Mi accingo a
scrivere e pubblicare gli ultimi due giorni del mio diario di viaggio con
notevole ritardo: sono ormai passati mesi dalla Scozia, eppure il ricordo che
ho è ancora così vivido che non avrò difficoltà a mettere nero su bianco queste
ultime esperienze.
***
Ci svegliamo nella piccola, comoda e calda stanza del B&B di Mr.
Urquhart e scendiamo a fare colazione: non vengono raggiunti i livelli della
colazione del giorno precedente perché la signora Christine è irraggiungibile,
ma non possiamo lamentarci nemmeno di questo breakfast servitoci da quella che
presumiamo essere la signora Urquart (un po’ strana, quasi trasognante, ma
molto gentile).
Rifocillatici e saldato il conto, ci apprestiamo a riprendere il viaggio:
mentre io mi sistemo in macchina, il mio ragazzo cerca di togliere con un
fazzoletto il segnaccio nero di gomma che è rimasto sullo specchietto sinistro
dal primo giorno di noleggio. Sta ottenendo lenti e scarsi risultati, quando
Mr. Urquhart ci raggiunge: avendoci visto in difficoltà è venuto a chiederci se
vogliamo una mano! E, capito il problema, ci dà anche la soluzione: una specie
di crema che in un nanosecondo manda via tutte l tracce del misfatto dallo
specchietto! E dopo di ciò, non voglio più sentire discussioni sulla gentilezza
degli scozzesi!
Finalmente possiamo rimetterci in marcia a cuor leggero: la direzione della
giornata è il parco nazionale di Loch Lomond and Trossachs. Il Loch Lomond è il
lago più grande, non solo di Scozia, ma di tutta la Gran Bretagna e la sua
regione è così amena e amata che gli è stata dedicata una delle canzoni più
famose della tradizione celtica scozzese (The Bonnie Banks O' Loch
Lomond o, più
semplicemente, Loch Lomond).
Appena incontriamo la riva del grande lago, ci è subito chiaro il perché di
tanto amore: la zona è davvero meravigliosa, con le colline verdi e viola che
circondano il lungo lago e i boschi che ne abbracciano le rive i raggi di sole che giocano con i riflessi
dell’acqua. È un paesaggio molto più dolce e idilliaco rispetto a quelli
tenebrosi delle Highlands: il livello di fascino resta lo stesso, sebbene sia
di un tipo diverso.
Quello che davvero costituisce un incubo in tutto questo idillio, è la
strada: come era già accaduto a Loch Ness, anche la strada che percorre la riva
ovest del Loch Lomond è stretta, a due sole corsie, sebbene sia piuttosto
importante e piuttosto trafficata. Trafficata anche dai miei amici TIR che
corrono come matti… Mi fermo più volte, non solo per fotografare lo splendido paesaggio,
ma anche per riprendere fiato!
Il percorso che ho pensato, gira intorno al lago, partendo dalla punta nord,
percorrendo la riva ovest, girando intorno alla punta sud e fermandosi infine a
metà della riva est: là infatti si trova Rowardennan, da cui partono i sentieri
per le escursioni per il Ben Lomond, il munro più alto della zona, che domina
sul lago con i suoi 974 metri. Ovviamente è l’escursione più lunga e faticosa
che si possa fare nel parco nazionale, ma sembra anche la più interessante.
Arrivare a Rowardannen si rivela una mezza impresa: se la strada sulla
sponda ovest è stretta, quella sulla sponda est è claustrofobica! Grazie al
cielo non ci passano TIR (nel senso che non riuscirebbero proprio ad entrarci),
ma questo non implica che non ci sia comunque un bel via vai di macchine in
entrambe le direzioni, quando la corsia però è una sola! La strada è piena di
curve, si snoda spesso tra i boschi e una macchina che arriva nell’altra
direzione, la si può vedere solo all’ultimo… ho perso svariati chili per
cercare di portare auto e passeggeri, sani e salvi a destinazione… e non mi
sono potuta nemmeno fermare a fotografare uno dei simpatici bufali pelosi che
popolano le campagne scozzesi!
Giungiamo a destinazione verso le 11 del mattino: il punto di inizio dei
percorsi escursionistici è un parcheggio in mezzo al bosco: non fatichiamo a
trovare il nostro sentiero, ben segnalato e, una volta bardatici con i vari
strani di termiche e giacche, ci avviamo, zaini in spalla.
La prima parte della passeggiata si svolge dentro un boschetto, i cui
alberi si trasformano piano piano in arbusti e cespugli: il sentiero battuto è
l’unico segno umano, per il resto la natura vince e si arrotola ovunque, tra
fiori, felci e rami.
Si sale abbastanza in fretta, dato che il sentiero è abbastanza ripido,
così ben presto giungiamo al secondo step, delimitato da un cancelletto in
legno, probabilmente messo per evitare che le pecore se ne vadano girando nelle
zone sbagliate. Siamo arrivati in un punto molto più aperto: della vegetazione
restano solo erba e cespugli, il terreno si fa più sassoso, il paesaggio si
apre dietro di noi e più saliamo più vediamo la maestosità del lago, che non
smette di crescere. La seconda parte dell’escursione si rivela essere anche la
più lunga: sapevo che era un percorso impegnativo, ma non pensavo che avremmo
impiegato 3 ore e mezza a salire! Il punto è che il sentiero che abbiamo scelto
è quello che gira intorno al Ben Lomond e alle colline vicine e infine sale: l’altro
sentiero, in teoria più rapido e diretto, abbiamo deciso di lasciarlo per il
ritorno.
Siamo già molto in alto quando decidiamo di fermarci a pranzare: ci sediamo
dietro un masso che ci riparerà dal vento (bazzecole rispetto alla bufera del
giorno prima) e, come due bravi hobbit, mangiamo la nostra razione di pane e
babybel, contemplando il paesaggio intorno. Nel frattempo continuiamo a veder
passare scozzesi intrepidi che salgono in calzoncini e maglietta… io capisco
che anche per loro agosto sia uno dei mesi più caldi, ma sul Ben Lomond fa
comunque un freddo della miseria!!
Recuperate le forze, ci accingiamo a chiudere l’ultima parte della salita:
la vetta del Ben Lomond appare molto più vicina. Ripreso a camminare, succede
una cosa singolare e anche un po’ inquietante: ci sfrecciano accanto due tizi (probabilmente
padre e figlia) che corrono giù come forsennati… o come se avessero qualcosa
alle calcagna… uno sciame di api?? Un orso (ma non credo ci siano in Scozia)??
Un esercito di fantasmi?? Il mistero resta irrisolto perché non incontriamo
niente di terribile lungo il cammino restante.
Giungiamo invece ai piedi della vetta: qui inizia l’ultimo step, il più
ripido e faticoso e quello in cui io maledico me stessa per questo vizio che ho
di scegliere sempre l’alternativa più complicata/lunga/faticosa. Mentre arranco
fino alla cima, oltre a cercare di proteggermi dal vento, mi sento derisa dalle
pecore che passeggiano amabilmente sul versante scosceso del Ben Lomond,
dandomi una pista in fatto di resistenza ed equilibrio!
Con molta fatica, arriviamo in cima e… ok, ne valeva la pena: dimenticato
lo sforzo, dimenticato il vento che ci porta via, ci godiamo il paesaggio a
360° che ci offre il Ben Lomond: è la Scozia! A ovest abbiamo il lago, che ora
vediamo quasi nella sua interezza e magnificenza; a nord e nord-est, i paesaggi
più aspri e minacciosi delle Highlands, in lontananza; a sud e sud-est, il
territorio si ingentilisce fino a raggiungere una campagna che molto somiglia
alla Contea degli hobbit. Anche in cima, ci sono gruppi di scozzesi in
calzoncini nonostante il vento tagliente. Un corvo reale ci vola intorno, nero
e maestoso.
Restiamo una ventina di minuti sulla cima, il tempo necessario per ammirare
il paesaggio senza rischiare l’ibernazione e poi cerchiamo il sentiero per la
discesa. Lo troviamo, ma a me, più che un sentiero, sembra una parete di roccia…
e sì che l’altra via era più diretta!! Il mio ragazzo saltella felice e in
perfetto equilibrio, come una capretta, io mi faccio prendere dai miei attacchi
di panico, ma lo seguo. Subito inontriamo un escursionista che sale e, con la
faccia semi-sconvolta,ci chiede se la cima sia vicina; gli rispondiamo che,sì,
è quasi arrivato, e lui tira un sospiro di sollievo. Anche la via in discesa, perciò,
sarà lunga… Io gli chiedo se il percorso è tutto così ripido e lui mi assicura
che è solo la prima parte ad essere scoscesa…e allora sono io a tirare un
sospiro di sollievo!
In effetti, dopo le prime decine di metri, il percorso si ingentilisce e
riesco a godermi quello che ho intorno: la roccia è di origine lavica, e crea
passaggi strani per cui scendere. Man mano che proseguiamo, ci ritroviamo
sempre più soli: se durante la salita di persone ne avevamo incrociate
abbastanza, nella nostra discesa avremmo potuto essere gli unici esseri umani
nel raggio di chilometri…e questo è stato meraviglioso. Perché, oltre ad essere
la più diretta, la seconda via è anche quella panoramica, quella che si sporge
direttamente sul loch.
Durante tutta la discesa, il sentiero sale, scende e gira intorno a piccoli
dossi, costeggia piccole pozze d’acqua, taglia zone acquitrinose che vanno
superate saltando da un masso all’altro e, per tutto il tempo, il Loch Lomond è
lì sotto a dominare lo sfondo. E non posso fare a meno di ripetere che la
Scozia è il nord della Terra di Mezzo di Tolkien, perché i paesaggi calzano
così bene nelle sue descrizioni che è evidente da dove abbia preso spunto.
Ad un certo punto incrociamo due tizi davvero particolari: alti e ben
piazzati tutti e due, vestiti da montanari, lui con barba e capelli abbastanza
incolti, lei con lo sguardo duro e uno strano tatuaggio su un lato del viso.
Hanno delle pale e stanno salendo: sono qualcosa simile a guardiaparco, credo,
e stanno andando a sistemare alcuni tratti del sentiero che, a causa della
pioggia del giorno prima, sono diventati eccessivamente fangosi.
Di fango ne troviamo molto anche noi, via via che scendiamo: il sentiero
diventa sempre più stretto e inizia a costeggiare le colline: è evidente che lì
si sia andata a raccogliere un bel po’ dell’acqua che è scesa dal versante e
spesso, invece del terriccio, sotto i piedi ci ritroviamo una fastidiosa
fanghiglia in cui, nella migliore delle ipotesi si affonda, nella peggiore si
scivola. Rischio di finire con sedere per terra svariate volte e mi recupero
sempre all’ultimo.
Scendendo, oltre a trovare molto fango, mi rendo conto che il sentiero
inizia a passare in quello che sembra essere un giardino incantato: la via,
come detto, è molto stretta e ha su entrambi i lati, una folta vegetazione di
erba alta, felci e tanti fiori: con la luce calante di metà pomeriggio, il
luogo assume un aspetto quasi magico.
Infine giungiamo al termine del percorso che, letteralmente, ci sputa
dentro il bosco in un punto non meglio precisato: con un po’ di fatica
cerchiamo di orientarci, ma è solo quando troviamo il lago e una cartina
approssimativa con un bel “VOI SIETE QUI”, che riusciamo a capire da che parte
è il nostro parcheggio.
Sono ormai le 6 del pomeriggio quando rientriamo in macchina, totalmente
sfranti, ma anche assolutamente soddisfatti e incantati dall’esperienza. Rimetto in moto, sconsolata
dall’idea di percorrere di nuovo quell’accidenti di stradina e stavolta, per giunta
con il buio…
È il mio ragazzo, però, a decidere le successive due fermate, quando ancora
non siamo nemmeno usciti dal parco nazionale e le sue infernali stradine. La prima
è una richiesta che mi fa con gli occhi che gli brillano: vuole entrare in uno
dei boschi che costeggiano la strada, che sembrano diversi e più fitti rispetto
al bosco ai piedi del Ben Lomond. Mi fermo nel primo punto utile e ci
avventuriamo tra gli alberi: sono sempreverdi, probabilmente qualcosa di simile
agli abeti, ma con i tronchi abbastanza sottili e molto lunghi. Ondeggiano
cullati dal vento (alcuni sono anche caduti) e nella luce dorata del tramonto, sembra
quasi si muovano. Ma quello che è davvero sorprendente è ciò su cui stiamo
camminando: il “pavimento” non è il terriccio classico di un bosco, né la
fanghiglia scivolosa, ma un massiccio strato di muschio! I piedi sembrano
avanzare su cuscini morbidissimi: è come se stessimo camminando su un
gigantesco materasso. Usciamo dalla nostra breve pausa nel bosco decisamente
meravigliati e colpiti.
Se la prima richiesta era dettata dal cuore, la seconda è stata dettata
dallo stomaco: ben sapendo che la nostra successiva destinazione (Stirling) è
ancora lontana, che in questo paese se non ceni entro le 19 non ceni più e che
i nostri fisici richiedono a gran voce qualcosa di caldo e sostanzioso,
decidiamo di fermarci al primo pub che incontriamo. Non dobbiamo fare molta
strada, che troviamo The Oak Tree Inn, sempre per restare in stile
celtico-medievaleggiante. Il posto è carino, tutto in legno come al solito,
caldo e i camerieri sono gentili. Ma quello che ricorderemo per sempre di
questa locanda è la zuppa, la meravigliosa zuppa del giorno che ci è stata
servita: sicuramente la colpevole principale è stata la fame, ma giuro che una
zuppa così buona io non l’ho mai mangiata. Tanto che alla fine chiedo al
cameriere cosa c’è dentro: carote, cipolle, patate, zucca…e altri ingredienti
che non sono riuscita a tradurre. Comunque sia, quella cosa calda e arancione è
scesa nei nostri stomaci come una pozione magica e ci ha ridato un bel po’
delle forze perdute. Il tutto naturalmente innaffiato con la birra rossa del
luogo!
Finalmente ci avviamo verso la nostra dimora notturna, con più tranquillità
e con un certo benessere che sale dallo stomaco: salvo qualche rapida sosta per
fotografare un tramonto davvero mozzafiato, il viaggio fila liscio e arriviamo
abbastanza presto nei pressi di Stirling. Il nostro B&B, The Barn Lodge, è
un pochino fuori dalla cittadina, nella campagna intorno: infatti è una specie
di casa con casolare, con tanto di cavalli che girano nei paraggi.
Facciamo il checkin e ci buttiamo nella nostra stanza, una gigantesca
tripla che mi è costata meno di tante doppie che ho trovato in giro: il posto
non è di un lusso sfrenato, ma è pulito e accogliente. Il sonno ci rapisce in
fretta e noi cediamo alle braccia di Morfeo senza troppe remore.