venerdì 3 ottobre 2014

Scotland Diary: Day 3

Si sono scritte un buon numero di canzoni sull’Irlanda. Sulla sua campagna, sul suo cielo, sulla sua pioggia.
Sulla birra. Sui folletti.
Si fa un gran parlare del mal d’Irlanda e io, come sa chi ha letto qualche post di questo blog, sono perfettamente d’accordo e comprendo bene questa malattia.
Quello che però, dopo quest’ultima vacanza mi lascia perplessa, è il fatto che non si parli mai di Mal di Scozia! Signori, la Scozia avrebbe tutto il diritto di avere un suo personale male, che prende chi la visita e, purtroppo, non ci abita. Come si fa a restare impassibili, a non voler subito pensare di tornare, prima ancora d’essere andati via, quando ci si trova nelle Highlands? Perché, la Scozia, più che nella bella Edimburgo, nasconde la sua anima nelle Highlands. E quando le si visita, ciò diventa palese.
Irlanda e Scozia, in realtà sono le due facce di una stessa medaglia: la medaglia celtica. Se l’Irlanda è magica, con il suo verde scintillante e i suoi prati da racconti celtici, la vera Scozia ha tutto un altro fascino. La Scozia è tetra, misteriosa: nelle sua valli si nascondono fantasmi, non dispettosi folletti. La Scozia sa di terra antica e mistica. È impossibile non venir colpiti dalla sua anima: e difatti, io, che a più di un mese dal ritorno ancora scrivo diari e riordino foto, sono stata folgorata dal mal di Scozia. E la colpa, come vedremo nei racconti dei giorni che seguono, è proprio delle Highlands.

***

Le Highlands si suddividono in Highland del sud, Higlands centrali e Highlands del nord.
Ciò che abbiamo visitato in questa vacanza si trova prevalentemente nella zona centrale e in quella meridionale. Non siamo arrivati al nord o alle isole e perciò dovremo tornare, prima o poi.
Inverness si trova nella parte nord delle Highlands centrali.

Il suo buongiorno, oltre che dai passi mattutini di chi stava preparando la colazione e dalla doccia apparentemente non funzionante, ci è stato dato da una giornata con un pallido sole e da una certa fretta di lasciare il luogo. Non perché non sia una cittadina piacevole, ma il parcheggio dove abbiamo lasciato la Mercedes diventa a pagamento dalle 10 del mattino. Per cui, dopo una colazione a base di thè e biscotti in camera e dopo una breve passeggiata alla ricerca di un supermercato dove incrementare i nostri viveri, riprendiamo la fida compagna a quattro ruote, e ci dirigiamo sensibilmente a sud, verso il famoso Loch Ness.

Loch Ness è un lago d’acqua dolce di dimensioni notevoli: si estende da Inverness a Fort William, per la bellezza di 37 chilometri. La strada statale che costeggia la sua sponda ovest, è stretta e tutta curva. E cosa ben più preoccupante, vi transitano tir e camion, che corrono come matti.
Tengo la mia andatura da lumachina in modo, sia da non fare un frontale con questi mostri della strada, sia da poter cogliere le occasioni date dalle numerose piazzole di sosta per far foto.
Il lago, aldilà delle storie su Nessie, è una vera bellezza: le sponde sono verdi e selvagge, popolate da boschi in prevalenza di conifere. L’acqua è scura e abbastanza profonda: su di essa, in lontananza a sud, vediamo scendere quella che potrebbe essere nebbia o una nuvola.



La nostra meta esatta è l’Urquhart Castle, castello diroccato a metà della sponda ovest di Loch Ness: ci arriviamo intorno alle 11 e subito capiamo che non sarà una romantica visita nel silenzio del luogo. Il parcheggio è strapieno, e la gente affolla l’entrata: purtroppo la fama di Loch Ness attira tutti, ma proprio tutti…e soprattutto frotte di italiani, che ancora non avevamo visto in quantità così elevate.
Parcheggiamo in un buchino lasciato libero probabilmente perché considerato difficoltoso: sulla destra abbiamo un camper… di italiani ovviamente: prego il signore alla guida di fare attenzione quando esce, dato che la macchina è in affitto…

L’entrata dell’Urquhart Castle, che poi è una piccola struttura che ti porta sotto terra e ti fa sbucare direttamente sulla sponda del lago, è il terzo e ultimo indizio della predisposizione scozzese al caos: l’idea di una struttura sotterranea ad impatto zero sul paesaggio è giustissima… quello che proprio non si capisce, è il fatto che alla fine delle scale, si sbuchi nel negozio di souvenir…non in un ampio spazio dove poter fare shopping, ma in uno stretto passaggio tra le toilette e le casse!!! Per uscire è necessario sgomitare…

Superata questa piccola prova di pazienza, usciamo finalmente sulla riva, proprio di fronte al castello. Il posto meriterebbe di essere visto senza folla perché emana un’atmosfera da racconto epico: i muri in rovina ancora mostrano le varie sale, la torre principale è piccola, ma ancora accessibile e ti riporta indietro di svariati secoli.




O almeno ti ci riporterebbe se non ci fosse continuamente una fila allucinante e disordinata per salire all’ultimo piano, per scendere al piano di mezzo e per uscire. La vista da sopra vale il sacrificio, ma è naturale farsi uscire parecchi accidenti diretti a Nessie, il responsabile di tutta questa maledetta fama.
Continuando l’esplorazione, troviamo un angolino tranquillo, con una panchina in una specie di cortiletto tra le rovine delle mura: ci sediamo a fare uno spuntino, con il lago sulla sinistra e la nebbia-nuvola che continua ad avanzare. Ristorati dall’attimo di pace, decidiamo di accelerare il passo: la nebbia sembra sempre di più un nuvolone che rotola sul lago e rilascia pioggia e, cosa ben peggiore, ne è comparso un altro anche a nord. Presto arriveranno due tempeste e noi saremo esattamente nel punto in cui si scontreranno. Terminato il giro tra le mura del castello, scendiamo in un altro posticino isolato, proprio sulla riva del lago: personalmente non posso fare a meno di toccarne l’acqua, giusto per poter dire che ho toccato l’acqua di Loch Ness..! Da lì la tempesta in arrivo da nord ha dell’inquietante: una nebbia si sta mangiando le colline sui lati del lago, la luce diventa sempre più spettrale ogni minuto che passa. Alle prime gocce, facciamo dietrofront e, dopo esserci fermati a dare un’occhiata ad un bel trabocco al centro del prato (faceva molto Signore degli Anelli), siamo costretti a correre via perché le due gocce sono diventate duemila e la tempesta si è decisa ad arrivare.



Rifugiatici in macchina (che sembra più o meno a posto, salvo un graffietto sul lato destro posteriore che proprio non ricordiamo se ci fosse o no), optiamo per avviarci verso la nuova meta prima di pranzare: è abbastanza presto ancora e vogliamo vedere se si riesce a trovare una birretta fresca per accompagnare i panini con babybel che ci attendono. Quindi, dopo aver percorso un altro piccolo tratto sulla riva del Loch Ness, viriamo in direzione ovest, verso il Loch Duich e il castello di Eilean Donan.

Credo che la cosa che più ci ha emozionato di quella giornata sia stato questo tratto in macchina: non perché il resto non fosse mozzafiato, ma perché la A87 scozzese attraversa una zona delle Highlands che davvero sembra uno scorcio di un altro mondo.
La zona suddetta è il Kintail, dove dominano le Five Sisters, cinque cime che iniziano dal Loch Cluanie e terminano al Loch Duich: il Kintail è una zona, perciò, tra il collinare e il montagnoso, le cui cime sono verdi fino all’inverosimile, l’acqua è praticamente ovunque e la presenza dell’uomo si limita alla sopraccitata strada statale A87 e qualche casetta sparsa qua e là.

Capiamo che sarà un’oretta e mezza di macchina piuttosto suggestiva già quando arriviamo a costeggiare il Loch Cluanie: l’aria è nebbiosa, il cielo grigio e il paesaggio verde di felci. Alla prima piazzola di sosta ci fermiamo, irresistibilmente attratti dal lago. Troviamo già una macchina parcheggiata: è una coppia di ragazzi stranieri, lei addormentata in macchina, lui che vaga là vicino. Scendiamo e ci avventuriamo verso l’acqua…
Purtroppo l’acqua la troviamo ben prima del previsto: la riva del lago si rivela un acquitrino, il terreno è spugnosissimo e imbevuto d’acqua e i piedi affondano e si inzuppano. Purtroppo dobbiamo fare dietrofront nel giro di poco, dato che le scarpe che abbiamo addosso sono tutto fuorché impermeabili: usciamo sconfitti, ma comunque soddisfatti dalla breve camminata.



Ci rimettiamo in marcia e il paesaggio diventa sempre più mistico e quasi spettrale: sarà la luce grigia, ilo verde delle montagne che ci inghiotte con tutta la strada, ma davvero  sembra di attraversare un sogno. Lasciamo il Kintail e la sua atmosfera da universo parallelo quando raggiungiamo le sponde del Loch Duich: non è però un addio, dato che il giorno successivo il nostro percorso ci riporterà sulla A87 per riattraversare la valle incantata.

Del Loch Duich dobbiamo raggiungere la punta nord: è lì che si trova il castello di Eilean Donan, una piccola roccaforte fiabesca, su un isolotto in mezzo al lago, collegato alla terra da un ponte in pietra. Il castello fu costruito inizialmente intorno al 1200 come roccaforte contro i vichinghi: tuttavia fu praticamente demolito dai cannoni inglesi nel 1719 e restaurato nella prima metà del 1900. È stata una delle location di Braveheart…tant’è che ancora mi devo rivedere il film per ritrovarlo nelle scene!



Prima di visitare il castello, facciamo un salto a Dornie, paesino di 300 anime a due minuti di macchina: lì troviamo uno (nel senso di “uno solo”) shop, dove recuperiamo una Tennent’s in lattina per annaffiare i famosi panini. L’idea sarebbe anche quella di passare all’unico pub di Dornie per prenotare un tavolo per la sera, ma il suddetto pub (il Clachan) apre alle 16, per cui, dopo aver riempito lo stomaco, torniamo al castello e iniziamo la visita. La piccola roccaforte è ora di proprietà di una famiglia che la tiene arredata negli interni e molto curata negli esterni: entrarci, come al solito, riporta indietro di qualche secolo e il fatto di trovarsi su un lago, rende il tutto ancora più suggestivo.  Iniziamo con un giro intorno alle mura, come facemmo al Dunguair Castle in Irlanda, e poi entriamo prima nel graziosissimo cortile, poi negli interni. 





Purtroppo, con mio disappunto, scopriamo che non si può salire in cima: per consolarci, una volta usciti, andiamo ad esplorare la zona sotto il ponte, una torba un po’ paludosa, ma molto scottish.


Terminata la visita, torniamo di nuovo a Dornie: le 16 sono passate e andiamo a bussare al Clachan… per scoprire che non prendono prenotazioni! Ci dicono, però, che se arriviamo presto, ci possiamo sedere al bancone e bere qualcosa in attesa che si liberi un tavolo…e, cosa più importante, ci assicurano che ci daranno comunque da mangiare!

Guadagnata la cena, ci avviamo per garantirci anche un posto dove dormire: la notte la dovremmo passare in quello che è il B&B che più mi ha ispirato tra quelli prenotati. Si tratta del Beinn Edra bed&breakfast, gestito dalla signora Christine, direttamente sulle sponde del Loch Duich. Lo troviamo abbastanza facilmente e parcheggiamo nel cortiletto interno. La signora, che vive lì con il marito, è una persona davvero deliziosa: ci ha preparato una delle tre stanze in un modo che quasi ci fa sentire a casa. Tutto in legno, con lenzuola lilla e cuscini morbidissimi, bagno piccolo, ma assolutamente confortevole, vista sul lago. Credo sia il posto più delizioso dove abbia mai alloggiato! Lo consiglio vivamente a tutti quelli che devono passare per di là!

Alla fine, tra un relax e l’altro, finiamo per tornare al Clachan di Dornie verso le 18.30 e ovviamente (?) lo troviamo pieno: ci fanno sedere al bancone e ci servono un paio di birre piccole, che accompagniamo con un pacchetto di patatine. Lo stomaco è irrequieto, ma dobbiamo attendere fino alle 19 prima di avere il nostro tavolo. L’attesa comunque è ben ripagata: il locale è davvero carino, molto in stile pub nordico, la gente è gentile ed efficiente. Finalmente si mangia: il mio ragazzo prova la zuppa del giorno che, essendo rossa, sospettiamo essere di pomodoro o peperone o tutti e due…comunque calda e buona! Io invece, che proprio non riesco a tenermi leggera, mi lancio sul fish pie, uno splendido tortino di patate, formaggio filante e tre tipi di pesce locale, che mi sazia e mi rende molto felice! Il tutto, naturalmente, annaffiato dalla seconda birra rossa della serata.


Quando finiamo di cenare, fuori sta diluviando: io, però, non sento ragioni, e mi fermo di nuovo all’Eilean Donan. Mi sono messa in testa di scattargli una foto al tramonto e voglio aspettare che spiova. In effetti, dopo cinque minuti il temporale si placa: il tramonto non è dei più colorati dato che è già tardi e il cielo continua ad essere cupo, ma le foto vengono comunque piuttosto bene.




Seguendo la scia dei giorni precedenti, e soprattutto pensando alle fatiche che ci attendono l’indomani, ci mettiamo a nanna presto, tra le calde e comode lenzuola del B&B.

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