Proseguo (lentamente,
ma costantemente) questo diario di viaggio.
La Scozia
purtroppo non è diventata indipendente, nel frattempo: i NO hanno avuto la
maggioranza. Politica e denaro hanno avuto la meglio sull’orgoglio scozzese…
suppongo che, dal punto di vista pratico, sia la scelta migliore, ma l’idea di
una Scozia libera dall’antico giogo inglese era sfiziosa.
Sarà per il
prossimo referendum …
***
Ma dove eravamo
rimasti?
Eravamo ancora a
Edimburgo: sveglia mattutina per affrontare l’ultima mattina nella capitale e
la lunga marcia verso nord nel pomeriggio.
Dovendo liberare
il nostro appartementino entro le 11, decidiamo di alzarci di buon’ora, fare
colazione, stipare buona parte delle nostre cose nei due fidi zaini e uscire
con solo i soldi in tasca per andare a fare l’ultimo shopping sul Royal Mile
senza troppi impicci addosso.
La mattina presto
la gente è poca, c’è un’aria sonnacchiosa e la città tira su le sue saracinesche
non prima delle 9.30: per questo ci facciamo una lenta passeggiata prima in
direzione del castello, poi di nuovo verso l’Holyrood Palace (provando ad addentrarci
nelle viuzze, ma fallendo miseramente e tornando al punto di partenza) e poi di nuovo verso la cattedrale, per
passare il tempo e goderci le strade libere dalla folla.
Verso le 10 apre,
infine, uno dei negozi che avevamo puntato il giorno prima: ne usciamo con
diverse sterline in meno, ma due kilt e una piccola cornamusa in più, per cui
andrà trovato posto nei nostri zaini straripanti.
Tornati in
appartamento, con un po’ di pazienza vinciamo la nostra partita a tetris: gli
zaini si chiudono e scendiamo a riconsegnare le chiavi. Sbrigate le formalità,
ci dirigiamo verso la prossima meta, quella designata il giorno prima dall’alto
dell’Arthur’s Seat: Calton Hill.
Calton Hill è un’altra
piccola collina nel cuore di Edimburgo, designata sito di interesse e
archeologico, e piena di edifici architettonici di vario genere: dalle piccole
fortezze adibite ad uffici governativi,
a quello che sembra un tempio greco, ma è in realtà il National Monument, in
memoria dei soldati scozzesi morti durante le guerre napoleoniche. Pare che su
Calton Hill si svolgano i festeggiamenti per il Beltane, la ricorrenza celtica
della primavera.
Salire su una
collina con un zaino stracolmo non sembra essere una buona idea, ma viene premiata
la nostra tenacia: la collina è in realtà un parco ben tenuto, con tanto di
scalinate, così la salita risulta agevole e veloce. Calton Hill è un luogo
davvero di ispirazione: l’aria che si respira, rilassa gli animi; il paesaggio
che si ammira dalla cima è emozionante. Dal versante ovest si può ammirare
Edimburgo in tutto il suo splendore, con il catello che svetta su tutto il
resto. Dal versante sud, avvistiamo l’Arthur’s Seat, quella stessa cima su cui
eravamo nemmeno 24 ore prima. Sotto il versante nord, si srotola la New Town,
fino al Firth of Forth.
Sotto il National
Monument, si sistema una arpista, tanto per dare un altro tocco di celticità, a
un posto che ben si comprende perché sia stato scelto per una delle
celebrazioni di Beltane. Potrei tornare ad Edimburgo un fine aprile, per dare
un’occhiata …
Verso mezzogiorno
gli stomaci iniziano a brontolare: prima di salire su Calton Hill, avevamo avvistato
un ristorantino che serviva a pranzo due portate a 10£. Decisi a tentare la
sorte per la prima volta con il cibo scozzese, iniziamo a scendere.
Il ristorante
sopracitato è Howies. Ha due sedi ad Edimburgo: una sul Royal Mile, in stile
medievale, una ai piedi di Calton Hill, per l’appunto, in stile georgiano. La
nostra ovviamente è la seconda: la sala
è davvero carina, forse anche troppo per due globetrotter con gli zaini che
esplodono e le fangose scarpe da trekking ai piedi. O forse no, visto che ci
fanno sedere e ci servono con gentilezza!
Premettendo che
le porzioni non erano proprio abbondantissime, c’è però da dire che il cibo era
davvero di ottima qualità: lo sformatino di salmone che abbiamo preso come
antipasto resterà nel mio cuore come il salmone più buono che abbia mai
assaggiato; anche il piatto principale, pesce al forno con patate e cipolle,
era davvero appetitoso. Per la birra, puntiamo su quella che avevamo bevuto la
sera precedente: una birra artigianale edimburghese, frizzantina e beverina.
Insomma, poche cose, abbastanza semplici, ma di qualità ottima.
Usciamo dall’Howies,
forse non con lo stomaco satollo, ma senz’altro soddisfatti.
Prima di
dirigerci verso l’ultima meta nella capitale, ovvero il centro Hertz per
ritirare la nostra macchina in affitto, faccio una piccola deviazione alla
ricerca di una maglietta della nazionale di calcio scozzese, regalo per mio
padre. Purtroppo scopro che, se avessi voluto comprare una maglietta di rugby, avrei
avuto vita molto più semplice …
Verso le 13.40
arriviamo al punto Hertz e scopriamo che, per nostra fortuna, gli impiegati
sono molto più svegli di quelli irlandesi di Galway che ci misero un’ora per
darci l’auto. Nel giro di 10 minuti abbiamoin mano le chiavi nella nostra …
Mercedes! Ebbene sì, una Mercedes B150, colore azzurro metallizzato, una
signora macchina che mi mette quasi soggezione. Mentre il mio ragazzo va nel
vicino supermercato a comprare quelle che potrebbero essere le nostre provviste
per i successivi quattro giorni, cerco di prendere la mano con questa nuova
bimba. Il volante a destra, l’assenza della frizione e il “cambio” (si fa per
dire, essendo un cambio automatico) ridotto a levetta, sorella di quella per
mettere le frecce, non rendono la vita semplice.
Quando il mio
ragazzo torna, io ancora sto ancora cercando di capire come si accendono le
luci …
In ogni caso,
impostato il navigatore in direzione nord, Inverness, ci mettiamo in marcia,
cercando di resistere al traffico cittadino. Tentativo fallito: tempo 10 minuti e, per vedendomi arrivare un
autobus sulla destra, mi butto troppo a sinistra e faccio saltare uno
specchietto … In realtà lo specchietto della nostra macchina, alla fine
risulterà essere praticamente illeso … cosa sia successo a quello della
macchina a cui siamo andati addosso … lo ignoro …
Il piccolo
incidente mi impanica ancora di più: non vedo l’ora di mettere le ruote fuori
da Edimburgo e di tuffarmi sulle strade in mezzo ai boschi, dove il traffico
sarà meno spaventoso …
Purtroppo devo
attendere più del previsto prima di liberarmi del tutto dalla civiltà:
superiamo prima un ponte stile californiano che ci fa saltare dall’altro lato
del Firth of Forth; poi ci ritroviamo su una specie di autostrada senza
pedaggio su cui facciamo, prima una sosta toilette su una piazzola (i livelli
di disperazione …) e poi una sosta forzata dovuta ad un ingorgo misterioso.
Tale ingorgo risulta essere il secondo indizio che ci porta a etichettare gli
scozzesi come caos-maker: dopo 10 minuti sbuchiamo su una mega-rotatoria che
sembra essere la causa di tutto quel rallentamento! Mettere una rotatoria in
una strada ad alto scorrimento… mah!
Superato quest’ultimo
ostacolo, la salita a nord diventa più agevole: non prendo velocità, tenendomi
sempre ben sotto i limiti (espressi in
miglia, ovviamente), ma questo non mi impedisce di trovare il coraggio
di superare (a destra!) un camion che va decisamente più lento di me!
Il resto del
viaggio è contemplazione: ci inoltriamo nelle Highlands, le terre del nord,
piene di colline e piccole montagne, tutte verdi, con macchie viola dovute a
fiori che dovrebbero essere gli Scottish Bluebell, una specie di giacinto, con
colori dal violetto al blu. Le strade si snodano tra le valli e più saliamo,
più l’atmosfera si fa selvaggia e antica. La luce del sole calante rende lo
scenario ancora più magico: la golden hour in Scozia è davvero oro puro.
Dopo 3 ore e
mezza a volante, giungiamo ad Inverness, cittadina di 60.000 anime sulla foce
del fiume Ness, poco più a nord del rinomato Loch Ness. Il fiume Ness taglia in
due la città e, a dispetto della sua lunghezza irrisoria (solo 20 km dal lago
al mare), non è proprio un torrentello.
Ad attenderci a
Inverness c’è un simpatico Bed&Breakfast gestito da una signora bionda che
somiglia molto a mamma Rowling: si tratta dell’Ardross Glencairn B&B,
situato in due piccoli edifici d’epoca, davvero graziosi. Il soggiorno nel
complesso va abbastanza bene: la stanza è accogliente, la signora gentile e
disponibile quando le chiediamo indicazioni su dove andare a magiare.
Gli unici punti
negativi sono dovuti un po’ alla sfortuna, un po’ a una dimenticanza della
signora. La sfortuna vuole che capitiamo proprio nella stanza che dà su un
corridoio particolarmente trafficato la mattina presto, nell’ora in cui
iniziano a preparare la colazione: purtroppo, dato che gli edifici sono
vecchiotti, i pavimenti scricchiolano che è una meraviglia … di conseguenza l’andirivieni
alle 6 del mattino non è proprio silenziose, né particolarmente piacevole.
Per quanto
riguarda la dimenticanza… la signora si è scordata di informarci che la doccia
andava “accesa” per poterla usare: sappiate che, se andate in Scozia, è
probabile che vi capiti di dover cercare un interruttore per poter aprire l’acqua
della doccia. Non doveste trovarlo… chiedete!
Dato che il
soggiorno a Inverness dura solo una serata, andando alla ricerca di cibo ne
approfittiamo per farci una passeggiata per la cittadina. Inverness è graziosa
e molto nordica: gli edifici sono piccoli, con i tetti spioventi, l’aria è
quella di un piccolo porto del nord, manca solo l’odore del salmone in giro.
Tra i vari locali
segnalatici dalla signora, siamo costretti a scegliere probabilmente il
peggiore: pub e ristorantini sono già strapieni verso le 19, perciò ripieghiamo
sul Castle Restaurant, una specie di tavola calda ai pieni del castello di
Inverness. Non è malvagia, ma il cibo sicuramente non è di primissima qualità
e, cosa davvero terribile, non servono birra!
In ogni caso, ne
approfitto per provare il piatto tipico scozzese: l’haggis.
L’haggis è un
intruglio di cuore, fegato e polmoni, macinati e mischiati a cipolla e avena e
infine cotti nello stomaco dell’animale. Viene servito con purè di patate e
purè di rape. A dirlo così, potrebbe fare un po’ schifo, ma, sorvolando sulla
pesantezza (ci vogliono un paio di giorni per digerirlo del tutto), il sapore è
gustoso. Almeno per me che sono abituata alla coratella romana!
Chiudiamo la
serata con l’ennesima birretta artigianale in bottiglia, bevuta in albergo,
visto che seduti al tavolo non ce l’hanno servita!
