sabato 18 ottobre 2014

Scotland Diary: Day 4

Se la vostra strada vi porterà a visitare la Scozia (e io ve lo auguro), affittate la macchina. Non fatevi spaventare dalla guida a sinistra, dalle strade sperdute e dal luogo sconosciuto: non c’è modo migliore di visitarla! Costicchia, ma sicuramente non più che doversi spostare con i mezzi, e in ogni caso, ci sono luoghi che non raggiungerete in treno o in autobus. Ma soprattutto, scegliendo il mezzo proprio, godrete della bellissima esperienza di guidare in mezzo alle Highlands. Se pioverà, avrete sempre un tetto sopra la testa dove attendere. Se non vorrete alzarvi presto, non sarete costretti  a farlo per non perdere qualche coincidenza. Non dovrete stare a contatto non nessun altro che non sia uno dei vostri compagni di viaggio. E, soprattutto, se vedrete qualcosa di davvero eccezionale, non dovrete far altro che accostare (a sinistra) in una delle numerose piazzole, e contemplare il magnifico.
***
È la pioggia che ci sveglia il 17 di agosto: il tempo è tremendo, fuori dalle finestre della nostra amena stanzetta, c’è il nubifragio. Cercando di mantenere uno spirito positivo, ci avviamo verso la sala della colazione, ovvero un grazioso salottino con ampie vetrate che danno sul lago e sulla vegetazione circostante. O meglio, darebbero sul lago se non fosse per la pioggia battente che rende tutto molto sfocato.

Ci accomodiamo e la signora Christine ci serve la nostra prima colazione scozzese: la mia, non vegetariana, comprende toast, pomodori, uova strapazzate, pancetta e salsiccia! Il tutto annaffiato con ottimo thè.

Mentre mangiamo (assolutamente di gusto), ci mettiamo a osservare la danza che gli uccellini stanno sostenendo nel cortiletto esterno: la signora ci spiega che se la mattina non si sbriga a lasciar loro le briciole di pane, se li ritrova in cucina che chiedono la loro colazione! Un uccellino più grande e prepotente scende spesso a cacciare i passerotti che si avventurano a raccogliere le molliche: ogni volta che loro atterrano, lui si fionda a cacciarli e, non appena lui vola via, loro tornano. E va avanti così fin quando il pane non finisce.

La signora Christine, pensando di rincuorarci, ci dice che il maltempo si sposterà a sud durante il giorno… peccato che anche noi intendiamo spostarci a sud! Rifocillati e rassegnati a dover sopportare una giornata umida, saldiamo il conto, salutiamo la simpatica signora e ci avviamo di nuovo sulla A87.

Dovendo ripassare per il Kintail, stavolta siamo decisi a fermarci a scattare qualche foto: così approfittiamo di un momento di tregua dalla pioggia e, non appena siamo di nuovo circondati dalle Five Sisters, accostiamo, chiudiamo la macchina e ci avventuriamo sulle pendici delle colline. Come al solito, c’è acqua ovunque: la vegetazione, tutta abbastanza bassa, è rigogliosa e prevalentemente costituita da felci e dai fiorellini violetti che popolano la Scozia. Torrentelli scendono ai nostri piedi. Un po’ più in alto c’è una macchia di alberi sempreverdi e, ancora poco più in alto, le nuvole. Ok, che dire delle nuvole scozzesi? Che volano estremamente basse e spesso hai la sensazione che in realtà ti trovi tu stesso dentro una nuvola.



La pioggia ricomincia, così corriamo in macchina e ripartiamo. Ma non passa molto, che troviamo qualche altro scorcio da fotografare: il Loch Cluanie, con la nebbia della pioggia, altri torrenti che scendono dalle colline e, abbandonata la A87 in favore della A82, anche una bella zona boscosa che si estende sotto di noi.

Dato che la strada è ancora lunga e le soste continuano ad essere frequenti, dichiaro di non volermi più fermare a meno che non ci troviamo di fronte a qualcosa di davvero eccezionale e irripetibile. Passa al massimo una decina di minuti, e, senza preavviso, l’eccezionale arriva.
Siamo su un tratto di strada abbastanza in alto, sulla destra una vallata scende fino al lago sottostante. Piove ancora, ma nel frattempo il sole inizia a far capolino. E proprio grazie a questo gioco di luce, ci troviamo improvvisamente dentro un arcobaleno! In realtà è sulla nostra destra, proprio sopra alla valle, ma dà l’impressione di essere così vicino da poterlo toccare. Cedo e, appena ne ho l’occasione, mi butto sulla sinistra: mai, mai e poi mai avevo visto un arcobaleno tanto nitido e tanto in basso. E soprattutto, mai l’avevo visto per intero! L’arco attraversa tutta la valle e si ha l’impressione di vedere sia dove inizia che dove finisce.
Restiamo in stupefatta contemplazione per parecchi minuti, continuando a scattare foto compulsivamente, ben sapendo che non c’è foto che possa rendere giustizia ad un tale spettacolo.

Ci decidiamo a ripartire solo quando l’arcobaleno inizia a farsi meno definitivo: abbiamo quasi le lacrime agli occhi dalle emozioni che la Scozia ci sta regalando! E ancora non siamo giunti alla nostra meta del giorno: si tratta della valle di Glen Coe, che è considerata la più bella e suggestiva di Scozia. L’idea è di fare un po’ di trekking e seguire il percorso fino alla Lost Valley nascosta dietro le Three Sisters di Glen Coe. Il posto potrebbe essere infestato dai fantasmi del clan dei McDonald, che vennero trucidati nel 1692, dai membri del clan dei Campbell, su ordine del nuovo re di Inghilterra e Scozia, con la scusa di essere arrivati tre giorni in ritardo al giuramento di fedeltà.
Prima di raggiungere la valle, ci fermiamo nel limitrofe villaggio di Glencoe (360 anime) per rimpinguare la nostra scorta di birra e babybel nello shop locale: la pioggia non smette … si attenua, ma non smette.
Un’altra cosa che avevo letto a proposito di Glen Coe è che la valle, con il sole è un luogo ameno e spettacolare, mentre con la pioggia diventa quasi spettrale (tanto per dar adito alle voci sui fantasmi … ). Ecco, possiamo assolutamente dire che è vero, almeno per quanto riguarda la considerazione sulle giornate di pioggia!

Glen Coe è un luogo meraviglioso e non fatico a capire perché venga considerata la valle più bella di Scozia: le Three Sisters sono maestose, svettano rocciose su tutto il verde circostante e invogliano assolutamente al trekking. Se però alle Sorelle metti un cappello di nuvole e trasformi il verde scintillante in una tonalità più cupa, le Three Sisters possono trasformarsi nelle Sorelle Fatali di Macbeth!
Fatichiamo a trovare l’inizio del percorso per la Lost Valley: alla fine decidiamo di fermarci all’ultima piazzola da cui partono i sentieri perché sembra essercene uno che conduce direttamente aldilà delle montagne, ma non siamo sicuri. Prima di avviarci, pranziamo e aumentiamo il numero di strati: alla fine avremo, dal più interno al più esterno, termica, maglietta a maniche corte, pile, giacca anti-vento e pantaloni impermeabili. Cappellino e cappuccio. E vi assicuro, ci vogliono proprio tutti!

Una volta messo piede fuori dall’auto, constatiamo che la pioggia si è momentaneamente placata, così ci avventuriamo per il sentiero. Nel giro di pochi metri, il parcheggio e la strada spariscono: incrociamo e superiamo altri avventurieri e piano piano ci immergiamo nelle Highlands scozzesi. Il sentiero è ben segnato, ma molto fangoso: spesso dobbiamo aggirare zone più paludose o saltare piccoli ruscelletti: la civiltà diventa sempre più lontana.

Arriviamo ad un bivio: la via sulla destra prosegue dritta, verso l’infinito, quella sulla sinistra inizia a salire, non si intuisce bene verso dove. Siamo incerti: io penso che la Lost Valley dovrebbe essere dritti in fondo, dato che dovremmo superare o aggirare le Three Sisters, il mio ragazzo insiste dicendo che probabilmente la strada a sinistra sale solo un po’, e poi si ricongiunge all’altra.
Alla fine scopriremo che avevamo torto entrambi e che la strada per la Lost Valley partiva da tutt’altro parcheggio. Sul momento, scegliamo la via a sinistra, dato che ci piace proprio faticare e salire in cima.

Indipendentemente dal fatto di non aver trovato la Lost Valley (buona scusa per tornare in Scozia), l’escursione che segue è una delle più assurde e intense che ho fatto: il sentiero non è difficile, ha qualcosa di druidico, ci impone una scala di massi, comoda, ma faticosa. Ai lati, abbiamo quella vegetazione che vedevamo da lontano: tante erbe e felci e alcuni di quei fiori violetti che sono ovunque nelle Highlands. Continuiamo a saltare ruscelletti o a trovarceli accanto e piano piano ci raggiungono le nuvole: saliamo e ci rendiamo conto di quanto loro siano basse. L’atmosfera è assolutamente spettrale: grigia e verde, silenziosa se non per il vento, nella valle sottostante non sembra esserci la presenza umana.

Ogni tanto ricomincia a piovere, così ci tiriamo su il cappuccio e, da bravi aspiranti scozzesi, non proviamo nemmeno  tirare fuori l’ombrello. Dopo un po’, diventa evidente che non ci ricongiungeremo all’altro sentiero, ma piuttosto che il nostro salirà tenacemente verso la cima che avevamo inizialmente sulla sinistra. Abbandonata ormai l’idea della Lost Valley, perseguiamo il nuovo obiettivo, anche se il clima non sembra promettente. La scalata non è eccessivamente impegnativa, anche se ogni tanto mi ritrovo con il fiatone, ma risulta più lunga del previsto: come spesso succede in montagna, la vetta sembra essere sempre lì a portata di mano, ma in realtà come fai un passo, lei si sposta e diventa ancora irraggiungibile.

Ad un certo punto, tutto cambia: arriviamo in alto, in un punto che pare essere il cavallo tra due cime: è un tratto pianeggiante e molto umido, ma la cosa davvero preoccupante, è il vento che ci passa. L’aria evidentemente, si incanala in quell’unico tratto, per evitare le due vette, e il risultato è un vento improvviso che quasi ci butta per terra. Come se non bastasse, nel giro di pochi minuti, le nuvole ci raggiungono, e inizia a piovere: il problema è che, quelle stesse goccioline che prima ci sarebbero scivolate senza danni sui cappucci, adesso ci vengono sbattute violentemente in faccia, ed è come si ci stessero tirando dei sassolini addosso.
Continuiamo a seguire faticosamente il sentiero e, ogni tanto ci ripariamo dietro ai massi più grandi, che fanno un po’ da scudo. L’avanzata però, è lenta e le energie se ne vanno in fretta: chiedo al mio ragazzo se la mia faccia è ancora tutta intera, dato che mi sembra che mi abbiano schiaffeggiata.

Arrivati proprio ai piedi della vetta, demordiamo: con il vento che soffia, fatichiamo a tenerci in piedi, e sopra sembra essere ancora peggio, a giudicare dalla velocità  con cui le nuvole sfiorano la cima. Il buon senso ha la meglio e facciamo dietrofront; arrivati di nuovo al pezzo pianeggiante, ci facciamo prendere da 30 secondi di panico: il sentiero pare essere sparito e con quel vento non riusciamo a ritrovarlo … nel giro di poco, comunque, riprendiamo la strada e saltelliamo giù, al riparo, come stambecchi. La discesa è molto umida (dato che ha ripreso a piovere), ma, al riparo dal vento, sembra estremamente agevole.

Non so quanto abbiamo impiegato a salire e poi riscendere: è stata un’escursione talmente fuori dal mondo, che abbiamo perso la cognizione del tempo. Arrivati di nuovo alla macchina, ci togliamo qualche strato e accendiamo l’aria calda per cercare di toglierci un po’ di umidità di dosso. Quando mi sembra di risentire gambe e piedi, metto in moto e torno indietro fino alle Three Sisters: voglio immortalarle ancora una volta, per avere un’ampia di scelta di foto da selezionare tra i ricordi. 

Soddisfatta la vena fotografica, ci avviamo verso la nostra ultima meta di giornata, il B&B Craigbank Guesthouse, a Crianlarich, a nordo di loch Lomond. Durante il percorso, troviamo finalmente la vera brughiera scosseze: abbiamo appena lasciato Glen Coe, che il paesaggio si trasforma, diventa quasi pianeggiante per diversi chilometri, con la bruma che si stende sopra i prati verdi e gialli. Siloutte di alberi secchi e spogli si confondono nella nebbia, e, ancora una volta, ci aspettiamo davvero di vender comparire qualche fantasma.

Dopo un caldo e confortevole viaggio di 45 minuti, giungiamo nella piccola Crianlarich (350 anime) e al nostro riparo per la notte: ci accoglie il signor Charlie Urquhart, tipo sui 65 circa, evidentemente NON madrelingua gaelico, dato che il suo inglese è velocissimo e dall’accento incomprensibile. Dopo avermi detto qualcosa appena entrati e aver ricevuto l’imbarazzante e imbarazzata risposta di “What??”, Mr. Urquhart mi ripete quanto ha detto, ovvero che pensava che arrivassimo verso le 8 di sera (invece sono le 17.30), come gli avevo scritto in una mail: rispondo che non mi aspettavo una giornata così umida, quindi abbiamo anticipato. Il signor Charlie è un simpaticone: nei cinque minuti in cui ci presenta la stanza, ci rincoglionisce di chiacchiere, ci chiede dell’Italia, fa commenti sul piercing e sulla dieta vegetariana del mio ragazzo e infine ci consiglia il pub proprio di fronte al B&B. Poi ci saluta, e ci lascia un po’ frastornati: la stanza, come mi aveva anche anticipato via mail, è … “compatta”! Ovvero, piccolina, ma perfettamente funzionale e accogliente: ordinata, pulita, con tutti i comfort che vanno da un letto comodo, al bagno fornito di tutte le utilità, alla tv a schermo piatto. Ci riposiamo poco, però, avendo fretta di scendere al pub di fronte, per riprendere le energie con cibo e alcol.

 Il pub Rod and Reel è veramente carino: ovviamente in stile nordico, tutto in legno, ma molto ampio, con tanto di biliardo all’entrata; lo staff è tutto giovane e simpatico e il menu soddisfacente. Io assaggio il mince and tatties, ovvero una specie di spezzatino in bianco, fatto con la carne macinata e accompagnato da purè di patate e piselli: tutto annaffiato da birra rossa, ovviamente! Vista la giornata impegnativa, dopo la portata principale ci smezziamo un dolce che sembra una specie di strudel, condito con una crema leggera, ma appetitosa.


Infine, sfruttando la fortunata coincidenza di avere il letto a 2 minuti dal tavolo, decidiamo finalmente di provare anche il whisky scozzese: ci facciamo consigliare dal ragazzo al bancone che, a sua volta, si fa consigliare dai vecchi scozzesi alcolisti là presenti. Alla fine convergiamo tutti sull’Isle of Skye che, se non abbiamo capito male, sta sulla settantina di gradi … ok, il whisky è un po’ forte per i nostri gusti, ma abituati i palati, ci godiamo della sensazione di calduccio beato dato dall’alcol!


Rotoliamo più che soddisfatti nella nostra stanza, dove crolliamo nel giro di poco, in un meritatissimo sonno.

venerdì 3 ottobre 2014

Scotland Diary: Day 3

Si sono scritte un buon numero di canzoni sull’Irlanda. Sulla sua campagna, sul suo cielo, sulla sua pioggia.
Sulla birra. Sui folletti.
Si fa un gran parlare del mal d’Irlanda e io, come sa chi ha letto qualche post di questo blog, sono perfettamente d’accordo e comprendo bene questa malattia.
Quello che però, dopo quest’ultima vacanza mi lascia perplessa, è il fatto che non si parli mai di Mal di Scozia! Signori, la Scozia avrebbe tutto il diritto di avere un suo personale male, che prende chi la visita e, purtroppo, non ci abita. Come si fa a restare impassibili, a non voler subito pensare di tornare, prima ancora d’essere andati via, quando ci si trova nelle Highlands? Perché, la Scozia, più che nella bella Edimburgo, nasconde la sua anima nelle Highlands. E quando le si visita, ciò diventa palese.
Irlanda e Scozia, in realtà sono le due facce di una stessa medaglia: la medaglia celtica. Se l’Irlanda è magica, con il suo verde scintillante e i suoi prati da racconti celtici, la vera Scozia ha tutto un altro fascino. La Scozia è tetra, misteriosa: nelle sua valli si nascondono fantasmi, non dispettosi folletti. La Scozia sa di terra antica e mistica. È impossibile non venir colpiti dalla sua anima: e difatti, io, che a più di un mese dal ritorno ancora scrivo diari e riordino foto, sono stata folgorata dal mal di Scozia. E la colpa, come vedremo nei racconti dei giorni che seguono, è proprio delle Highlands.

***

Le Highlands si suddividono in Highland del sud, Higlands centrali e Highlands del nord.
Ciò che abbiamo visitato in questa vacanza si trova prevalentemente nella zona centrale e in quella meridionale. Non siamo arrivati al nord o alle isole e perciò dovremo tornare, prima o poi.
Inverness si trova nella parte nord delle Highlands centrali.

Il suo buongiorno, oltre che dai passi mattutini di chi stava preparando la colazione e dalla doccia apparentemente non funzionante, ci è stato dato da una giornata con un pallido sole e da una certa fretta di lasciare il luogo. Non perché non sia una cittadina piacevole, ma il parcheggio dove abbiamo lasciato la Mercedes diventa a pagamento dalle 10 del mattino. Per cui, dopo una colazione a base di thè e biscotti in camera e dopo una breve passeggiata alla ricerca di un supermercato dove incrementare i nostri viveri, riprendiamo la fida compagna a quattro ruote, e ci dirigiamo sensibilmente a sud, verso il famoso Loch Ness.

Loch Ness è un lago d’acqua dolce di dimensioni notevoli: si estende da Inverness a Fort William, per la bellezza di 37 chilometri. La strada statale che costeggia la sua sponda ovest, è stretta e tutta curva. E cosa ben più preoccupante, vi transitano tir e camion, che corrono come matti.
Tengo la mia andatura da lumachina in modo, sia da non fare un frontale con questi mostri della strada, sia da poter cogliere le occasioni date dalle numerose piazzole di sosta per far foto.
Il lago, aldilà delle storie su Nessie, è una vera bellezza: le sponde sono verdi e selvagge, popolate da boschi in prevalenza di conifere. L’acqua è scura e abbastanza profonda: su di essa, in lontananza a sud, vediamo scendere quella che potrebbe essere nebbia o una nuvola.



La nostra meta esatta è l’Urquhart Castle, castello diroccato a metà della sponda ovest di Loch Ness: ci arriviamo intorno alle 11 e subito capiamo che non sarà una romantica visita nel silenzio del luogo. Il parcheggio è strapieno, e la gente affolla l’entrata: purtroppo la fama di Loch Ness attira tutti, ma proprio tutti…e soprattutto frotte di italiani, che ancora non avevamo visto in quantità così elevate.
Parcheggiamo in un buchino lasciato libero probabilmente perché considerato difficoltoso: sulla destra abbiamo un camper… di italiani ovviamente: prego il signore alla guida di fare attenzione quando esce, dato che la macchina è in affitto…

L’entrata dell’Urquhart Castle, che poi è una piccola struttura che ti porta sotto terra e ti fa sbucare direttamente sulla sponda del lago, è il terzo e ultimo indizio della predisposizione scozzese al caos: l’idea di una struttura sotterranea ad impatto zero sul paesaggio è giustissima… quello che proprio non si capisce, è il fatto che alla fine delle scale, si sbuchi nel negozio di souvenir…non in un ampio spazio dove poter fare shopping, ma in uno stretto passaggio tra le toilette e le casse!!! Per uscire è necessario sgomitare…

Superata questa piccola prova di pazienza, usciamo finalmente sulla riva, proprio di fronte al castello. Il posto meriterebbe di essere visto senza folla perché emana un’atmosfera da racconto epico: i muri in rovina ancora mostrano le varie sale, la torre principale è piccola, ma ancora accessibile e ti riporta indietro di svariati secoli.




O almeno ti ci riporterebbe se non ci fosse continuamente una fila allucinante e disordinata per salire all’ultimo piano, per scendere al piano di mezzo e per uscire. La vista da sopra vale il sacrificio, ma è naturale farsi uscire parecchi accidenti diretti a Nessie, il responsabile di tutta questa maledetta fama.
Continuando l’esplorazione, troviamo un angolino tranquillo, con una panchina in una specie di cortiletto tra le rovine delle mura: ci sediamo a fare uno spuntino, con il lago sulla sinistra e la nebbia-nuvola che continua ad avanzare. Ristorati dall’attimo di pace, decidiamo di accelerare il passo: la nebbia sembra sempre di più un nuvolone che rotola sul lago e rilascia pioggia e, cosa ben peggiore, ne è comparso un altro anche a nord. Presto arriveranno due tempeste e noi saremo esattamente nel punto in cui si scontreranno. Terminato il giro tra le mura del castello, scendiamo in un altro posticino isolato, proprio sulla riva del lago: personalmente non posso fare a meno di toccarne l’acqua, giusto per poter dire che ho toccato l’acqua di Loch Ness..! Da lì la tempesta in arrivo da nord ha dell’inquietante: una nebbia si sta mangiando le colline sui lati del lago, la luce diventa sempre più spettrale ogni minuto che passa. Alle prime gocce, facciamo dietrofront e, dopo esserci fermati a dare un’occhiata ad un bel trabocco al centro del prato (faceva molto Signore degli Anelli), siamo costretti a correre via perché le due gocce sono diventate duemila e la tempesta si è decisa ad arrivare.



Rifugiatici in macchina (che sembra più o meno a posto, salvo un graffietto sul lato destro posteriore che proprio non ricordiamo se ci fosse o no), optiamo per avviarci verso la nuova meta prima di pranzare: è abbastanza presto ancora e vogliamo vedere se si riesce a trovare una birretta fresca per accompagnare i panini con babybel che ci attendono. Quindi, dopo aver percorso un altro piccolo tratto sulla riva del Loch Ness, viriamo in direzione ovest, verso il Loch Duich e il castello di Eilean Donan.

Credo che la cosa che più ci ha emozionato di quella giornata sia stato questo tratto in macchina: non perché il resto non fosse mozzafiato, ma perché la A87 scozzese attraversa una zona delle Highlands che davvero sembra uno scorcio di un altro mondo.
La zona suddetta è il Kintail, dove dominano le Five Sisters, cinque cime che iniziano dal Loch Cluanie e terminano al Loch Duich: il Kintail è una zona, perciò, tra il collinare e il montagnoso, le cui cime sono verdi fino all’inverosimile, l’acqua è praticamente ovunque e la presenza dell’uomo si limita alla sopraccitata strada statale A87 e qualche casetta sparsa qua e là.

Capiamo che sarà un’oretta e mezza di macchina piuttosto suggestiva già quando arriviamo a costeggiare il Loch Cluanie: l’aria è nebbiosa, il cielo grigio e il paesaggio verde di felci. Alla prima piazzola di sosta ci fermiamo, irresistibilmente attratti dal lago. Troviamo già una macchina parcheggiata: è una coppia di ragazzi stranieri, lei addormentata in macchina, lui che vaga là vicino. Scendiamo e ci avventuriamo verso l’acqua…
Purtroppo l’acqua la troviamo ben prima del previsto: la riva del lago si rivela un acquitrino, il terreno è spugnosissimo e imbevuto d’acqua e i piedi affondano e si inzuppano. Purtroppo dobbiamo fare dietrofront nel giro di poco, dato che le scarpe che abbiamo addosso sono tutto fuorché impermeabili: usciamo sconfitti, ma comunque soddisfatti dalla breve camminata.



Ci rimettiamo in marcia e il paesaggio diventa sempre più mistico e quasi spettrale: sarà la luce grigia, ilo verde delle montagne che ci inghiotte con tutta la strada, ma davvero  sembra di attraversare un sogno. Lasciamo il Kintail e la sua atmosfera da universo parallelo quando raggiungiamo le sponde del Loch Duich: non è però un addio, dato che il giorno successivo il nostro percorso ci riporterà sulla A87 per riattraversare la valle incantata.

Del Loch Duich dobbiamo raggiungere la punta nord: è lì che si trova il castello di Eilean Donan, una piccola roccaforte fiabesca, su un isolotto in mezzo al lago, collegato alla terra da un ponte in pietra. Il castello fu costruito inizialmente intorno al 1200 come roccaforte contro i vichinghi: tuttavia fu praticamente demolito dai cannoni inglesi nel 1719 e restaurato nella prima metà del 1900. È stata una delle location di Braveheart…tant’è che ancora mi devo rivedere il film per ritrovarlo nelle scene!



Prima di visitare il castello, facciamo un salto a Dornie, paesino di 300 anime a due minuti di macchina: lì troviamo uno (nel senso di “uno solo”) shop, dove recuperiamo una Tennent’s in lattina per annaffiare i famosi panini. L’idea sarebbe anche quella di passare all’unico pub di Dornie per prenotare un tavolo per la sera, ma il suddetto pub (il Clachan) apre alle 16, per cui, dopo aver riempito lo stomaco, torniamo al castello e iniziamo la visita. La piccola roccaforte è ora di proprietà di una famiglia che la tiene arredata negli interni e molto curata negli esterni: entrarci, come al solito, riporta indietro di qualche secolo e il fatto di trovarsi su un lago, rende il tutto ancora più suggestivo.  Iniziamo con un giro intorno alle mura, come facemmo al Dunguair Castle in Irlanda, e poi entriamo prima nel graziosissimo cortile, poi negli interni. 





Purtroppo, con mio disappunto, scopriamo che non si può salire in cima: per consolarci, una volta usciti, andiamo ad esplorare la zona sotto il ponte, una torba un po’ paludosa, ma molto scottish.


Terminata la visita, torniamo di nuovo a Dornie: le 16 sono passate e andiamo a bussare al Clachan… per scoprire che non prendono prenotazioni! Ci dicono, però, che se arriviamo presto, ci possiamo sedere al bancone e bere qualcosa in attesa che si liberi un tavolo…e, cosa più importante, ci assicurano che ci daranno comunque da mangiare!

Guadagnata la cena, ci avviamo per garantirci anche un posto dove dormire: la notte la dovremmo passare in quello che è il B&B che più mi ha ispirato tra quelli prenotati. Si tratta del Beinn Edra bed&breakfast, gestito dalla signora Christine, direttamente sulle sponde del Loch Duich. Lo troviamo abbastanza facilmente e parcheggiamo nel cortiletto interno. La signora, che vive lì con il marito, è una persona davvero deliziosa: ci ha preparato una delle tre stanze in un modo che quasi ci fa sentire a casa. Tutto in legno, con lenzuola lilla e cuscini morbidissimi, bagno piccolo, ma assolutamente confortevole, vista sul lago. Credo sia il posto più delizioso dove abbia mai alloggiato! Lo consiglio vivamente a tutti quelli che devono passare per di là!

Alla fine, tra un relax e l’altro, finiamo per tornare al Clachan di Dornie verso le 18.30 e ovviamente (?) lo troviamo pieno: ci fanno sedere al bancone e ci servono un paio di birre piccole, che accompagniamo con un pacchetto di patatine. Lo stomaco è irrequieto, ma dobbiamo attendere fino alle 19 prima di avere il nostro tavolo. L’attesa comunque è ben ripagata: il locale è davvero carino, molto in stile pub nordico, la gente è gentile ed efficiente. Finalmente si mangia: il mio ragazzo prova la zuppa del giorno che, essendo rossa, sospettiamo essere di pomodoro o peperone o tutti e due…comunque calda e buona! Io invece, che proprio non riesco a tenermi leggera, mi lancio sul fish pie, uno splendido tortino di patate, formaggio filante e tre tipi di pesce locale, che mi sazia e mi rende molto felice! Il tutto, naturalmente, annaffiato dalla seconda birra rossa della serata.


Quando finiamo di cenare, fuori sta diluviando: io, però, non sento ragioni, e mi fermo di nuovo all’Eilean Donan. Mi sono messa in testa di scattargli una foto al tramonto e voglio aspettare che spiova. In effetti, dopo cinque minuti il temporale si placa: il tramonto non è dei più colorati dato che è già tardi e il cielo continua ad essere cupo, ma le foto vengono comunque piuttosto bene.




Seguendo la scia dei giorni precedenti, e soprattutto pensando alle fatiche che ci attendono l’indomani, ci mettiamo a nanna presto, tra le calde e comode lenzuola del B&B.