che avrei trovato almeno una buona birra da bere in loco: e invece manco per niente! Cercatela pure in lungo e in largo, ma non troverete un supermercato che venda una bottiglia di Tennent’s Super… Il che ha avuto il risvolto positivo di provare molte birre di birrifici artigianali locali… e… possiamo tranquillamente decretare che, dopo la birra belga, quella scozzese è la più soddisfacente!

Terminato il nostro pasto, usciamo a prendere un po’ d’aria scozzese: si sta bene fuori,  non è freddo e, salvo qualche gocciolina ogni tanto, il tempo è clemente. Torniamo su High Street, e ci immergiamo nella folla del Fringe Festival. Allora…in realtà Edimburgo ospita uno ei più grandi festival delle arti al mondo, per tutto il mese di agosto: il Fringe Festival è nato come ramo del festival principale, poiché un anno, una serie di compagnie teatrali escluse, decisero di aggregarsi e fare un loro festival alternativo. Ed ecco il Fringe Festival, ovvero il festival degli artisti di strada, a conti fatti. Ci sono musicisti, tizi che fanno cabaret, scenette teatrali, gente con costumi improbabili…un po’ di tutto che richiama una gran folla!

Svicolandoci dalla suddetta folla, ci avviciniamo al Castello: purtroppo non possiamo arrivare al piazzale di fronte all’ingresso, dato che questa è una delle sere in cui si tiene il Military Tatoo, una mega parata militare, che in realtà fornisce la scusa per un’ulteriore dose di spettacoli di vario genere.
Decidiamo perciò di girare intorno alla collina del castello, per ammirarlo da tutte le prospettive, con la luce del tramonto. La passeggiata è decisamente piacevole, anche se l’aria inizia a farsi più freschina. Ad un certo punto, ci infiliamo dentro un piccolo cimitero celtico che, al tramonto, si rivela molto suggestivo. E scopriamo essere anche abitato da scoiattoli che, a quanto pare, vivono anche nei giardini più a nord di Hyde Park!
Usciti dal cimitero, proseguiamo il giro della collina e ci godiamo finalmente lo spettacolo della calda luce del tramonto sulle mura del castello: decisamente la veste più affascinante che i bastioni possano chiedere.
Chiudiamo la nostra passeggiatina serale con la mia classica capatina all’Hard Rock Cafè, dove acquisto la mia immancabile maglietta (e sospetto che diventerà una delle mie preferite).

Cediamo alla fine alla stanchezza e rientriamo in appartamento: ormai, però, la nostra promessa d’amore per Edimburgo è suggellata e non vediamo l’ora di esplorare questa meravigliosa città.